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La tecnologia spegne la voglia di novità

La tecnologia spegne la voglia di novità

10 Settembre 2013 Redazione SoloTablet
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Una delle riflessioni che Edmund Phelps ha condiviso con i lettori di la Repubblica in una intervista di Eugenio Occorsio. Il tema è la crisi attuale e come essa possa essere superata. In passato le crisi venivano superate grazie a garnde capacità di inventare cose e mondi nuovi. Oggi questa capacità sembra essersi inaridita.

La sfida dell'ottantenne Edmund Phelps, che insegna macroeconomia alla Columbia University "La crisi del nostro mondo va attribuita all'incapacità di inventare. Spinta esaurita negli anni '70'

«Me lo sono sentito chiedere tante volte: la crisi attuale, che non riesce a passare, è una crisi dell'Occidente? Ci ho messo un po', diciamo qualche decina di anni di studio, per capirlo. E mi

sono convinto che la risposta è: sì, certo». Edmund Phelps è tutt'altro che un filosofo un po' lontano dalla realtà, è un rigoroso economista premio Nobel abituato a basarsi sui fatti, che ha

appena compiuto ottant'anni ma dirige a tempo pieno il Center on Capitalism and Society della Columbia University, dove insegna macroeconomia dal 1982. «Non voglio avallare il parere che sia in crisi il capitalismo: siamo in crisi perché abbiamo perso la capacità di fare innovazione.

È svanito il senso comune del valore delle invenzioni, delle scoperte, del progresso rivoluzionario, che teneva uniti ricercatori, imprenditori, accademia, popolazione. Fino a qualche anno fa era come se tutti insieme si fosse protesi verso un fine migliore, verso un continuo scatto in avanti.

C'era la necessità condivisa di non fermarsi, di rischiare, di gettare il cuore oltre l'ostacolo. Tutto perso. Il risultato è che l'arresto della crescita economica ormai da anni, nonché il drammatico accentuarsi delle diseguaglianze sociali». Allievo di James Tobin e Thomas Schelling a Yale negli anni '50, nel 2006 gli è stato attribuito il Nobel "per il suo contributo alla conoscenza delle condizioni per la piena occupazione e la massimizzazione del salario", come si legge nelle motivazioni dell'Accademia delle scienze di Stoccolma. E la principale di queste condizioni è l'innovazione, tema sul quale ha focalizzato i suoi più recenti studi. Il risultato è il libro Mass Flourishing: How grassroots innovation created jobs, challenge and change, appena uscito per la Princeton Press, che verrà fra poco in Europa a presentare.

Professore, non le sembra un po' paradossale parlare di scarsa innovazione quando viviamo la rivoluzione di Internet e usiamo ogni minuto una panoplia di strumenti digitali?

«Me lo chiede per prima cosa chiunque ascolti questa teoria. Rispondo invitando a una riflessione: Internet, e allarghiamo il discorso a tutto l'hi-tech e perfino all'indimenticato Steve Jobs, è frutto di un pensiero circoscritto a una determinata zona della costa della California. Basta arretrare di qualche chilometro e addentrarsi nel cuore degli Stati Uniti fino, compresa la costa est di New York e Boston, per trovare molto meno spirito innovativo. Anzi, zero. Poi pensateci: Internet non è più che un'applicazione commerciale di una tecnologia militare sviluppata negli anni '60. Proprio dove io colloco la fine dell'innovazione».

E Jobs, che lei ricordava?

«Ah, no. Jobs era un genio assoluto. Un mago, un visionario, un avventuroso, uno spirito libero. Ne nasce uno ogni non so quanti milioni. Se ce ne fossero altri il problema non

esisterebbe...purtroppo non ce ne sono più».

...completa la lettura

 

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