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Le servitù volontarie della pubblicità online

Le servitù volontarie della pubblicità online

01 Maggio 2017 Redazione SoloTablet
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Pubblicità interstiziali, marketing e pubblicità programmatica, banner che non si sa come chiudere o spegnere e audio-video che fanno da sottofondo musicale indesiderato su molte pagine web. Sono solo alcune delle noiose esperienze che gli tenti e i consumatori devono subire nella loro vita sempre più online. Ma forse più che devono, desiderano, in uno scambio ritenuto plausibile e conveniente, nonostante la sparizione della privacy, della possibilità di scelta e della libertà individuale.

Nell'era delle false verità diventa difficile credere anche alle promesse più semplici ed elementari. Come quelle di soluzioni e applicazioni software che permetterebbero di cancellarsi da mailing list e newsletter indesiderate (mai provato a fare a meno degli SMS del PDR o di Limoni?). La cancellazione potrebbe anche essere garantita ma se poi i dati raccolti durante il processo di cancellazione, venissero usati come merce di scambio o di guadagno?

Benchè l'utenza della Rete sia sempre più cieca di fronte a banner e ad altre invenzioni e trucchi pubblicitari, il rischio che gli utenti si trasformino e vengano usati come prodotto è sempre presente, in particolare per tutti gli utenti che continuano a frequentare la Rete senza pagare alcun pegno della loro presenza e attività online. L'utente che diventa prodotto è il consumatore che, prima o poi, si impegnerà in qualche processo decisionale ed esperienza di acquisto. Anche se utente e consumatore sono due categorie di persone diverse, entrambi sono al centro dell'interesse e della curiosità di Marche e catene di retail. Il primo è fonte di dati e informazioni utili per i tentativi infiniti che le Marche e le aziende faranno per trasformarlo in consumatore. Il secondo presta meno attenzione del primo al tema della privacy e della riservatezza dei dati personali perchè incamminato su percorsi di acquisto e di soddisfazione di bisogni, non sempre espliciti, ma sempre abbastanza impellenti da richiedere una loro soddisfazione in tempi rapidi. Il primo tende a sopportare sempre meno interruzioni pubblicitarie e pubblicità interstiziali sulle pagine web visitate. Il secondo è consapevole che per poter completare la sua esperienza di acquisto deve essere disponibile a cedere qualcosa in cambio, anche se la merce di scambio è la privacy personale e la perdita di controllo sulla propria riservatezza e invisibilità.

Sull'apparente dicotomia tra utente e consumatore giocano tutte le grandi Marche, i produttori tecnologici e signori del silicio come Google, Apple o Amazon e tutte le grandi catene di retail. L'obiettivo che condividono è comune, raccogliere la maggior quantità di dati sull'utente consumatore per meglio proporgli e vendergli nuovi prodotti, soluzioni, messaggi e promesse di felicità. Un obiettivo facilmente ottenibile per la disponibilità di molti utenti a farsi tracciare, analizzare e, in teoria, manipolare. In teoria, perchè è pur sempre possibile dotarsi di strumenti cognitivi utili a proteggersi da iniziative pubblicitarie e marketing o di definire con precisione quanto della propria privacy possa essere ceduto in cambio di un prodotto, di una informazione o di un servizio.

La crescente disponibilità degli utenti allo scambio favorisce due tipi di utilizzo dei dati raccolti e delle informazioni da essi derivabili. Il primo uso è quello legato alla personalizzazione delle proposte marketing e commerciali finalizzate a venere e guadagnare sempre di più. Il secondo comporta la raccolta, l'organizzazione, l'aggregazione e categorizzazione e l'analisi di questi dati per poi venderli ad altre realtà per un uso anch'esso commerciale e marketing. Il primo uso riguarda tutte le Marche e le aziende, il secondo solo le realtà che oggi dispongono di grandi Big Data e soprattutto di strumenti analitici e predittivi utili a fornire a potenziali clienti strumenti e consocenze competitive.

Dove si generano le maggiori conflittualità attuali è su un fronte diverso che esula dal ruolo di utente e consumatore per collocarsi in quello di creatore di contenuti. In Rete, grazie alle numerose applicazioni disponibili, tutti possono oggi costruire loro prodotti o applicazioni da vendere. Non sempre però che crea e produce contenuti è la stessa persona o entità che ci guadagna. Sempre più frequentemente a guadagnare sono le grandi multinazionali, come Google (il caso di YouTube ad esempio) o Amazon (e-book e non solo), che offrono gli spazi, le piattaforme e le infrastrutture, oltre che i servizi (ad esempio quelli promozionali e pubblicitari), per esprimere, far conoscere e promuovere la creatività personale.

Il modello pubblicitario che ha dominato la Rete dalla fine degli anni novanta sembra arrivato a un capolinea o quantomeno a un fase di ripensamento. Non è un caso ad esempio che Marche come Apple non sia presente con pubblicità pressanti online o che Marche come Google e Facebook siano alla costante ricerca di alternative al loro modello di business completamente costruito intorno alla pubblicità. I modelli e le strategie attuali si scontrano con la testa mutante degli utenti e dei consumatori. Al momento approcci diversi continueranno a trovare audience grandi abbastanza per confermare le loro strategie e i loro guadagni. In futuro però sembrano avanzarsi molte novità, e non solo perchè gli utenti online sono diventati allergici alla pubblicità o semplicemente sono dotati di un cervello che è diventato cieco nei suoi confronti. Sul tavolo ci saranno sempre più anche le problematiche legate alla privacy e alla libertà del consumatore utente, sempre meno disponibile a cedere alle lucciole della pubblicità in cambio di vantaggi e benefici sempre più noti nella loro limitatezza o disparità di scambio.

 

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