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Privacy e dati personali ceduti in cambio di potenziali vantaggi

Privacy e dati personali ceduti in cambio di potenziali vantaggi

17 Febbraio 2016 Redazione SoloTablet
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Chi crede ancora nell’esistenza di uno spazio virtuale separato, nel quale è possibile avere più privacy e indipendenza è probabilmente un illuso o l’ultimo dei mohicani. Si tratta di un mito morto e sepolto perché così hanno determinato molti degli stessi produttori di tecnologia che ritengono normale, se non positivo, lasciare aperto l’accesso ai dati personali per organismi governativi e istituzionali. Un’apertura attraverso la quale possono poi inserirsi anche privati ma soprattutto governi dittatoriali e poco rispettosi delle libertà e dei diritti dei cittadini.

Lo scorso 28 gennaio 2016 è stato il giorno eletto a livello internazionale per creare maggiore conoscenza e consapevolezza sull’importanza della Privacy dei dati personali e per chiedere una loro maggiore protezione. Contro l’abuso che ne viene fatto a scopi commerciali ma anche contro l’invadenza di organismi governativi, intenzionati a combattere il crimine e il terrorismo ma anche messi nella condizione di privare i cittadini dei loro diritti. Come avviene ripetutamente in paesi poco democratici o con governi dittatoriali.

Nell’era digitale che stiamo vivendo, ottenere una privatezza effettiva delle informazioni personali sembra essere diventata una missione impossibile. Il tempo passato online continua a crescere e i profili con cui si frequenta la Rete fanno emergere molte, se non tutte, le caratteristiche delle molteplici personalità con cui viviamo la nostra vita reale offline.

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Grazie o per colpa degli innumerevoli strumento tecnologici mobili di cui tutti sono dotati e alla diffusione di strumenti di videosorveglianza, nulla è destinato a rimanere privato. E’ sufficiente una ripresa video con uno smartphone e le immagini possono immediatamente essere trasmesse in Rete e condivise. Queste informazioni possono riferirsi a scene di vita personale così come lavorativa e per la loro pubblicazione non viene quasi mai richiesto un permesso o una qualche forma di liberatoria. Serve a poco anche la richiesta del rispetto della privacy perché è entrata nel senso comune l’idea che sia normale condividere tutto online. Chi poi ha necessità di proteggere i suoi dati per motivi di sicurezza o altro deve combattere non poco per ottenere il rispetto dei suoi diritti e delle sue richieste.

Le leggi non aiuteranno un granchè. La pervasività della tecnologia è tale da rendere complicato se non impossibile proteggersi. Con la diffusione di una miriade di oggetti intelligenti e tutti collegati tra di loro chi ha accesso ai dati che questi oggetti producono potranno raccogliere informazioni impensabili su di noi e le nostre azioni quotidiane. Ad esempio uno spazzolino da denti intelligente potrebbe indicare i dati su come viene usato. A rendere difficile la difesa della privacy sono i modelli di business sottostanti a molte tecnologie. Modelli che suggeriscono ai consumatori e agli utenti uno scambio, prodotti tecnologici a costi bassi in cambio di dati e informazioni.

E’ uno scambio accettato praticamente da tutti e che suggerisce l’urgenza di un cambiamento nel modo con cui si pensa alla privacy. Il fatto che i dati siano online e digitalizzati non significa necessariamente che dovrebbero esserlo. Anche se percepita come fuori dai comportamenti usuali, la richiesta di rimozione dei dati personali da social network o spazi Web è legittima e andrebbe promossa attraverso una narrazione adeguata online.

Questa narrazione esiste già anche se poco conosciuta e soprattutto praticata. Numerosi sono i siti che si occupano di privacy così come numerose sono le liste di suggerimenti su come fare a proteggerla. Un modo per mostrare attenzione e rispetto alla privacy è anche quello di rispettare la privacy degli altri.

Lo si può fare chiedendo il permesso ad una persona prima di pubblicare online una sua foto rubata o contenuti che lo riguardano. Non tutti amano la pubblicità e anche nel caso la amassero meglio non dare per scontato che sia così. Molti preferiscono audience pubbliche ristrette e odiano gli autoscatti (sefie)finiti in Rete.

Prima di pubblicare qualcosa che si è ricevuto via email o come messaggio meglio fermarsi un attimo a riflettere e chiedere il permesso di farlo. Il fatto di avere inviato un messaggio non implica automaticamente l’autorizzazione a condividerlo con altri, neppure per gioco o per scherzo.

Anche sul posto di lavoro è meglio fare attenzione alla pubblicazione di informazioni personali su colleghi o dipendenti dell’azienda. Potrebbero essere facilmente identificati e subire conseguenze negative.

Alla base di questi semplici comportamenti non c’è una policy per la difesa della privacy ma semplicemente una buona pratica che suggerisce di chiedere sempre una qualche forma di permesso e di autorizzazione. Una pratica che favorisce la consapevolezza sui dati personali e lascia ad ogni singola persona la decisione di come proteggerli. Una protezione resa sempre più urgente e necessaria a causa della trasformazione della Rete in un grande motore di ricerca che alimenta i Big Data bel Cloud e della pervasività dei dispositivi mobili. Adottare buone pratiche può cambiare sia la percezione individuale sulla privacy sia contribuire a difenderla attraverso la creazione di una cutura nuova basata sul rispetto e il consenso.

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