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MA COS’E’ QUESTA CRISI! 🍒🍒

MA COS’E’ QUESTA CRISI! 🍒🍒

28 Gennaio 2022 Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
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La crisi attuale è causa di effetti dolorosissimi ma anche effetto di una decomposizione in atto da tempo, tutta occidentale, di modelli sistemici, istituzionali, economici, sociali ed etici. Altre civiltà non ne sono escluse, la mega-crisi in atto è globale, travalica confini nazionali e aree geopolitiche. Per questo siamo tutti un po’ spaesati per non riuscire a prendere i ritmi di una società in crisi e intimoriti perché il motore della crescita sembra ingolfato. Per questo parliamo d’altro.

“Si lamenta l'impresario che il teatro più non va...Un riccone avaro e vecchio dice: ahimè così non và...L'esercente poveretto non sa più che cosa far...Lasci stare il gavazzare cerchi un po di lavorare...E perfin la donna bella alla crisi s'intonò...E per far la linea snella digiunando sospirò..."Ah la crisi..."...Ma cos'è questa crisi...ma cos'è questa crisi...Vedo nero nello specchio chissà come finirà...Cavi fuori il portafogli...Metta in giro i grossi fogli e vedrà...Che la crisi passerà!..Che la crisi finiràà!!” (Rodolfo De Angelis) 

Di crisi si parla da tempo, almeno dal 2008, quando la crisi ha travolto i mercati finanziari del pianeta. La pandemia questa crisi, mai finita, l’ha acuita facendone proliferare le narrazioni negative. In realtà stiamo tutti dentro una crisi più grande, iniziata molto tempo prima, sistemica, anticipata dal filosofo Benasayag nel suo libro Le passioni tristi del 2003, della quale preferiamo non prendere coscienza per non sentirci costretti a rinunciare, a cambiare, innovare, provare a immaginare scenari futuri che dalla crisi non siano condizionati. 

È una crisi in accelerazione che racconta lo stato patologico di malessere della popolazione occidentale (i cinesi vanno sulla Luna e per le vie della seta!) e il passaggio da una rappresentazione del futuro come promessa a una percezione del futuro come minaccia, fallimento, castrazione, stagnazione. Si percepisce di poterla affrontare alimentando la voglia di comunità (Zygmunt Bauman) e di solidarietà, la cultura dell’uguaglianza, della fraternità e della vicinanza emotiva ma l’alterazione temporale, che ci imprigiona dentro un presente continuo come luogo del successo e di godimento individuale, non fa altro che generare ansia e ulteriori angosce. Impedendo anche una visione equilibrata di passato (oggi disprezzato), presente (oggi dilatato) e futuro (oggi appiattito). 

La crisi di valori e di relazioni umane ha esaltato il narcisismo e le fughe edonistiche verso comportamenti automatizzati, su sentieri già tracciati da altri, pensati per un adattamento sociale al ribasso, imposto e finalizzato alla ricerca del potere e del successo, alla esaltazione della competitività. L’individuo, privato di comunità e solidarietà, finisce stritolato tra la paura che la crisi lo porti al disastro inevitabile e la tentazione di negarla continuando a stordirsi con forme surrogate di droga (tecno)sociale. Venuta meno ogni spinta all’emancipazione, assistiamo a mutamenti antropologici nei comportamenti delle persone che poco lasciano sperare nella capacità di andare alle radici della Crisi o delle crisi attuali. 

🍒 TUTTI A PARLARE DI CRISI 

La crisi è tema ricorrente di narrazioni mediali, almeno di quelle poche che ancora sono ancorate alla realtà e ai problemi reali emergenti quali disoccupazione, precarietà del lavoro, povertà (preferiamo non vederla), disuguaglianza, immobilità dell’ascensore sociale, paura del futuro, ansia e disturbi psichici, tristezza e aumento dei suicidi. A confermare queste narrazioni c’è la percezione di tutti, soprattutto delle nuove generazioni, di sentirsi con le spalle al muro, senza più certezze, incapaci di fare delle scelte e di decidere perché in difficoltà a immaginare futuri diversi (“Predire il futuro non si può, lo si deve. Lo si deve perché non lo si può[1]”), primo passo per provare a imprimere agli eventi correnti una direzione per realizzarli. 

🍒 DI QUALE CRISI PARLIAMO? 

Gli storici parlano delle crisi che si sono susseguite nella storia, oggi alle crisi i media hanno sostituito la crisi, dando ad essa una accezione composita per abbracciare “l’economia, la finanza, la politica, la cultura, i valori, l’autorità, l’educazione, la gioventù o la famiglia[2]”, il lavoro, l’ambiente, e tutti gli altri ambiti esistenziali dell’attività umana. Prima ancora che economica o sanitaria, la crisi è oggi principalmente del sapere, del linguaggio e della conoscenza, è sociale, psichica, legata alla difficoltà a comprendere la realtà e il nostro vissuto esistenziale così come la realtà oggettiva dei fatti. 

🍒 IL SENSO DI UNA PAROLA 

Crisi è parola complessa, con una struttura semantica polisemica che richiama al cambiamento così come al pericolo, alla conservazione così come al rinnovamento. La ricchezza viene dal termine greco da cui ha origine: krinein a cui si collegano anche altre parole come crinale, critica, criterio, criniera[3]. Il verbo krino (κρίνω) significa separare, decidere, valutare, giudicare. Crisi richiama quindi una idea di separazione (l’essere su un crinale, sull’orlo del caos) che ci chiama a diagnosticare e a valutare, a criticare per elaborare un giudizio (un pronostico) e prendere una decisione che possa permettere il suo superamento. 

🍒 IL SENSO DI EMERGENZA 

Il senso della crisi nasce dal senso di emergenza continua che i media da due anni collegano al Coronavirus ma che in realtà nasce da problemi reali ben più gravi e dei quali si preferisce non parlare. Problemi quali la perdita del reddito, la precarietà lavorativa, il rischio povertà, il venir meno di sogni e opportunità per i più giovani, esperienze fallimentari, il sentirsi perdenti (uno su cento forse ce la fa) ecc. Il tutto dentro un contesto che, grazie alla tecnica, suggerisce il superamento di ogni limite e il progresso continuo (ma non per tutti!), celebra l’efficientismo, la produttività e il consumismo, enfatizza nelle narrazioni prevalenti le capacità competitive del singolo per avere successo, anche a spese o contro gli altri. Il tutto vissuto sotto forma di amnesia collettiva, un modo per non affrontare una crisi di sistema che richiederebbe a tutti di esercitare la memoria, la consapevolezza e la responsabilità. La responsabilità è il tratto distintivo e decisivo per superare le incertezze, dominare le spinte regressive e depressive, prepararsi a fare delle scelte e a prendere delle decisioni capaci di orientare e influenzare il futuro.  

🍒 DISPERANZA

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Concetto coniato dalla filosofa Roberta De Monticelli (2015) per descrivere il nostro tempo caratterizzato dal relativismo e dalla impossibilità di intravedere futuri positivi possibili, siano essi personali e/o collettivi. Viviamo vite sociali e gratificanti online ma in realtà siamo immersi in coltri di fumo (cortine fumogene) che impediscono l’orientamento, la ricerca di orizzonti di senso utili a superare l’apatia provando ad agire sulla realtà per interpretarla e cambiarla. La disperanza nasce dal venire meno della fiducia verso una politica corrotta da cui deriva il disimpegno e la crisi delle istituzioni. Nasce soprattutto dal sistema informativo e comunicativo (social) attuale che ha eliminato l’incontro di corpi, volti e sguardi impedendo l’elaborazione di pensiero attraverso processi conoscitivi interpretativi. Processi sostituiti dalla accettazione apatica e passiva di ciò che viene impartito e imposto dal sistema delle narrazioni mediali e tecnologiche dominanti. In questo contesto è venuto meno il dialogo socratico, basato sull’incontro di corpi, con la conseguente rinuncia alla ricerca della verità, alla mobilitazione (anche politica) delle coscienze, alle scelte e alle pratiche etiche. Una rinuncia da cui è derivata l’assuefazione malata al pensiero conformistico e unilaterale oggi prevalente, dentro il quale affogano la realtà, gli ideali (l’ideale), la norma etica, i valori e anche la dignità. Percepire la crisi potrebbe servire al risveglio dall’apatia, a interrogarsi e a porsi delle domande, a prendere posizione, a fare propri o a rigettare i valori proposti. 

🍒 LA CRISI NON È DI PER SÉ NEGATIVA 

La crisi in cui siamo alimenta la percezione di vivere alla fine dei tempi, di vivere in una fase storica che separerà quelli precedenti da quelli che verranno, caratterizzandoli in senso negativo, per alcuni catastrofico. Il cambiamento che sta emergendo non ha necessariamente un orientamento negativo, indica soltanto che un cambiamento è in essere, ci sarà, e obbligherà tutti a prenderne atto, a ripensare valori, giudizi e criteri di scelta. La percezione serve quindi a prendere coscienza che le cose non possono continuare così e che è necessario, partendo dal presente e da ciò che da esso già emerge, ripensare il futuro, prossimo e di lungo termine. Serve anche a capire che a creare la crisi sono stati i comportamenti, le abitudini e i modi di pensare (o non pensare) di prima e a provare a valutare i comportamenti malati e le visioni distorte che alla crisi hanno dato origine. I media che si stanno consapevolizzando della crisi sistemica stanno insistendo sul ruolo dell’economia (PIL) ma la crisi va oltre l’economia, interessa la cultura (dello spreco, dell’efficienza, del consumismo, del dominio sull’ambiente e sulla natura, della felicità individuale, della pretesa delle caste dei più ricchi a dominare il mondo) e gli stili di vita. Ripensare il futuro significa restituire senso a ciò che faremo, un’opera filosofica per definizione. Una ricerca di senso che non può essere lasciata alla tecnica e ai suoi sacerdoti. 

🍒 LA CRISI DEL VISSUTO

La realtà della crisi attuale coinvolge anche il vissuto (erlebnis), una conquista del pensiero fenomenologico della filosofia del Novecento con cui filosofi come Dilthey, Husserl, Heidegger, Merleau Ponty e altri hanno cercato di incarnare la visione logica e metafisica dell’Io. Dopo un secolo di riscoperta del vissuto ne sperimentiamo oggi la sua scomparsa, che va di pari passo con la scomparsa del corpo, del volto e degli sguardi (la percezione nasce dal movimento degli occhi). Una scomparsa collegata al dominio tecnologico sul mondo e alla proletarizzazione mentale che ne è derivata. Dopo anni di conquiste (i corpi dei manifestanti nelle piazze del 68, ecc.), di diritti strappati a poteri identificabili e riconoscibili, oggi i corpi si sentono deprivati della loro identità, derubati di ciò che avevano conquistato, si sono fatti massa, massificati. Ne deriva una sofferenza diffusa, dentro un vissuto sempre meno personalizzato (parola oggi molto usata online ma da demistificare) e sempre più serializzato. L’effetto è una rabbia crescente che si manifesta in mille forme, anche violente, non astratta ma incarnata, senza vie di uscita perché il suo destinatario (il potere o il potente di turno, ecc.), non è più facilmente identificabile e perché la fuga nella prossimità fisica e nella vicinanza relazionale non rappresentano alcuna reale uscita laterale. La difficoltà di vivere nasce dalla percezione di essere dentro un potere tecnologico neoliberista che ci propone mille opportunità ma al tempo stesso minaccia di toglierci molto e di umiliarci, nel sentirci schiacciati dentro moltitudini di ‘sfruttati’, masse di comprimari ridotti a merci e a consumatori e dimentichi di poter essere ancora cittadini. 

🍒 I VALORI PER USCIRE DALLA CRISI  

La crisi attuale è causa di effetti dolorosissimi ma anche effetto di una decomposizione in atto da tempo, tutta occidentale, di modelli sistemici, istituzionali, economici, sociali ed etici. Altre civiltà non ne sono escluse, la mega-crisi in atto è globale, travalica confini nazionali e aree geopolitiche. Per questo siamo tutti un po’ spaesati per non riuscire a prendere i ritmi di una società in crisi e intimoriti perché il motore della crescita sembra ingolfato. Per questo parliamo d’altro. Gli studiosi stanno adattando i loro strumenti di osservazione e di analisi per comprendere la complessità e ridurne le criticità, con l’obiettivo di produrre modelli innovativi fondati su principi diversi. Il passaggio a un nuovo tipo di società che emergerà dopo la crisi, se mai finirà, non avverrà dalla notte al giorno e non sarà determinato da automatismi deterministi come quelli tecnologici, neppure previsionali. Avrà bisogno di immaginazione, fantasia creativa, (tecno)consapevolezza e tanta responsabilità. Solo alcuni dei valori che serviranno per contribuire all’emergere, in forma di nuove relazioni, trasformazioni, eventi e attività, di una nuova società. Valori etici (parole etiche) che andrebbero accompagnati con altri valori quali: comunità, solidarietà, compassione, comprensione, benevolenza, generosità, gentilezza, collaborazione, amore, amicizia, cultura, educazione, equità, uguaglianza, libertà, onestà, ospitalità, dono, fiducia, giustizia, partecipazione, prudenza, reciprocità, relazione, resistenza, sapienza, scelta, temperanza, tolleranza, umanità, e altri ancora. 

I tratti distintivi di questi valori sono stati ben descritti da Duccio Demetrio nel suo bellissimo libro All’antica. Una maniera di esistere: “[...] l’affidabilità, la credibilità, la coerenza, la fermezza non autoritaria ma autorevole, la forza di carattere, l’ottimismo della volontà e della ragione, la riservatezza, la discrezione, la generosità, la nobiltà d’animo, la cura degli altri”.

E voi, che avete avuto il coraggio, la pazienza e la generosità di leggere fin qui, cosa pensate della crisi e quali valori credete possano servire per affrontarla, capirla e superarla? 

🍒 Le immagini usate nella newsletter sono il prodotto della creatività di un illustratore italiano freelance, Joey Guidone, il cui lavoro ha ottenuto numerosi riconoscimenti internazionali. Il suo sito web: https://www.joeyguidone.com/

 

 

[1] LIMES

[2] La crisi senza fine di Myriam Revault d’Allonnes – Obarra edizioni, 2014

[3] Il diritto alla filosofia, Marco Bastianelli, Pag. 145

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