Il diritto nell’era del digitale /

Diritto e arte: liberi di non sognare più.

Diritto e arte: liberi di non sognare più.

05 Giugno 2021 Fiammetta Cioè
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In una società globalizzata, in una post-modernità consumistica risultato dell’era digitale, l’individuo perde il contatto con se stesso nel tentativo di omologarsi a una massa che non risponde però alle sue personali esigenze. In questa società liquida, come affermerebbe Zygmunt Bauman, o meglio tecnoliquida, come la vedrebbe lo psichiatra Tonino Cantelmi, perdersi è estremamente facile, rimanere ancorati al proprio io è lo sforzo più grande. L’originalità risulta, infatti, essere l’unica strada possibile verso la libertà individuale e la realizzazione personale.

Eugenia Faustini è una mia cara amica, si è laureata in Arte e Scienze dello Spettacolo alla Sapienza e si è diplomata all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatico Silvio D’Amico. Attraverso il suo racconto ho voluto denunciare nel mio blog la situazione di disagio e di frustrazione che attanaglia molti giovani artisti emergenti, che stanno assistendo inermi alla frantumazione dei loro sogni.

Eugenia non si limita a descrivere le lacune normative che non permettono una giusta ed equa retribuzione dei lavoratori dello spettacolo, cosa nota ai più, e che purtroppo è riferibile anche a molti altri settori. Lei va oltre, interpretando quel senso di disorientamento e di vuoto che caratterizza un mondo virtuale che corre sempre più veloce e che lascia ai nastri di partenza molti giovani, ignorando i loro sacrifici e il loro talento.  

Buona lettura!


 

“Ci si sente liberi nella misura in cui l’immaginazione non supera i desideri reali e nessuno dei due oltrepassa la capacità di agire” Zygmunt Bauman

L’attuale situazione pandemica ha messo chiaramente in luce, qualora ce ne fosse stato il bisogno, tutta una serie di problematiche relative alla filiera del mondo dello spettacolo. Il buco normativo che aleggia sulla macro categoria dei lavoratori di questo settore si è fatto sentire con maggiore insistenza e peso rispetto al passato, in cui forse si poteva ancora nascondere la polvere sotto il tappeto.

L’eterogeneità che compone l’universo dello spettacolo rende indubbiamente difficoltosa una giurisdizione adeguata al sistema. L’industria degli eventi dal vivo, come quella dell’audiovisivo, ha dinamiche ed esigenze multiformi e certamente non si può pensare di applicare ad essa gli stessi modelli e leggi di altre categorie. Si è fin da subito percepita la precarietà dei diritti dei lavoratori e il gap abissale con altre tipologie di lavoro, sicuramente meglio inquadrabili in strutture più definite. Tutto quello che di marcio c’era prima della pandemia da Covid-19 ci è piombato addosso come un boomerang e ci ha fatto male. Sono troppi i lavoratori di questa categoria per essere ignorati dal sistema.

 

 

Nel 2019 il numero dei lavoratori dello spettacolo con almeno una giornata retribuita è stato di 327.812[1]. Le figure preposte a supportare i liberi cittadini, come avvocati e commercialisti, spesso ignorano le strutture e i diritti che regolano questo settore facendolo sentire isolato e senza mezzi sufficienti atti a far valere i propri diritti. Numerosi tavoli di discussione e incontri si sono svolti in questi mesi, ma un’ipotesi di normativa solida sembra ancora lontana.

Dai dati dell’Osservatorio statistico dell’INPS emergono chiaramente problematiche disparate: sempre con riferimento all’anno 2019, la retribuzione media annua è risultata essere di 10.664 euro, con un numero medio annuo di 100 giornate retribuite. Forti le differenze per età e per genere: nonostante la classe d’età modale sia quella tra i 25 e i 29 anni, che rappresenta il 13,9 % dei lavoratori totali, la retribuzione aumenta al crescere dell’età, aprendo divari generazionali nettissimi, ed è costantemente più alta per il genere maschile; 11.749 euro contro 9.199 euro di quello femminile.[2]

Fin da quest’analisi superficiale emergono chiaramente problemi lavorativi strutturali e rilevanti, non da ultimo quello del ‘nero’. Consapevole della situazione e dei vari risvolti sociali ad essa connessi, chi governa il nostro Paese, dall’anno passato fino ad oggi, ha varato sostegni e aiuti ai singoli privati, più con l’idea di tamponare una diga che si era appena rotta piuttosto che, nell’ottica di una vera ripartenza, sanare le imprese a monte nel tentativo di far ripartire le produzioni, creando così nuovi posti di lavoro. In un primo momento la cosa era sicuramente auspicabile, ad oggi risulta una pratica limitante, che non proietta le imprese al futuro, ma le ristagna in balia di un non ben identificato domani.

Tutta la contrattualistica riguardante i diritti dei lavoratori dello spettacolo dovrebbe avere come riferimento e caposaldo legale il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL). Esso acquisì valore giuridico a partire dal 1941. Da quella data molti sono i cambiamenti che si sono succeduti e che hanno visto cambiare la società, il mondo lavorativo, le esigenze nuove che si vanno continuamente riversando nella nostra realtà sempre più veloce e multiforme, ma altrettante riforme e cambiamenti non sono stati apportati invece al Contratto di cui sopra.

Conseguenza evidente di ciò è che più spesso di quanto si creda, anche realtà produttive importanti, come enti statali sovvenzionati dal FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo), si ritrovano schiacciati da una burocrazia sempre più invadente che soffoca le strutture e non rispecchia minimante le esigenze del presente. I primi a farne le spese sono i singoli artisti, per i quali sempre meno spazi e possibilità gettano disperazione e fame nelle loro vite.

 

Le spese di messa in agibilità di tutte le figure necessarie ad una produzione, ad esempio, sono spesso enormi per i teatri che si vedono costretti a proporre contratti con l’agibilità relativa solo ai giorni effettivi della messa in scena e non a quelli di prove, con una conseguente e disastrosa ricaduta sui contributi accumulati dai singoli. Dove la situazione risulta essere ancora peggiore, come nei teatri di impresa privati, medi e piccoli, spesso è l’organizzazione a chiedere di pagare l’agibilità alle compagnie o ai singoli artisti, che, pur di veder rappresentato il frutto del proprio lavoro, scendono spesso a questo compromesso.

La diretta conseguenza dei problemi legati alla contrattualistica insieme a tanti altri, non da ultimo l’eccesso produttivo rispetto alla domanda effettiva, ricade sulla professionalità della categoria, sempre più assimilabile ad un lavoro “di serie B”, declassato e lontano da tutte quelle che sono o dovrebbero essere le norme in un Paese che con il primo articolo della Costituzione si definisce una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Le “non-tutele” e l’assoluta extra-ordinarietà della tipologia del settore stanno pian piano appianando il professionismo mettendolo di fianco al dilettantismo e all’amatorialità.

L’insegnamento delle materie inerenti allo spettacolo, ad esempio, non viene classificato insieme ai contributi ex-enpals, ma, nel migliore dei casi, confluisce nella gestione separata dell’Inps. Tutto ciò provoca uno sfaldamento e una divisione che difficilmente lascia ben presagire in un futuro con prospettive chiare e definite. Questi, insieme ad altri fattori, come la totale mancanza di statuti che regolino a dovere malattie, gravidanze, ferie su cui ogni lavoratore fa affidamento, sono alla base dello svilimento a cui il mondo dello spettacolo è continuamente sottoposto.

Il regime contributivo a cui la categoria è soggetta è particolare, con tipologie extra-ordinarie che non si possono applicare in modo univoco a tutto il calderone in cui si riversa il vastissimo materiale umano e le diverse specifiche professionali del caso. Un po’ per la mancanza di una legislatura chiara a monte, un po’ per la negligenza diffusa, trovare delle figure professionali competenti che siano di supporto ai singoli, primi fra tutti i commercialisti, è molto difficile. Persone competenti in ambito di Diritto del lavoro nel mondo dello spettacolo sono rarissime, e spesso il singolo si ritrova solo e smarrito di fronte a compiti burocratici di cui non ha competenze adeguate né tecniche di gestione.

Non avendo una linea chiara con cui tracciare chi è professionista e chi no, risulta evidente che tutti sono alla fine in un unico grande mare, in cui ognuno nuota per conto suo, senza sapere bene dove; la tipologia di lavoro sembra sempre più somigliare ad un hobby, ad un’intermittenza con continua instabilità, piuttosto che ad un impiego di crescita e sviluppo in termini di professionismo e remunerazione.

 

La sovrapproduzione di eventi e prodotti culturali lascia spesso fuori dai propri calcoli l’assorbimento della domanda. I richiedenti sono in numero troppo basso, e cullarsi solo su finanziamenti, pubblici e non, di certo nuoce alla filiera tutta, che pian piano si ritroverà ad avere un campo di azione sempre più esiguo.

Un segnale di controtendenza, però, è stato dato qualche anno fa dal Piccolo Teatro di Milano: superando il record di 25mila abbonati ha scalzato a sorpresa il monopolio calcistico. Inoltre, il 35% degli abbonati sono risultati giovani al di sotto dei 26 anni. Questo importante dato, frutto di un lavoro costante da parte di tutta l’equipe organizzativa, è segno che non manca la richiesta, piuttosto non c’è un reale impiego di forze laddove sono più necessarie: bisogna preparare il pubblico ad accogliere la produzione con nuovi ed innovativi slanci.

Le imprese culturali possono non solo giocare un ruolo economico di rilievo all’interno del Paese, ma devono incarnare momenti dalla forte dimensione sociale. Il progresso tecnologico può diventare uno strumento di promozione ambizioso, capace di parlare veramente alle masse. La cultura è l’unico bene che quando viene distribuito aumenta il suo valore di crescita ed è un punto focale per la ripartenza. Dare credito alla cultura significa dare credito a tutto il Paese.

La non meritocrazia frustra terribilmente l’essere umano, che si chiede perché ha impiegato il suo tempo a specializzarsi in qualcosa che non è riconosciuto, o peggio, trattato alla stregua di un amatore. I tempi dell’artista che brucia di passione e crea senza ricevere nulla in cambio sembrano essere superati da un po’ e la stanchezza ha iniziato a prendere il sopravvento.

Qualcosa recentemente parrebbe essersi ridestato e non sono poche le associazioni nate durante la pandemia che hanno fatto sentire la propria voce nel tentativo di riformare una categoria già slabbrata e in affanno da tempo. L’U.N.I.T.A. (Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo), ad esempio, è un’associazione nata l’anno passato dallo sforzo di attori e attrici che si sono ‘uniti’, per l’appunto, con lo scopo di far valere i propri diritti di lavoratori a pieno titolo e molte sono state le battaglie affrontate in questi mesi per ridare la dignità perduta alla categoria tutta. Un volto nuovo quindi, creato da professionisti per professionisti, che ha portato e sta portando numerosi benefici, lottando senza sosta. Il 18 Aprile 2020 è stato firmato il rinnovo del CCNL, la qual cosa non avveniva da dieci anni. La strada è ancora lunga e tortuosa, ma se c’è qualcosa di positivo che si può cogliere da questo fermo lavorativo obbligato è proprio il senso di unione e compattezza verso obbiettivi comuni: far sentire la propria esistenza in quanto categoria, non più come universi isolati gli uni dagli altri.

In una società globalizzata, in una post-modernità consumistica risultato dell’era digitale, l’individuo perde il contatto con se stesso nel tentativo di omologarsi a una massa che non risponde però alle sue personali esigenze. In questa società liquida, come affermerebbe Zygmunt Bauman, o meglio tecnoliquida, come la vedrebbe lo psichiatra Tonino Cantelmi, perdersi è estremamente facile, rimanere ancorati al proprio io è lo sforzo più grande. L’originalità risulta, infatti, essere l’unica strada possibile verso la libertà individuale e la realizzazione personale.


[1] Dati INPS pubblicati dall’Osservatorio in data 28 Maggio 2020.

[2] Ibidem.

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