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Microchip per diventare più performanti e intelligenti? Chi ne vuole uno....?

Microchip per diventare più performanti e intelligenti? Chi ne vuole uno....?

21 Febbraio 2018 Redazione SoloTablet
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A permetterci di leggere è qualcosa che sta dentro al nostro cranio, un organo chiamato cervello, grazie al quale siamo e potremmo continuare a essere superiori ad altri animali (non necessariamente in funzioni e capacità particolari, ma sicuramente per avere un cervello migliore). E se in futuro, per aumentare l'intelligenza si dotasse il cervello di microchip? Quanti sarebbero disponibili ad averne uno o più di uno?

Chi non vorrebbe avere un microchip per guardare più lontano, per leggere più velocemente, per parlare più lingue e per performare meglio, in ogni ambito di vita personale e professionale? E quanti sarebbero disposti per questo a farsi impiantare un chip sottopelle e/o a collegarne altri direttamente al cervello?

Quando si parla di possibilità come queste si rischia di aprire il vaso di Pandora delle controversie e del confronto aspro di opinioni che da sempre divide tecnofili da tecnofobi, tecno-entusiasti da tecno-pessimisti. Il dibattito aspro è sicuramente legato a credenze personali, percezioni, valori e modi di guardare alle rivoluzioni tecnologiche in corso, ma serve anche a una riflessione critica su quanto, come esseri umani, stiamo creando. Macchine artificiali, intelligenti, dotate di capacità di apprendere e di parlare-comprendere linguaggi naturali. Prodotti tecnologici in forma di sensori, software, algoritmi, piattaforme che stanno riempiendo la vita di ogni giorno ma anche arricchendo e trasformando oggetti di ogni tipo.

Self Reflective di Greg Dunn

Sensori intelligenti, sempre connessi, capaci di comunicare e interagire tra loro, stanno cambiando il panorama domestico popolandolo di apparecchiature e oggetti vari capaci di fare scelte e prendere decisioni, per conto e al posto degli utenti umani che li posseggono. Oggetti capaci di ordinare prodotti in esaurimento come latte, birra o pasta, ma anche di ordinare un nuovo set di piatti o bicchieri per sostituire quelli rotti durante una cena finita in baldoria. Oggetti come lavatrici capaci di rifornirsi di detersivo e ammorbidente, automobili che pagano soste e passaggi autostradali, e domani abiti con tessuti cibernetici e tecnologici in grado di fare la stessa cosa e anche di agire come strumenti di identificazione e accesso.

E se uno di questi oggetti fossimo noi stessi? Se a prendere decisioni autonome fosse un semplice chip impiantato nel nostro corpo e capace di gestire transazioni finanziarie dopo aver capito cosa fare e quale scelta migliore operare?  

L'idea di chip impiantati nel corpo umano non è nuova ma non ha visto al momento implementazioni tali da far gridare al rischio dell'avvento di nuove tipologie di esseri umani incamminati verso un destino di cyborg. Lontani sono al momento molti scenari distopici raccontati in film di fantascienza e serial televisivi ma non così lontani dal non sollevare interrogativi e riflessioni approfondite.

Mentre queste riflessioni e discussioni si alimentano e diffondono, chip NFC possono servire per memorizzare informazioni utili per accedere a conti correnti e autorizzare transazioni senza dover portarsi appresso carte di credito, portafogli o promemoria scritti delle numerose password di cui si è dotati. Altre tipologie di chip possono già oggi essere usate per aprire porte, prendere il bus o il metro, attivare l'apertura di una bicicletta OFO o Mobike o superare senza code il controllo passaporti in un aeroporto. Microchip possono anche essere usati, in sostituzione di molti prodotti tecnologici indossabili, per monitorare flussi vitali e segnalare eventuali anomalie in modo da permettere immediate reazioni e contromisure.

Se l'avvento del cyborg ibridato con sensori e microchip è ancora lontano, il suo avverarsi non è più messo in discussione. In pochi decenni gli esseri umani, così come molti oggetti che oggi compongono le reti degli oggetti, saranno attrezzati con tecnologie integrate nel loro corpo e capaci di connettersi a reti wireless, di comunicare con i propri dispositivi senza bisogno di scambiarsi testi o messaggi e di interagire con i loro assistenti personali attraverso i pensieri.

Se questa è la destinazione e il percorso del viaggio già delineato, non c'è da meravigliarsi che già oggi neurologi, tecnologi e neuro-tecnologi stiano lavorando a microchip da impiantare direttamente nel cervello con l'obiettivo di curare o prevenire malattie ma anche di ottimizzarne le prestazioni. Esattamente come si fa con un computer che viene aggiornato sia nelle componenti hardware sia software per renderlo più potente, performante, facile da usare e capace di scelte autonome. Ma cosa succederebbe se il cervello-computer cadesse vittima di un attacco ransomware o di phishing? E quali vantaggi ci potrebbero essere dal poter fare il download di pensieri e abilità per loro usi futuri o su dispositivi (cervelli) diversi?

Il rischio è che mentre il cervello ne esce rafforzato e aumentato, l'uomo ne risulti diminuito (citazione dal libro di Benasayag). La presenza integrata di componenti hardware e software potrebbe trasformare il cervello in un computer scalabile ma anche in uno strumento per esternalizzare la memoria e la sua durata. Ma un cervello ridotto a computer, seppure potente e aumentato, è solo frutto di una visione riduzionista che non tiene conto della complessità dell'organismo umano e non va oltre la componente cervello. Un approccio che rischia di associare l’amore, la ricerca della libertà a semplici processi neuronali e fisiologici, magari favoriti da microchip ben programmati da altri, e di distruggere e frantumare il soggetto umano.

La tecnologia gioca un ruolo fondamentale nel partecipare alla costruzione di un cervello aumentato, ibridato con sensori, computer e software vari. Questa ibridazione incanta, promette soluzioni a malattie incurabili come far vedere i non vedenti, guidare le auto con il pensiero, curare momenti depressivi e governare la coscienza. L’ibridazione si esprime con protesi come gli smartphone, con strumenti di realtà virtuale come Oculus Rift, sensori e prodotti tecnologici indossabili e ci lascia intravede possibilità incredibili come quella di potere un domani fare il download dei nostri ricordi su una chiavetta USB per poi caricarli altrove o riutilizzarli nel futuro.  In tutto questo si dà per scontato che la colonizzazione del cervello così come della vita e della cultura da parte delle macchine sia irreversibile (Solo la rinascita di una cultura veramente razionale permetterà il superamento della crisi attuale).

Al contrario bisognerebbe ricercare e sviluppare modalità di ibridazione utili a mantenere il controllo umano sulla tecnologia. Il cervello da solo non esiste e non funziona. Sta dentro un corpo e occupa ecosistemi. Non possiamo studiarlo come una macchina ma nelle sue interazioni multiple e complesse. 

Detto questo, e alla fine della lettura che chi è arrivato fin qui, tutti hanno ancora la libertà di scegliere se e quando sperimentare le nuove tecnologie emergenti, anche nella forma di microchip e sensori impiantati direttamente là dove risiede uno dei motori del nostro essere umani (non va dimenticato infatti il cuore così come il sistema linfatico, il cervello emotivo...ecc.).

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