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Il libro delle parole altrimenti smarrite

Il libro delle parole altrimenti smarrite

29 Aprile 2021 Redazione SoloTablet
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OLTREPASSARE CON UN LIBRO - Ci sono parole che, con il mutare continuo della lingua, smettono di essere usate, svaniscono nel dimenticatoio della storia e dell'uso quotidiano. Parole smarite che però non smettono di essere attuali, anzi alcune rappresentano un tesoro nascosto su cui poter contare. Alcune di queste parole mostrano come situazioni, vizi e virtù umani rimangano sempre gli stessi, anche se le parole cambiano. Parole smarrite però hanno una carica descrittiva, semantica ed etimologica potente, una capacità particolare nel descrivere in modo minuzioso atteggiamenti, pregi e difetti inestirpabili, nonostante lo scorrere del tempo. Parole come scopamestieri (precariato di una volta), ventisettaio (giorno di paga), e molte altre. Sarebbe interessante se anche in OLTREPASSARE qualcuno adottasse le parole smarrite per ricordarne la validità attuale e farle risorgere.

Il libro Il libro delle parole altrimenti smarrite di  Sabrina D'Alessandro è pubblicato da BUR Saggi


 

Una raccolta di termini dimenticati. Un vero e proprio strumento di resistenza contro l'appiattimento dell'immaginario, un "tesoretto" di parole di ieri che racconta con sottile ironia vizi e virtù del mondo di oggi.

"Molte parole hanno la capacità di dare voce a cose che altrimenti non vedremmo, creando un'idea dove prima non c'era, e ci consentono di far risuonare la realtà in modo nuovo, diverso. Soprattutto se sono antiche.” È questo lo spirito che anima, da molti anni, la ricerca artistica e lessicale di Sabrina D'Alessandro, fondatrice di un ente "preposto al recupero di parole smarrite benché utilissime alla vita sulla terra": l'Ufficio Resurrezione Parole Smarrite. E dalle attività dell'"Ufficio" nasce questa raccolta di termini dimenticati: malvone, sinforosa, troppodire, redamare e molte altre preziose rarità illustrate e catalogate dall'autrice secondo temi universali quali l'amore, i mestieri, la politica, gli improperi, le gioie e le stupidità umane.

C’è un modo straordinariamente rotondo per definire un uomo di bassa statura e alta considerazione di sé: «salapùzio».

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Una parola poco, pochissimo usata, ma colorita e sonora; quattro semplici sillabe capaci di contenere la complessità di un tipo umano, di raccontarla in modo sincero e immediato, trasformando una realtà sgradevole in allegra catarsi canzonatoria.

Aspre o scioglievoli, enigmatiche o lampanti, le parole hanno la capacità di dare voce a cose che altrimenti non vedremmo, creando un’idea dove prima non c’era, e ci consentono di far risuonare la realtà in modo nuovo, diverso. Le parole non solo sono interessanti, ma soprattutto sono piene di bellezza. Dimenticarle, sostituirle, semplificarle è un po’ come appiattire la nostra stessa percezione della realtà, rinunciando a sfumature e colori che raccontano e trasformano l’identità delle relazioni umane.

Ogni tanto fa bene concedersi un momento di «risquitto», così come variare con una «rùzzola» o un «raperónzolo» i soliti turpiloqui può giovare al fegato e portare la bile a essere meno commossa.

Queste parole esistono anche per aiutarci a vedere e a vivere meglio; tornare a usarle, tornare ad apprezzarle e ad amarle non significa solo salvaguardare un patrimonio linguistico, ma alimentare la ricchezza, e l’allegria, del nostro immaginario profondo.

 

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