E tu chi sei?

23 Marzo 2021 Nausica Manzi
Nausica Manzi
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Intravedere se stessi e gli altri per esistere altrimenti.

 

Mi trovavo su un autobus di linea, uno di quelli che collegano i piccoli paesi tra di loro, che, per andatura e perché vi si respirava noia da solito percorso, sembrava un'onda che cresce, si riempie e poi svuotandosi, si ritira firmo a placarsi e fermarsi del tutto sulla riva. L'autobus-onda non era pieno e, tra me e me, pensavo non lo sarebbe stato mai più, visto questo virus che come un argine sembra soffocare ogni onda di vita oppure magari vuole provare soltanto a riorientarla...

Quindi il piccolo autobus, oltre me, conteneva altre sei persone, ognuna rigorosamente nel suo mondo racchiuso tra una mascherina e occhi stanchi, felici o del tutto immobili. Tra queste, proprio due sedili davanti al mio, c'era un bambino con sua madre. Circa otto anni, il bambino, onda innocente che apprendeva a trovare il suo ritmo in quel mare immenso di esistenza, era seduto accanto al finestrino. Non stava fermo un attimo: sarebbe diventato un'onda bella terribile! Nonostante le continue richieste della madre, il bambino era deciso a rimanere seduto girato verso il sedile a contare dei mattoncini che si era portato dietro. Si chiamava Massimo e ripeteva ossessivamente una parola appena imparata " Intravedo". 

Mentre il viaggio continuava, Massimo alternava momenti di euforia ad attimi di tranquillità, in uno di questi ultimi, è stato per me un grande custode di esistenza.

Tra le parole della madre, Massimo si era appoggiato con la testa al vetro e con un occhio, tra i sedili che ci dividevano, aveva iniziato a scrutarmi. Sentendomi osservata ed interpellata da quello sguardo simpatico di un'onda terribile, avvicinandomi allo specchio, ma senza toccarlo, giusto il necessario quindi per intravederlo anche io, allo stesso suo modo, l'ho salutato con la mano, ottima sostituta per un sorriso soffocato dalla mascherina. A quel mio saluto, nella sua mascherina quasi abbassata del tutto, Massimo ha strabuzzato gli occhi e mi ha detto " Ti intravedo" e girandosi verso il vetro ha sorriso, fiero.

Quando la fermata di Massimo e sua mamma si avvicinava il bambino si è di nuovo avvicinato al vetro per guardarmi, anzi per intravedermi. La mamma lo ha invitato a staccarsi da lì e a salutarmi normalmente affacciandosi interamente nel corridoio, ma lui, onda ribelle, ha risposto: " Io intravedo, non mi serve il corridoio!". L'autobus poi si è fermato e mamma e figlio sono scesi, onde, nella loro parte di mare.

La lezione del piccolo Massimo è quella del saper intravedere. Intravedere si usa solitamente per indicare il vedere di sfuggita, vagamente, ma in realtà tale verbo significa vedere dentro, internamente. 

Cosa vediamo degli altri? Cosa vediamo di noi stessi? Poco, pochissimo. E non parlo di certo di vedere l'esteriorità, bensì di quella rara capacità di scendere nelle profondità delle nostre rughe, al di là dei nostri sorrisi, affogando nelle nostre lacrime; parlo di un dentro di senso ignorato, calpestato, ma che costituisce le fondamenta di anime da reinventare ogni giorno, alberi di cui seguire i solchi delle radici per tornare a stupirsi e a prendersi cura dei meravigliosi fiori che una nuova primavera, risveglio e rinascita di sé, porterà.

Intravedere però è un'azione delicata a cui ci si deve allenare. Dovremo seguire la tecnica di Massimo, il bambino onda ribelle e custode di esistenza: prima di tutto, egli si è messo di spalle alla direzione solita e noiosa dell'autobus-onda, quindi per apprendere ad intravedere, bisogna come prima cosa saper vivere controcorrente attraverso il proprio pensiero e la propria azione, essere scintille di tenera rivoluzione partendo dal proprio piccolo mondo. Per intravedere bisogna quindi essere se stessi, essere bussola e direzione rinnovata fatta di idee, passione e vita, al di là di una corrente che vuole trascinarci in un dimenticatoio d'esistenza.

Massimo poi, per intravedere, si è intrufolato delicatamente e impetuosamente, tra se stesso e ed un'altra persona, "buttando" il suo vigile occhio senza paura, in sospeso tra l'essere una fragile carezza ed insieme un forte schiaffo che ti scuote,  esponendolo verso l'altro e davanti un vetro di un autobus che rifletteva i suoi stessi movimenti. Quindi, in secondo luogo, per apprendere ad intravedere, dobbiamo essere la tenerezza che insidiandosi ci fa sentire parte di un mondo e la forza che, apparendo nella sua prepotenza, ci interpella ad esistere con una nuova prospettiva: quella di quell'occhio che reclama il nostro stesso sguardo.

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Infine, prima di riprendere la sua strada, Massimo ha sorriso, guardandosi a quello stesso specchio dell'autobus che, da quel momento, rifletteva insieme lui e me che  aveva interpellato, intravedendomi, e che insieme non eravamo più gli stessi di un momento prima, perché ci eravamo reciprocamente intravisti: quindi, in ultima istanza, per apprendere ad intravedere, bisogna scoprirsi contenitori e contenuti di occhi altrui, in cui siamo riflessi, custodi, trattenuti, maltrattati o amati, ma comunque presenti come su quel vetro di un autobus, che è la metafora di un mondo di onde che sono occhi e in cui dobbiamo scoprirci imprescindibilmente presenti, ognuno nello sguardo altrui, e quindi sentirne la responsabilità e la chiamata a cambiare, a divenire sorrisi, tra forza e fragilità, carezze e custodi di esistenza.

Intravedere è un compito delicato e rivoluzionario, necessita di capacità critica di un pensiero e di un'azione controcorrente, di tenerezza e forza creatrici e di responsabilità di contenitori e contenuti di occhi in un mondo da reinventare giorno dopo giorno. Quindi, oserei dire, che intravedere ci fa divenire lanterne nell'oscurità: lanterne che, immersi in un buio profondo, permettono di illuminare l'intorno poco a poco, pian pian approfondendolo, girandosi, alzando la prospettiva, camminando nella profondità a piccoli passi, senza paura, perché siamo portatori di una piccola luce e custodi di tutte le altre lanterne che incontreremo e che, come noi, staranno pian piano combattendo per scoprire l'essenza luminosa di quella oscurità. Lanterne che lasciano intravedere e additano il cammino nella profondità di senso celata in una spaventosa oscurità apparente.

Questa apparente oscurità in cui dobbiamo, intravedendo, vedere dentro, delicatamente ed impetuosamente con la stessa tecnica di quel bambino, è la nostra identità, la nostra essenza più vera. Quando ci sentiamo lanterne che scendono e tornano ad illuminare l'altrui e la propria essenza più vera, allora l'intravedere si trasforma meravigliosamente in un " intraguardare": abbandono il solo vedere, come quello che permette di fare il corridoio di un autobus, e arrivo al guardare, ovvero a catturare davvero quello sguardo che mi interpella e così recuperare la mia identità nella sua, abbracciandola e mi fa tornare a capire cosa sono davvero.

L'intravedere di Massimo infatti portava con sé questa domanda: E tu chi sei? Sei una lampada di luce di tenera rivoluzione persa nell'oscurità di un corridoio di un autobus-onda di un mare mondo in cui esso fa sempre il solito percorso e dimentica la bellezza che ha dentro e che può portare a chiunque, intravedendo prima per intraguardare dopo, ovvero ritrovandosi lanterna tra altre lanterne di carne ed ossa che si rimettono al mondo reciprocamente, camminando nell'oscurità di un mondo di identità perse per tornare a far luce, insieme, nel coraggio e nella responsabilità, alla verità, all'essenza vera di tutto ciò che si è per esistere altrimenti.

Intravediamo e intravediamoci per tornare a guardare fuori per guardarci dentro ed esistere in maniera nuova ed agire perché ognuna di queste lanterne non si spenga mai, nei corridoi grigi o nei percorsi noiosi di un comune autobus di linea. Intravediamo i dettagli e poi guardiamoci reciprocamente riflessi sul vetro di quell'autobus, ovvero di un mondo di vita che si muove e attende, ogni volta, solo uno sguardo controcorrente, tenero, rivoluzionario e responsabile per tornare a respirare.

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