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Previsioni 2016: mille piccole narrazioni crescono, le grandi evaporano!

Previsioni 2016: mille piccole narrazioni crescono, le grandi evaporano!

15 Dicembre 2015 Redazione SoloTablet
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Tutto è storytelling e narrazione. Lo dicono le grandi Marche, le aziende e la miriade di lavoratori cognitivi impegnati notte e giorno ad arricchire la Rete di nuovi racconti e innumerevoli narrazioni, quasi tutte gratuite o non adeguatamente pagate. Nel frattempo sono scomparse le grandi narrazioni che hanno preceduto l’epoca della modernità e dato forma a utopie e visioni di un futuro possibile diverso dalla realtà del momento.

Lo storytelling è entrato nelle pratiche aziendali come strumento di narrazione della Marca e dei suoi marchi. In un universo online ricco di surplus informativo e cognitivo, la narrazione è percepita come lo strumento più valido per catturare lo sguardo, rubare tempo e attenzione e coinvolgere chi legge in esperienze emozionali capaci di incatenare occhio e mente e di favorire la relazione.

 

Il 2015 è stato per la pratica dello storytelling e delle narrazioni online un anno di svolta. Dal racconto prettamente testuale si è passati all’immagine e alla presentazione visuale dei contenuti, da testi pubblicati periodicamente si è passati all’urgenza del tempo reale. Ne sono derivati approcci che hanno rivoluzionato il modo di presentare i contenuti sul Web e di costruire presentazioni facendo ricorso a immagini animate e in movimento, a infografiche e presentazioni visuali e interattive. Obiettivo finale la possibilità di catturare gli otto secondi di attenzione che il cervello umano è solitamente in grado di dedicare ad una nuova immagine o testo su una pagina Web.

La diffusione della pratica dello storytelling ha reso l’informazione un bene illimitato ma anche molto economico. Tanto economico da mettere a rischio la sua giusta monetizzazione da parte di chi lo produce. A essere costosa è la produzione di senso e la capacità di tradurlo dalla propria mente in scrittura e di condividerlo attraverso linguaggi comprensibili, capaci di comunicare e di creare interazione. In un contesto inondato dai Big Data e dalle loro informazioni il compito sempre più urgente degli editori, dei blogger, dei giornalisti online, degli artisti e dei grafici così come degli illustratori e dei programmatori non sarà quello di generare nuova informazione ma di darle un senso, dei significati, una direzione, una visione e, se possibile, un messaggio futuro e in grado di allontanare l’attenzione dall’eterno presente in cui tutti siamo imprigionati.

E’ un’urgenza sentita anche dal grande comunicatore italiano del momento, sempre concentrato a cinguettare e creare slogan brevi e di effetto certo ma anche ad affermare che “bisogna acerere un pensiero lungo e rifiutare la dittatura dell’istante”. E’ come se Renzi stesso si rendesse conto della insufficienza dei messaggi spot, dei sondaggi online derivanti dal conteggio dei cinguettii di rimando e dei MiPiace sui muri delle facce. La retorica della comunicazione e della politica continua a essere legata alla comunicazione veloce, televisiva, sondaggistica, ma non sfugge ai più la necessità di qualcosa di più profondo e di largo respiro. Qualcosa che c’era nelle grandi narrazioni del passato (quelle nate dall’epoca dell’industrializzazione, della Rivoluzione Francese, del Marxismo, tutte capaci di dare un senso, anche ideologico alla lotta e all’impegno) e che non c’è più, o almeno non è più riscontrabile nelle narrazioni del mondo occidentale. Nella sua brutalità e pericolosità la narrazione del califfato ha una sua forza radicale, profonda, ricca di significati e capace di dare senso anche ad azioni assurde come il martirio e l’autoimmolazione.

Nel frattempo si sono liquefatte anche le grandi narrazioni tecnologiche. Passata l'era di Steve Jobs viviamo ora quella molto più pratica e meno visionaria di Tim Cook. Finita è la grande narrazione di Internet come luogo di democrazia e grandi libertà. Svanite sono anche le narrazioni che hanno accompagnato il personal computer e le sue finestre, Facebook e il suo muro delle facce.

Mentre lo storytelling online si trasforma in narrazione visuale, non cambia il rapporto tra racconto e lettore, tutto centrato sulla capacità di estrarre significati, senso e conoscenza (conoscenze) da semplici dati tra loro non sempre collegati. Come spiegano gli psicologi cognitivisti, i dati servono al cervello per costruire storie, per dare forma a eventi del mondo reale in modo da poterli percepire come realtà. Non è un caso che molte conversazioni siano usate per raccontare storie. Le storie hanno una loro struttura e forma ma soprattutto funzionano e sappiamo di poterci fidare di loro. E’ facile immaginare quali storie siano oggi estrapolabili dal surplus informativo che investe tutti, raggiungendoli ovunque sui loro dispositivi mobili e obbligandoli a esercizi di attenzione anche quando la concentrazione dovrebbe essere rivolta ad altro. Più difficile è saper quante di queste storie funzionino non soltanto perché capaci di favorire un gesto consumistico ma anche perché effettivamente utili e capaci di dare ordine a eventi, dare forma a emozioni e facilitare scelte, decisioni e azioni.

Chi volesse usare l’arte dello storytelling per creare le narrazioni del 2016, deve fare i conti con l’imprevedibilità del futuro che è sempre diverso da quello che è stato previsto nelle narrazioni del presente e dotarsi di nuovi strumenti di comunicazione, di nuovi linguaggi e approcci narrativi determinati dall’emergere e dal diffondersi di nuove tecnologie come quelle indossabili, la Realtà Virtuale e Aumentata e l’Internet degli oggetti. Dovrà anche tenere conto della ricerca costante di senso e di nuovi significati, spesso ricercati attraverso l’interazione, il dialogo e la conversazione in tempo reale (come quella resa possibile da applicazioni come Periscope e Merkaat).

Ciò di cui è meglio essere consapevoli è che ciò che è stato fin qui, anche nell’arte e nella pratica dello storytelling online, non è più. Tutto ciò che verrà per il momento non esiste ancora. Conviene dotarsi dei nuovi strumenti e cimentarsi in nuove forme di narrazione ma maglio non correre, meglio non lasciarsi irretire dall’entusiasmo che sempre accompagna ogni nuova tecnologia, meglio rallentare e puntare sulla qualità della narrazione, sulla sua capacità di comunicare significati e dare senso al futuro e forma ad alternative possibili e diverse da quelle uniformate e indifferenziate che trapelano dalla maggior parte delle narrazioni attuali.

Nella scelta delle nuove tecnologie e nell’innovare gli approcci narrativi nel 2016 non può mancare l’interattività. La narrazione sempre più ibridata da contenuti testuali, immagini, video, grafici, mappe e animazioni varie, deve prevedere meccanismi di interazione per lasciare al lettore la libertà ( o la percezione di libertà) di navigare il testo  e l’informazione predisponendo percorsi capaci di soddisfare i suoi bisogni o desideri legati a un determinato argomento, trama o prodotto. Produrre racconti e storie interattive richiede uno sforzo maggiore ma è l’unico modo per dare forma a narrazioni capaci di durare a lungo nel tempo, di essere ricordate e ricercate anche in futuro.

Il cambiamento dello storytelling tecnologico è destinato nel 2016 a mutare radicalmente per il diffondersi di nuove tecnologie di Realtà Virtuale, di prodotti tecnologici indossabili e per il consolidamento della Internet degli oggetti e dei suoi molteplici sensori intercomunicanti. Molti analisti e trendsetter vedono il 2016 come l’anno della Realtà Virtuale e suggeriscono alle aziende di dotarsi di dispositivi come il Gear VR di Samsung o l’Oculus VR di Facebook ma soprattutto di ripensare le loro narrazioni marketing e commerciali per sfruttare gli ambienti coinvolgenti e immersivi della realtà virtuale. Le narrazioni virtuali offriranno esperienze impossibili nella vita reale come la visita di centri commerciali senza muoversi di casa, la sperimentazione di prodotti scelti prima di averli acquistati e neppure fisicamente toccati.

La Internet degli oggetti si sta diffondendo sempre più realizzando nuove infrastrutture tecnologiche interconnesse e composte sia di componenti fisici sia di software e sistemi informatici. Su queste piattaforme sarà possibile costruire nuovi livelli di narrazione nei quali gli oggetti stessi potranno trasformarsi in elementi e protagonisti della narrazione, grazie all’uso di tecnologie per il riconoscimento facciale, alla connettività wireless, alle applicazioni di Realtà Aumentate e ai numerosi sensori di movimento disponibili.

La sorpresa dello storytelling 2016 potrebbe venire dalle tecnologie indossabili e da prodotti come Watch di Apple. Non tanto nella loro produzione quanto nella rapidità con cui le storie possono essere condivise e nel modo in cui possono essere trasformate e/o arricchite con informazioni contestuali, filmati Periscope in tempo reale, dati raccolri da sensori di movimento o di impulsi vitali e molto altro.

Nell’impossibilità di prevedere cosa ci riserverà il nuovo anno e nella certezza che nessuna narrazione sarà in grado di anticipare il futuro, potrebbe essere interessante ed eccitante sperimentare forme di narrazione non condizionate tecnologicamente. Narrazioni capaci di comunicare significati, dare forma e soddisfare desideri, far sognare alternative possibili per sfuggire dalla tirannia del presente, ipotizzare nuove utopie o spazi temporaneamente liberati dall’imperativo del consumo compulsivo ma anche da Facebook, Twitter e Amazon, di letture lente e lontane dalla Mobilitazione Totale (titolo dell’ultimo libro di Maurizio Ferraris) a cui la tecnologia ci chiama ogni giorno.

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