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La setta delle piattaforme social

La setta delle piattaforme social

20 Febbraio 2018 Redazione SoloTablet
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Segnaliamo un articolo di Jaime D'Alessandro sul quotidiano la Repubblica del 19 febbraio 2018 dal titolo "Garcia Martinez l’ex di Facebook che allerta il mondo sulla “setta dei social”.

 

Antonio Garcia Martinez, 41 anni, per stare sul sicuro ha comprato un appezzamento di terra su di un’isola a nord di Seattle, a pochi chilometri dal confine con il Canada. «Abbastanza vicina a quel confine da permettermi di attraversarlo se le cose si mettessero male», ci racconta al telefono. Affastella una parola dopo l’altra l’ex dirigente Facebook, veloce nel parlare quanto nel cambiare vita. Tre figli con due diverse compagne, ha iniziato come analista di Goldman Sachs e prima di entrare nel social network ha cofondato la piattaforma pubblicitaria di AdGrok, poi acquisita da Twitter. Oggi fa il saggista. Chaos Monkeys (Ebury Press), cinquecento pagine affilate sulla cultura della Silicon Valley, è opera sua. «Sto preparando un nuovo libro», rivela Garcia Martinez. «Il tema? Come la società americana potrebbe presto collassare a causa dei social network e dell’automazione. Alla base c’è un calcolo semplice: supponiamo che l’automazione abbia un impatto molto più veloce di quel che pensiamo. Supponiamo che le compagnie di software riescano a eliminare l’ultimo pezzo d’umanità nelle loro piattaforme, gli autisti nel caso di Uber grazie ai veicoli a guida autonoma. E che questo lo facciano tante altre compagnie in diversi campi. Negli Usa il camionista è il mestiere più comune in venti Stati. Parliamo di poco meno di sedici milioni di posti di lavoro. È l’impiego più accessibile per sbarcare il lunario. Cosa succederà quando lavori del genere scompariranno in una nazione dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri e dove circolano trecento milioni di armi da fuoco su una popolazione di trecentoventi milioni di persone?»

Martinez, per sua stessa ammissione, tende alla paranoia. Ma con lui il problema sta nella credibilità che riesce a dare alla sua visione apoca-littica, essendo nato e cresciuto fra le linee di codice della Silicon Valley e sapendo di cosa parla. Sull’isola a nord di Seattle ha costruito una casa, usando lo schema delle grandi tende indiane di quella zona, in puro stile “survivalista”. Dai “prepper” però, come chiamano in America quelli convinti che la civiltà possa finire e si preparano ad affrontare il cataclisma armati fino ai denti, prende le distanze. «Ho acquistato quel terreno semplicemente perché mi piaceva, ma è vero: sono preoccupato. Non ho mai visto una tale polarizzazione della società sia qui negli Stati Uniti sia in Europa».

Chaos Monkeys per certi versi somiglia a Il Cerchio (Mondadori) di Dave Eggers, solo che si tratta di un racconto vero: la quotidianità dentro un colosso come Facebook. Meno spaventoso quindi, ma forse più inquietante. Soprattutto quando descrive i modi spicci usati nel prendere certe decisioni che poi entreranno nella vita di due miliardi di persone. «Forse nel libro ho calcato un po’ la mano», ammette l’autore, riferendosi ai resoconti delle riunioni con Mark Zuckerberg e al suo cerchio magico. «Ma è un dato di fatto che in compagnie di quel genere, che hanno dimensioni mai viste prima, se viene intrapresa una strada poi quella strada deve trasformarsi in realtà per quanto assurda l’idea potesse sembrare in origine. C’è qualcosa che a voi europei sfugge e lo dico avendo io stesso anche un passaporto europeo e venendo in Europa di frequente. Quando Zuckerberg racconta di voler connettere tutto il mondo e che facendolo renderà un gran servigio all’umanità, lo pensa realmente. Non c’è solo marketing dietro quelle parole. Tutti gli americani, nessuno escluso, hanno nel dna una forma di evangelismo anche se ormai non ha più necessariamente a che fare con la religione. Gli europei sono più pragmatici, gli americani ancora credono in qualcosa a cui dedicare la propria vita. Voi guardate con sospetto alle manovre di Google o di Facebook pensando che ci sia sempre un ritorno economico o qualche oscuro piano. Ma le cose non stanno così. Dietro c’è una nuova forma di religione. E, proprio per questo, è molto più pericoloso ».

Garcia Martinez ha aiutato a costruire il sistema di raccolta pubblicitaria di Facebook dopo che la sua AdGrok è entrata a far parte di Twitter nel 2011. È stato uno dei pochi del suo dipartimento ad aver avuto diversi meeting con Zuckerberg. La pubblicità infatti, almeno ai tempi, non era giudicata interessante, solo necessaria. Martinez passava il tempo a cercare di ottimizzare la piattaforma in un periodo cruciale, poco prima che la multinazionale facesse il suo ingresso in borsa. Poi lasciò l’azienda e si mise a scrivere. Ultimamente si è convinto che il quotidiano più letto al mondo, Facebook appunto, stia aiutando a costruire una società fatta di micro comunità isolate nel proprio estremismo incapaci di confrontarsi con la diversità. Formando quelle che ormai tutti chiamano “camere dell’eco” dove si sente solo il ripetersi della propria opinione. La causa sarebbe la personalizzazione della bacheca degli utenti, che diventa visione del mondo circoscritta. «È pericoloso perché ti fornisce una realtà fatta per i tuoi occhi senza contraddizioni», prosegue. «E non c’è solo questo, c’è anche l’automazione. Insomma, rispetto al rischio di una rivolta di piazza della classe media americana di provincia, Donald Trump è di gran lunga un’opzione migliore. Eppure Trump è stato un messaggio chiaro mandato da quella stessa classe media alle élite di Wall Street e della Silicon Valley. Il mio sincero timore è che i meccanismi democratici che sono sta già messi alla prova possano cedere ».

L’ex dirigente di Facebook fa aventi-indietro fra la sua isola e San Francisco, che ormai detesta. Ma non si può permettere di tagliare definitivamente i ponti, anche perché l’ultimo figlio che ha avuto è ancora molto piccolo. Qualcuno lo ha già inserito nella schiera, sempre più folta, dei “pentiti” della Silicon Valley assieme a figure di primo piano come il cofondatore di Twitter Evan Williams, il “padre” della realtà virtuale Jaron Lanier, l’ex collega Chamath Palihapitiya che di Facebook è stato vicepresidente. Un coro montante al quale ultimamente si è aggiunto perfino Tim Cook, a capo di Apple. Ma con una differenza importante: Antonio Garcia Martinez è molto più apocalittico. «È strano che nessuno si renda conto di quanto sia pericoloso vivere in un mondo dove i software ti fanno ascoltare esattamente quel che vuoi ascoltare e vedere quel che vuoi vedere», conclude lui. «Le persone da sempre vogliono evitare che la propria visone sia messa in discussione e ora viviamo in una realtà dove ci si può crogiolare nella propria dissonanza cognitiva per sempre. A meno che non ci sia un’invasione aliena, nessuno ti costringerà più a guardare in faccia una contraddizione. Lo scontro politico attuale è uno specchio di questa trasformazione. Leggevo la stampa repubblicana durante la presidenza Obama e ora leggo quella democratica nell’era di Trump. Nell’isteria, si somigliano in maniera straordinaria». L’Europa, sostiene, è più civilizzata ma non pensa affatto sia immune a un fenomeno del genere a lungo andare. Per questo ha già iniziato a far le valige per andarsene sulla sua isola pronto ad affrontare ogni evenienza. Antonio Garcia Martinez, ex top manager di Facebook poi uscito in polemica con il fondatore, di cui è diventato un implacabile accusatore, visto da Dariush Radpour </p>

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