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Social media e responsabilità individuali

Social media e responsabilità individuali

16 Giugno 2017 Redazione SoloTablet
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Bufale, post e false verità trovano alimento canali di diffusione potenti nei social network. Da varie parti si è chiesto ai proprietari delle piattaforme tecnologiche di introdurre troll e algoritmi per limitare bufale e post-verità. E se la responsabilità di farlo fosse assunta dalle persone che frequentano i media tecnologici?

ufale, post e false verità trovano alimento  canali di diffusione potenti nei social network. Da varie parti si è chiesto ai proprietari delle piattaforme tecnologiche di introdurre troll e algoritmi per limitare bufale e post-verità. E se la responsabilità di farlo fosse assunta dalle persone che frequentano i media tecnologici?

Cosa dovrebbe fare un utente di Facebook quando si imbatte in contenuti offensivi, false verità o bufale online? La risposta non è semplice ma una possibilità prevede che reagisca denunciando ad alta voce la falsità di una notizia o l'inadeguatezza o volgarità di una frase o messaggio. Il tema non è semplice perchè un'azione di questo tipo può dare luogo a dibattiti online infiniti e impossibili tra persone che hanno maturato idee e opinioni diverse in base alla loro sensibilità.

La sensibilità di ognuno dovrebbe suggerire un'azione-reazione ogni qualvolta si è testimoni di eventi online nella forma di attacchi verbali, messaggi offensivi, violenti e razzisti ma anche di false verità. La soluzione più semplice è di non fare nulla e lasciarsi andare all'indifferenza o apatia che da sempre caratterizzano i comportamenti della massa.

Intervenire nella realtà del mondo materiale per correggere una notizia falsa o un'opinione offensiva è impresa complicata e lo è anche online. Dire la propria, magari criticando o denunciando la falsità o volgarità di un messaggio implica che ci si senta nel giusto e in dovere di intervenire contro qualcuno, le cui opinioni sono ritenute sbagliate.

La comunicazione scritta online, in assenza della presenza fisica dei due interlocutori, permette raramente di trasformare la conversazione in un dialogo capace di produrre consenso. A prevalere sono sempre più spesso lo scontro e la difesa a oltranza delle proprie posizioni e opinioni che rendono impossibile uscire vincitori, seppure dopo decine di messaggi scambiati e ore passate davanti a un display.

Il fatto poi che la conversazione avvenga in un contesto di sovraccarico informativo non facilita l'affermazione e la visibilità di una voce o di un messaggio, neppure se esso è giusto e vero. Per avere visibilità bisognerebbe urlare ma farlo implicherebbe il ricorso a una punteggiatura del linguaggio che potrebbe non facilitare la conversazione e il dialogo ma alimentare la dialettica e lo scontro.

L'altro problema nasce dall'uso, anche partecipativo,  fortemente narcisistico e performativo del mezzo tecnologico. Più che interagire chi comunica su un social network sta recitando la parte del protagonista il cui successo sarà determinato dal pubblico che lo ascolta e lo potrebbe gratificare con un MiPiace. Chi interagisce è sempre in numero inferiore rispetto a quanti osservano e leggono.

Le voci sensibili, quelle che nascono da reazioni immediate alla vista di un contenuto offensivo e alla scoperta della falsità di una notizia, dovrebbero farsi sentire, avere la possibilità di emergere dal rumore di fondo del sovraccarico informativo tipico dei media sociali e dei loro algoritmi, ed essere sentite anche da coloro che solitamente non partecipano e non fanno nulla.

Se un utente, sia come individuo (persona dotata di coscienza) sia come persona (individuo dotato anche di autocoscienza), incontra una contenuto razzista, offensivo e lo scopre veicolato in bufale online e false verità, dovrebbe avere il dovere morale di dire cosa pensa, alzare la voce e farsi sentire. Di fronte ad un'affermazione razzista dovrebbe scattare la reazione che porta all'azione, non per puro divertimento (per molti Facebook è pura ricreazione e provocazione)  ma per contrapporre, sfruttando il mezzo tecnologico e i suoi strumenti di interazione, un'idea diversa, un sentimento umano e una sensibilità diversi e così facendo alimentare il dialogo e la conversazione. Ma anche la presenza online di opinioni diverse da quelle solitamente urlate da coloro che usano le piattaforme tecnologiche per far circolare bufale e false notizie, opinioni razziste e omofobe e per sostenere comportamenti aggressivi e violenti nei confronti di altri. Non è necessario urlare, lo è invece intervenire e farsi sentire. Si può certamente rinunciare a stare su Facebook e impegnarsi a sostenere le proprie idee e opinioni nel mondo reale, ma se si abita la Rete bisogna viverla come se fosse una realtà parallela e altrettanto reale.

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