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IN ASSENZA DI CORPI CI INNAMORIAMO DI MACCHINE 🍒🍒

IN ASSENZA DI CORPI CI INNAMORIAMO DI MACCHINE 🍒🍒

22 Gennaio 2022 Carlo Mazzucchelli
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Siamo sempre in movimento verso Altrovi virtuali e digitali, dovremmo farlo attraverso esperienze esistenziali fatte di scelte e di azioni etiche capaci di dare un senso alla vita, anche a quella degli Altri, rivalutando i loro volti e gli sguardi. Nella consapevolezza che il nostro essere è bisognoso dell’Altro, dipende dalla vicinanza e dalla presenza, dalla comunicazione con e dal riconoscimento dell’Altro, dal suo desiderio a noi rivolto che poi è un desiderio di farsi riconoscere, uguale al nostro. Anche nella conflittualità che ne deriva. A caratterizzare l’incontro è lo sguardo, a volte reificante, giudicante, sconvolgente e destabilizzante ma anche rincuorante perché fa sentire meno soli, capiti, compresi, ci identifica, ci fortifica, riempie il nostro vuoto, attiva in noi nuove possibilità e ci realizza, pur nella contrapposizione, nella negatività e nella conflittualità. Recuperare corpo, volto e sguardo è diventata una missione per tutti ma per realizzarla serviranno coraggio, capacità di pensiero e tanta cura.

Sarà per la pandemia, per l’abitudine a lavorare in distanza, per il calo della libido e del desiderio, per il troppo tempo passato a guardare porno online, per le difficoltà nelle relazioni di genere, per l’aumento di ansia e depressioni varie, sta di fatto che ci sentiamo sempre di più attaccati emozionalmente, da innamorati, a macchine, robot, assistenti personali, intelligenze artificiali, che ci parlano e ci sorridono compiaciuti dalla moltitudine di schermi nei quali disperatamente e pieni di speranza ci specchiamo. Come se dovessimo corrispondere l’amore che essi riversano su di noi in modo sincero, coinvolgente, gratificante e personalizzato. E poco conta se essi siano nella realtà dei semplici simulacri. Fuori di essi intanto pullula una ricchezza incommensurabile e incomparabile fatta di corpi fisici in movimento, bisognosi di attenzione e di carezze, affetto, amore, compassione, empatia, ascolto e comprensione.

🍒 È GIA’ SUCCESSO ALTRE VOLTE – Chi conosce e gioca con la tecnologia da tempo sa che non c’è nulla di nuovo. Era solo il 1996 quando un pulcino di nome Tamagotchi catturò l’attenzione di milioni di persone rubando il loro tempo e richiedendo la loro cura. Necessaria per tenere in vita un simulacro, un oggetto antropomorfizzato ma elettronico, manovrato da abili algoritmi pensati ad arte per generare attaccamento emozionale e affettivo, da parte di persone di ogni genere ed età. Un attaccamento morboso, dopato dall’effetto specchio che, credendole autentiche, assegnava all’artefatto tecnologico una esistenza, una coscienza, una intelligenza e altre capacità umane. Generando comportamenti individuali e collettivi che sono poi serviti alle intelligenze artificiali arrivate dopo per costruire soluzioni e mondi capaci di catturarci e ingannarci.

Dal Tamagotchi in poi, ma forse già prima, la nostra dipendenza dai simulacri tecnologici è andata crescendo insieme al nostro desiderio umano di essere amati ed essere oggetto di attenzione da parte di Altri. E poco importa se chi ci ama sia un padre, una madre, un professore, un influencer, un politico populista di turno o un piccolo robottino in forma di pulcino. Atteggiamenti che lo psicanalista farebbe risalire all’infanzia, a persone poco o per nulla indipendenti come lo sono i bambini. Nulla di strano se si crede a quanto sia determinante nella costruzione della propria identità la relazione con un Altro da sé. Ma cosa succede se l’Altro è un robot, un Tamagotchi, un Jibo (2014-2019), il peluche Kiki (2017) o Samantha di Her? Oggetti abilissimi nel generare simpatia, diventare indispensabili, nel soddisfarci e trasformarci in modo che possiamo adattarci a loro, pur sempre senza alcuna capacità di sorprendere, confondere e generare empatia. Però capaci anche di generare angosce varie per la nostra impossibilità di capire cosa realmente rappresentiamo per l’Altro da noi, in questo caso un simulacro robotizzato, con cui interagiamo (cosa pensa Alexa del suo servo-proprietario?).

Un salto di qualità è avvenuto con Kiki, una macchina a cui era facile attaccarsi perché costruita sui sistemi di credenze e cognitivi umani, capace di muoversi e mandare segnali sonori, dotata di videocamere per catturare e interpretare le espressioni facciali di chi la possedeva e di farsi accarezzare (piegava la testa in segno di approvazione). Con Samantha (2013) di Her il robot diventa amante. Antesignana di tanti robot sessuali iperrealisti, sempre di genere femminile, implementati con algoritmi per il riconoscimento facciale e dotati di voci sexy, capaci di interpretare per soddisfare il desiderio affettivo e sessuale di ognuno.

🍒 IL RUOLO DEI SIMULACRI – Ogni simulacro tecnologico occupa uno spazio intermedio tra realtà e soggettività. Sembra agire da catalizzatore della nostra autonomia, in realtà è un semplice oggetto di consumo, da consumare. La relazione con i nostri giocattoli tecnologici è inevitabile, alimentata dall’illusione di essere noi stessi a crearli e dare loro vita. In realtà non facciamo altro che adattare gli artefatti tecnologici ai nostri bisogni, alle nostre attenzioni e desideri. Ed essi sono abilissimi nel farci tornare alla nostra relazione con la madre. Fanno anche di più, sembrano agire con un disegno in mente, seguendo una sequenza genealogica capace di dare forma a un meccano sempre più complesso, fatto da tanti elementi specializzati e tenuti insieme da un sistema operativo che punta a dare loro concretezza, un carattere proprio e una personalità, a far sparire la loro iperrealtà, sempre imitando l’essere umano con cui si relazionano e sempre dentro un contesto sociale ben definito. Per vederli in azione dovremo aspettare ancora (2030?) ma possiamo stare certi che saranno presto pronti (l’umanoide che cresce nel Cloud, è già tra noi!) a farci da compagni, in forma di animali domestici, badante, coach, amante, ecc., così attraenti da rendere, già oggi, una battaglia di retroguardia opporsi a un accoppiamento fisico e/o psichico con un robot.

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🍒 ASSENZA E MANCANZA – Da persone intelligenti quali ci reputiamo stiamo crescendo circondati da intelligenze artificiali che aspirano a superarci. Dalle macchine ci distingue ancora la capacità di porci delle domande per dare un senso, una direzione e un significato alla nostra esistenza di esseri umani. Una di queste domande ci interroga su quale avvenire ci riserva la perdita di fisicalità, di corpo, dentro un mondo digitalizzato che ci ha rubato anche l’anima, l’interiorità. Superata la separazione mente-corpo, da sempre tema di riflessioni filosofiche, all’orizzonte si prospetta una separazione-relazione nuova tra essere umano dotato di corpo-mente ed essere umano ibridato tecnologicamente, sempre più cyborg, macchina. Alla ricerca costante di individualità, di nuovi orizzonti di senso, di essere che trova la propria ragione nell’esistere, nel costante diventare altro rispetto a ciò che è, la domanda da porsi è come si possa realizzare tutto questo se la relazione su cui è costruita la propria identità è sempre più basata sull’assenza e sulla privazione di un corpo.

Potenti e invincibili online, continuiamo a sentirci incompleti, smarriti, consumati, mancanti di qualcosa nella vita reale. Qualcosa ci sfugge e con questa mancanza, con questo smarrimento dobbiamo fare i conti sempre, misurandoci con la nostra limitatezza. Il tutto mentre lo storyelling di moda ci racconta il superamento di ogni limite grazie alla tecnologia e in tanti, per sfuggire alla sofferenza dell’assenza, alla paura e all’inganno che sempre la vita è, hanno deciso di vivere online, dentro un’esteriorità che anch’essa sfuggente. Online ci sentiamo artefici della nostra vita. Offline ci sentiamo soffocare, paralizzare nella vita di tutti i giorni. Colpa della pandemia e della crisi sistemica che si sta manifestando? E se la sfida consistesse invece nel dotarsi maggiore conoscenza, nella consapevolezza e nella responsabilità? La prima richiede di riflettere sulle informazioni che ci imprigionano la mente, la seconda favorisce la comprensione della realtà e di noi stessi, la terza ci permette di coltivare il pensiero critico e la riflessione.

Sposare la responsabilità significa fare delle scelte, scegliere tra possibilità diverse, esporsi al rischio e fare i conti con le decisioni sbagliate. Rallentare, farsi venire dei dubbi, porsi delle domande, navigare tra antinomie è diventato urgente, unico modo per dare forma e significato alla propria vita, facendosi creatori di realtà, alimentando la propria immaginazione e creatività. Rimanendo aperti, proiettati al di fuori di sé, abitando le crepe e le fessure dell’essere per riempire il vuoto con nuovo senso e altri significati. Sempre attraverso l’Altro, il suo corpo, il suo volto e il suo sguardo. Possibilmente in presenza!

🍒 CORPO, VOLTO, SGUARDO – In attesa di scoprire di essere transumanamente eterni, oggi sperimentiamo la mancanza di corpo, di volto e di sguardi, sostituiti da profili digitali, facce e consumi. Nell’era tecnologica il corpo è diventato tecno. Un tecno-corpo maggiorato, palestrato, tatuato e imbellettato, curato in modo ossessivo, sempre più digitalizzato. Diverso dal corpo nella sua dimensione fragile umana e vitale. Un corpo con cui siamo alla costante ricerca di senso, impegnati nel dare un significato alla propria esistenza, alla ricerca di ciò che ci manca e che continuerà a sfuggirci, causando insoddisfazione e l’emergere di sempre nuovi desideri. Sempre senza rinunciare al nostro corpo, sede del nostro Sé e mai separato dalla nostra anima, dalla nostra mente.

Navighiamo online, dovremmo viaggiare offline, senza meta o destinazioni programmate, riflettendo sulla nostra limitatezza, incompiutezza, alla ricerca di senso, che sempre risiede nell’esperienza individuale della separazione, della propria identità relazionale e nella presenza dell’Altro. La ricerca sta dentro un’era tecnologica del tutti connessi ma soli, che coltiva il superamento dell’uomo e della sua finitezza attraverso la macchina, con i suoi automatismi e le sue certezze computazionali, facendoci dimenticare la nostra creatività e vitalità, la nostra umanità, il richiamo impellente a non accontentarci e a interrogarci sul presente, sulle parole che usiamo, i gesti e la gestualità, i significati, i comportamenti che ci raccontano e descrivono.

Siamo sempre in movimento verso Altrovi virtuali e digitali, dovremmo farlo attraverso esperienze esistenziali fatte di scelte e di azioni etiche capaci di dare un senso alla vita, anche a quella degli Altri, rivalutando i loro volti e gli sguardi. Nella consapevolezza che il nostro essere è bisognoso dell’Altro, dipende dalla vicinanza e dalla presenza, dalla comunicazione con e dal riconoscimento dell’Altro, dal suo desiderio a noi rivolto che poi è un desiderio di farsi riconoscere, uguale al nostro. Anche nella conflittualità che ne deriva. A caratterizzare l’incontro è lo sguardo, a volte reificante, giudicante, sconvolgente e destabilizzante ma anche rincuorante perché fa sentire meno soli, capiti, compresi, ci identifica, ci fortifica, riempie il nostro vuoto, attiva in noi nuove possibilità e ci realizza, pur nella contrapposizione, nella negatività e nella conflittualità. Recuperare corpo, volto e sguardo è diventata una missione per tutti ma per realizzarla serviranno coraggio, capacità di pensiero e tanta cura.

 

 

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