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L'adulto deve fare molta attenzione a non abdicare

L'adulto deve fare molta attenzione a non abdicare

01 Ottobre 2021 Redazione SoloTablet
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Fare i genitori è un mestiere impegnativo, si comincia a prendersi cura dei propri figli prima ancora che nascano e non si smette più di farlo per il resto della loro e della nostra vita. È un mestiere che non è mai stato facile, anche perché avere dei figli non ci rende automaticamente dei genitori. Siamo presi da mille rogne, diciamocelo chiaramente! Stare dietro a tutto, essere presenti e sempre in grado di intervenire, prevenire, controllare, ecc., è diventata missione impossibile, almeno così ci diciamo costantemente. Forse per trovare giustificazioni che ci tranquillizzano, forse per mantenerci costantemente allertati nella ricerca di trasformare l’impossibile in possibile e reale.

 Il paradiso risiede nei ricordi della nostra infanzia. In quei giorni eravamo protetti dai nostri genitori ed eravamo innocentemente incoscienti dei tanti problemi che ci circondavano.” –  Hayao Miyazaki


Quinto estratto dal libro Tecnologie e sviluppo del benessere psico-biologico - Prontuario per genitori e ragazzi, per un uso equilibrato della tecnologia scritto da Alessandro Bianchi Carlo Mazzucchelli.

Un libro che gli autori propongono e suggeriscono per le tematiche trattate e per la rilevanza da esse assunte a causa della pandemia che ha visto crescere in modo esponenziale l'utilizzo di dispositivi tecnologici da parte di adolescenti (60% hanno un cellulare) e anche bambini (al di sotto dei 5 anni sono il 15%). Il libro è disponibile in formato E-BOOK e CARTACEO. 

Un libro scritto come un prontuario di sopravvivenza attiva, pensato per genitori, psicologi e psicoterapeuti. Alcune semplici regole per ridurre la fatica della genitorialità e contribuire al benessere psicobiologico dei bambini.

 

 

Cari genitori parliamoci a tu per tu 

Con i figli ne abbiamo passate molte: ce la siamo fatta sotto e ci siamo entusiasmati quando abbiamo scoperto che erano in arrivo, abbiamo vissuto le ansie dell’attesa e drasticamente modificato gli equilibri di coppia, ci siamo abituati a pensarci una famiglia e superato crisi e difficoltà, li abbiamo visti crescere e partecipato alle loro conquiste. Nel frattempo siamo cresciuti anche noi. La mole degli impegni affrontati, il mondo circostante in continuo cambiamento ci hanno traghettato dalla giovane maturità verso, e oltre, i 40 anni. Mettendo resilienza[1] e allostasi[2] a dura prova! 

Molti di noi sono nati ancora analogici (oggi raccontati come immigrati digitali) e appartengono alla Generazione X (nati tra i primi anni del 1960 e il 1980), altri, i più giovani (noti Nativi Digitali e che noi chiamiamo Tecnorapidi), con i piedi ancora in due scarpe sono Millennials (tra il 1980 e il 2000), ma quello che ambedue le generazioni hanno appreso non vale per i nostri figli minorenni, molto più che semplici nativi digitali e componenti di quella che oggi è denominata la Generazione Z o successiva. Generazioni tecnologiche per la facilità con cui interagiscono con la tecnologia ma soprattutto per avere introiettato valori, meccanismi e modalità di interagire con la realtà tipici della tecnologia. La pervasività della tecnologia che caratterizza l’inizio del terzo millennio, differenzia tra di loro le ultime generazioni più di quanto immaginavamo, complicandone la comunicazione e le relazioni umane (anche sociali e con il proprio Sé), tanto da far percepire il gap generazionale come ormai incolmabile. Immigrati digitali da una parte e nativi digitali dall’altra, incapaci o in difficoltà a comunicare, a relazionarsi e a capirsi. 

Ma la verità è che ciò non costituisce una novità assoluta. Nulla di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire. Quando negli anni ’60 la scolarizzazione di massa è stata uno degli elementi del boom economico (i “baby boomers” sono la generazione precedente a quella X e comprende i nati tra il 1946 e il 1964), molti figli del tempo hanno iniziato a parlare un linguaggio (non solo verbale ma espresso anche nei gesti, negli stili di vita e nelle scelte politiche) che molti genitori, scarsamente scolarizzati, balbettavano e facevano fatica cognitivamente a comprendere. Non è inconsueto che molti genitori abbiano difficoltà simili anche oggi, ad esempio che non siano in grado di seguire i compiti dei loro figli. È una difficoltà che in ogni caso non fa venire meno il ruolo di guida del genitore e la sua responsabilità genitoriale. Un ruolo che se non può esplicitarsi nell’aiutare il figlio (figlia) a esercitarsi su un compito scolastico, può manifestarsi nel suggerire o sostenere delle metodologie di apprendimento e di studio, nel praticare la virtù della costanza e dell’applicazione, nel coltivare e mantenere salda la fiducia in sé stessi, nel gestire la capacità di mostrarsi, nel conseguire la consapevolezza dei propri limiti e nel saper gestire opportunamente le ambizioni. 

Le tecnologie digitali possono essere paragonate, in questo contesto, ai compiti scolastici. Anche per esse, una cosa è l’uso tecnico (rispetto al quale i non nativi digitali inevitabilmente arretrano e balbettano) altra le basi per un loro utilizzo consapevole e critico. Come per i compiti, l’uso delle tecnologie può essere una palestra per sperimentare metodologie di apprendimento, scoprire e gestire il proprio senso dei limiti misurandosi con capacità personali e ambizioni, così come riflettere sul desiderio di mostrarsi e misurarsi socialmente (la pratica dei selfie e non solo ne sono alcuni esempi). 

Tocca a noi genitori accompagnare i figli in tutte le basi d’uso della vita. È un’attività che non finisce mai e che oggi deve misurarsi con un Gap generazionale pesante e che non accenna a diminuire. Responsabile di questo aumento è la diffusione della tecnologia e la velocità (di fuga e di accelerazione) della sua evoluzione. Così rapida e dirompente, trasformativa  (generativa) e impegnativa da rendere la vita difficile a tutti i non Nativi Digitali e a chi Tecnorapido fa ancora fatica a diventarlo. 

Ma attenzione: non facciamoci ingannare! 

Le regole del mercato ci suggeriscono un consumo necessario, quasi bulimico e compulsivo, di ogni novità tecnologica. Il messaggio è che bisogna farlo per rimanere al passo e non rimanere indietro. Ma questo messaggio va attentamente compreso e demitizzato. In particolare per comprendere che le regole del mercato non sono le regole dell’Homo Sapiens. Inseguire le novità non è la cosa fondamentale, per quanto cerchiamo di aggiornarci non ci dovremmo crucciare se siamo sempre un po’ arretrati. Più grave è il rischio che l’inseguimento delle Novità tecnologiche finisca per distrarre dalle Costanti, quelle mammifere (descritte nella prima parte dell’e-book). 

Nella Regola 6 abbiamo sottolineato il rischio, nell’uso delle piattaforme di  social networking, di alimentare un Apparire rispetto a un Essere: Il nostro cugino Pan Troglodytes non appare, è; i Bisogni fondamentali che a lui ci accomunano e quelli specifici umani sono; i Funzionamenti di Fondo della salute sono; l’integrazione del Sé, la comunicazione PNEI tra sistemi psicologici e biologici, la continuità tra le esperienze dell’infanzia e quelle adulte sono

Il resto sono variabili in divenire. 

Quali sono le costanti del ruolo di guida

 

Il primo passo per comprendere ciò che distingue l’Apparire dall’Essere e il ruolo che la tecnologia assume nel determinarne le loro manifestazioni, oggi sempre più spesso esplicitate attraverso realtà virtuali e digitali online, è di fare mente locale, conoscere meglio e misurarsi con alcuni punti fermi. 

Il neonato nasce capace di riconoscere (in modo diretto e non ancora cognitivamente consapevole) e manifestare i propri bisogni. È capace di  azioni utili a soddisfarli, ma non in grado di farlo da solo. Questo è il ruolo adulto: soddisfare i bisogni e accompagnare nello sviluppo delle capacità da attuare da solo nella vita. Capacità identificate in Funzionamenti di fondo a cui salute e benessere sono correlati. I Funzionamenti di fondo si instaurano nelle esperienze dell’infanzia, prevalentemente nella relazione con le figure di accudimento, genitori in primis. Tali esperienze, come abbiamo visto, prendono il nome di EBS (Esperienze di base del Sé). Alcune di esse le abbiamo osservate più in dettaglio. Tutte richiedono un’attivazione convergente dei processi psicobiologici, tarata nel corso dell’infanzia. 

Su queste esperienze la tecnologia gioca oggi un ruolo fondamentale, in particolare per il ruolo da essa assunto nello svalorizzare qualità, abilità e capacità umane. La tecnologia, oggi ritenuta responsabile di de-umanizzazione, non può però essere accusata di problemi che esistevano anche prima che la tecnologia prendesse il sopravvento manifestando la forza attuale. L’individuo è oggi molto connesso e al tempo stesso molto disconnesso, è isolato e sofferente di solitudine, portato a rinchiudersi in sé stesso e a diffidare degli altri, a mantenere i rapporti sociali al minimo rinunciando a condividere emozioni e sentimenti. Tutto ciò continua ad avere effetti importanti nella vita delle persone e nello sviluppo del Sé, anche di bambini e adolescenti. La tecnologia però ha oggi un ruolo in tutto questo, rischiando di contribuire a una taratura alterata dei Funzionamenti di fondo e a uno sviluppo inadeguato delle capacità relazionali. La conoscenza delle nuove tecnologia e dei loro effetti è tanto importante quanto quella del Funzionamenti di fondo. Conoscere i secondi non è così difficile. I Funzionamenti di fondo (anche senza conoscerne il nome e cognome scientifico) permeano la vita di ognuno e sono ben conosciuti nel loro significato vissuto. 

Chi volesse approfondirne la comprensione può fare riferimento alla bibliografia da noi proposta.  Noi qui però vogliamo facilitarne la conoscenza e soprattutto la capacità di riconoscerli in noi, dal punto di vista della relazione di guida con i figli e con un occhio attento su all’impatto di essi delle nuove tecnologie. Uno per uno! 

Breve compendio sui Funzionamenti di fondo 

Alcuni li abbiamo già approfonditi nei capitoli precedenti; altri li abbiamo accennati; qui di seguito forniamo di ognuno una breve descrizione, focalizzata su tre aspetti principali: 

1.   Cosa è, di cosa parliamo

2.   Come regolarmente ci siamo spontaneamente sintonizzati, su ogni Funzionamento, nella relazione con nostri figli (tralasciando le altre dimensioni della vita per le quali possiamo fare uno sforzo immaginativo)

3.   Quali sono i rischi di impatti negativi derivanti dall’uso delle tecnologie 

TENUTI 

1.   Ne abbiamo parlato nella Regola 1 come della capacità del Sé di sentirsi piacevolmente dentro una forza relazionale più grande (che non può essere l’acquario e neppure il liquido amniotico di Facebook, le gabbie cinguettanti di Twitter o i gruppi dialoganti di WhatsApp). 

2.   È una esperienza vissuta da quando il corpo adulto delimitava uno spazio-cuccia nel quale il neonato poteva sentirsi sicuro, proseguito anche quando la nostra presenza si è allargata a contenere idee, emozioni, dubbi. Nonostante le tecnologie e le loro interazioni digitali siamo rimasti, si spera, uno spazio relazionale sicuro dove sentirsi a casa. Abbiamo tenuto anche le bizze e dato limiti al lecito e all'illecito, al giusto e allo sbagliato, al sostenibile e all'insostenibile. Lo abbiamo fatto col corpo, le emozioni, i ragionamenti. Lo abbiamo fatto allo stesso modo, ma con alcune differenze, sia che siamo di genere femminile sia maschile. Non con un profilo digitale e tantomeno con un account di Facebook (il muro delle facce senza faccia). 

3.   La mancanza di un feedback integrato dagli aspetti sensomotori della relazione può alterare il senso dei limiti, la consapevolezza di fin dove è possibile arrivare senza danni, per sé stessi e per gli altri. L'incertezza nel Tenuti può portare a difficoltà nel Sentirsi parte di una comunità (anche di coppia – attenzione alla parola usata da non confondere con la terminologia tecnologica di Rete Sociale) e a caricarsi pesi sulle proprie spalle o a non essere capaci di tenere a propria volta, amplificando l’appartenenza a comunità digitalmente mediate a scapito di quelle non digitali. 

CONTATTO 

1.   Ne abbiamo parlato più volte come della capacità di godere del contatto fisico, trarne rassicurazione e nutrimento, poterlo ricercare e dare attivamente. 

2.   Lo abbiamo praticato regolarmente con abbracci consolatori, o semplicemente dimostrativi di affetto, provando e condividendone il piacere (online si ricorre a emoticon e altri strumenti digitali, freddi e spesso agiti da semplici algoritmi, come lo sono i profili digitali che ci rappresentano online). Abbiamo continuato coltivando la vicinanza, il calore della prossimità, vivendo il contatto come occasione di rifornimento affettivo. 

3.   La scarsità di vicinanza fisica depriva il Contatto, sostituendola con una falsa vicinanza che non nutre. A rischio è il poter di godere delle relazioni di prossimità, con tutto ciò che questo comporta. Il contatto incarnato deve precedere e accompagnare quello digitale. Una precedenza tanto più importante quanto maggiore è il tempo oggi passato online ( che abbiamo visto essere sette ore al giorno di media, in costante aumento).  La Rete non soddisfa il bisogno, per l’assenza del corpo, dello sguardo, del coinvolgimento emotivo. Il Contatto con l’adulto (magari tenendo il bambino in braccio) può essere un importante intermediario nelle prime relazioni con il mezzo tecnologico 

LASCIARE 

1.   È la capacità di disattivare i sistemi di vigilanza affidandosi con fiducia all’altro. 

2.   Lo abbiamo fatto regolarmente quando il neonato si abbandonava al sonno in braccio a noi genitori. Non aveva alcun dubbio di poterlo fare, né noi di poter offrire un sostegno valido. Abbiamo proseguito quando la stessa fiducia ha concesso al neonato di poggiare su di noi problemi, e noi abbiamo risposto, anche senza parole: ci penso io! Ti aiuto.  Il nostro asse dello stress ha lavorato anche per l’altro. 

3.   Lasciare una sola idea online è insufficiente a sviluppare la capacità di appoggiarsi con fiducia e a discriminare tra le persone e le situazioni. Il rischio è di dare credito in modo erroneo, reiterando delusioni, o di cadere in una diffidenza pervasiva che impedisca di ricevere veramente aiuti. La fiducia non può alimentarsi neanche attraverso gli smartphone usati come cercapersone.

TENEREZZA 

1.    Non è l'emozione. Immaginiamola il contrario della durezza, intesa come capacità di interagire in modo dolce e morbido. Necessaria e che attiviamo tutte le volte in cui la vita non è ispida e accidentata. 

2.   Lo abbiamo fatto regolarmente quando accarezzavamo il nostro piccolo e ci prendevamo cura di lui, col tocco morbido, la vigilanza morbida, le emozioni e i pensieri teneri. Anche col figlio cresciuto e nonostante con gli inevitabili scontri, la tenerezza resta un modo di porsi mai dismesso nel quale risintonizzare a volte il rapporto. 

3.   L'ipertrofia dei Movimenti rapidi e piccoli, di un controllo accentuato, della velocità nelle interazioni, rischiano di impedire di coltivare la dolcezza nei rapporti, perdendone le sfumature morbide, col rischio di rendere claudicanti le carezze nella vita... anche quelle rivolte a sé stessi. Una vita senza oasi alla durezza e alla pesantezza è scomoda, meno serena e fonte di stress. Senza tenerezza rischia di essere anche la conversazione e la relazione online, troppo semplificata e impossibilitata a ritornare la complessità del vissuto esistenziale così come l’unità psicosomatica di ognuno (un concetto ripreso dal librod i Eugenio Borgna: Come in uno specchio oscuramente. Abitare i social network non facilita la tenerezza e non soddisfa i bisogni ad essa associati come quelli di amore, di senso,  di curiosità e di leggerezza. Per riuscirci dovrebbe  venire meno ciò che la tecnologia ha oggi alimentato in termini di individualismo, narcisismo e violenza (i riferimenti sono alla comunicazione politica di questi tempi che tutto ha tranne gentilezza e tenerezza). 

AMORE 

1.   Sia attivamente che passivamente è la capacità di sentirsi nel cuore dell’altro in un posto privilegiato, senza condizioni.

2.   Lo abbiamo fatto regolarmente sempre. Solo in casi di grave alterazione l'amare i figli viene meno. Non è solo un sentimento, è un attaccamento profondo, potentemente calibrato a livello endocrino. Determina una priorità: “sei al primo posto, posso dedicarmi tutto a te”. È una priorità per moltiplicazione e non per sottrazione: posso amare con tutto me stesso più figli, ognuno al 100%.

3.   Amare non è infatuarsi, si basa sulla forza della relazione incarnata e delle sfumature del contatto: sguardi, espressioni, posture, odori, che si perdono nelle relazioni digitali e vanno coltivate al di fuori di esse. Entrare e fare entrare nel cuore l’interezza dell’altra persona implica accettazione e condivisione di ciò che realmente siamo, e non solo di ciò che ci piace mostrare (ad esempio con i selfie online). Vita con poco amore è vita con poca felicità. 

CONDIVISIONE 

1.   Potersi aprire all’altro, cointeressarsi e attivarsi in scambi utili a creare alleanze. Capacità che un tema, un problema, un’idea, una emozione, o progetto possa essere visto e affrontato da un noi; nelle varie dimensioni e momenti della vita. 

2.   Lo abbiamo fatto regolarmente tutte le volte che abbiamo percepito come un noi nostro figlio e lui se ne è sentito parte, con un interesse pieno e partecipe 

3.   Qui l’impatto a rischio è minore. Per lo meno per i social network che sono pur sempre ed essenzialmente una occasione di condivisione (al contrario invece della chiusura solipsistica dei videogiochi e della navigazione solitaria online). Il rischio è la condivisione superficiale, basata su un mostrarsi limitato e uno sguardo distaccato tipico di chi guarda uno spettacolo, dalla distanza. La condivisione digitale è spesso fatta di apparenze e come non stempera ma alimenta la solitudine perché è condivisione tra oggetti, immagini e testi, dai quali è esclusa la persona con il suo corpo fisico e le sue specificità umane. 

CONSIDERATI 

1.   Capacità di sentirsi visti, oggetto di interesse, valorizzati e capiti. Alla condivisione si aggiunge l’apprezzamento. È un Funzionamento di fondo perché non dipende solo dal riconoscimento altrui: perché accada debbo sentirne il piacere, ricercarlo e uscire allo scoperto. 

2.   Lo abbiamo fatto regolarmente quando abbiamo colto particolari appena accennati, emozioni e stati d'animo ancora non espressi. Da quando osservavamo e ci commuovevamo per le espressioni e i primi movimenti dei nostri figli, e per le caratteristiche uniche sviluppate: “Ti vedo anche se non dici o non sai dire …” 

3.   La ricerca reattiva e ossessiva di interesse (rappresentata dai MiPiace, dai cuoricini e dalle stelline) che porta a coltivare l'Apparire, ad adottare varie maschere, nella forma di profili e account, a coltivarle spesso con una bassa, anche poco consapevole,  autostima. La distanza digitale attenua il farsi vedere per intero e il sentirsi conseguentemente accettati, anche nei difetti. La sicurezza di sé, il poter avere una collocazione significativa nel mondo degli altri è a rischio. 

SENSAZIONI 

1.   La capacità di ricevere e interpretare i costanti flussi di sensazioni che permeano la nostra vita mammifera. Non c'è un attimo in cui, dall'interno il nostro corpo, o dall'esterno l'ambiente, non ci facciano percepire sensazioni. È una fonetica di base che, resa grammatica, ci da indicazioni su cosa sta avvenendo. È un feedback costante tra noi e l’ambiente. Spesso una emozione è percepita prima come sensazione fisica: se una cosa piace o no è prima percepito che riflettuto e razionalizzato.

 1. Lo abbiamo fatto regolarmente quando abbiamo dato voce, e interpretato come un Sé ausiliario, le sensazioni del neonato, che coglievamo in un pianto espressivo di contenuti diversi (di dolore, di fame, di sonno… ).  E poi tutte le volte che cogliendo uno sguardo, un atteggiamento, un gesto chiediamo: “Che hai?” 

2. La deprivazione sensoriale e l'iper-attivazione di alcuni tipi a scapito di altri rende il lessico sensoriale delle tecnologia povero e la grammatica imperfetta se non bilanciata. I segnali divengono ambigui e la possibilità di prendere lucciole per lanterne si incrementa. Da bussole poco chiare derivano direzioni sbagliate. 

CALMA 

1.   La possibilità di fermarsi nella tranquillità, poter attendere senza ansia, disattivando gli assi dello stress. 

2.   Lo abbiamo fatto regolarmente quando stavamo attenti a non rompere i momenti di incanto nel bambino e tutte le volte che abbiamo goduto assieme a lui/lei dei momenti di pace. 

3.   Le tecnologie offrono più frequentemente esperienze di movimenti rapidi (anche relazionali) che di stare nella calma. Online e nei mondi digitali si va di corsa, conta il presente e il tempo reale, senza alcun momento di tregua. Il non potersi fermare genera ansia, agitazione, dispendio di risorse psicomotorie e stress. La vita è sempre un po’ sotto assedio. Una situazione che impedisce  di prestare attenzione e ridimensiona tutto ciò che non sta accadendo, generando ansia e precipitando la realtà in reality. La mancanza di calma, tranquillità e della serenità spesso ad esse associata, crea disorientamenti che impediscono anche approfondimenti, esperienze durature e relazioni profonde. 

CONTROLLO 

1.   La capacità di padroneggiare la gamma tra concentrazione e allentamento del controllo, sino a poterlo perdere in alcune situazioni protette (quando possiamo piacevolmente permetterci di perdere un po’ la testa). 

2.   Lo abbiamo fatto regolarmente quando ci siamo concentrati assieme, focalizzando l’attenzione su una attività, e abbiamo poi potuto godere di una morbida disattivazione, fino a volte a divertirsi impazzendo un po’. 

3.   Il Controllo è iper stimolato dalle tecnologie, con il rischio di un irrigidimento nella zona iper della gamma. È un controllo che si esercita ad esempio nel funzionamento binario di stimolo e risposta, di feedback e contro-feedback. Ne può derivare difficoltà di concentrazione, ansia e impossibilità di spengersi con effetti e conseguenze difficilmente valutabili (ad esempio sul sonno ma anche in varie forme di dipendenza tecnologica). 

FORZA 

1.   È un gruppo composito di capacità. Un po’ lo abbiamo visto nel paragrafo 2.5. Sono capacità accumunate da un funzionamento teso a lasciare tracce, influire sul mondo e sugli altri. Con varie gradazioni, dalla Forza morbida a quella aperta e talvolta contrappositiva. 

2.   Lo abbiamo fatto regolarmente da quando cambiando il pannolino facevamo giocare il bambino a lanciare le gambe spingendoci con gioia, a tutti i giochi di forza successivi, quando ci siamo affrontati, abbiamo ingaggiato bracci di ferro e talvolta ceduto; e quando la nostra guida è stata un modello di forza salda e determinata. 

3.   L’uso delle tecnologie spinge all’effetto delle proprie azioni, stimolando più l’apparenza della forza (manca il tono della voce e la postura). È una forza che, se limitata al recinto digitale, non regge la prova della vita. È la forza del bullo digitale che si manifesta in forme verbali violente e irrispettose online ma che viene meno nella vita reale di fronte a persone reali. È la forza che si esercita nelle relazioni digitali, spesso fonte di conflittualità, delegittimazione e prevaricazione piuttosto che di espressione di fiducia in sé stessi e di capacità di argomentare, difendere le proprie idee e opinioni e in questo modo anche la relazione che caratterizza molte esperienze di vita. 

CONSISTENZA 

1.   L’esperienza vissuta di avere un peso nel mondo, una sicurezza e fierezza che permette di non farsi abbattere dalle frustrazioni, a volte inevitabili. 

2.   Lo abbiamo fatto regolarmente quando abbiamo condiviso fierezza e solidità, fin da giochi corporei molto comuni (10 passi di elefante …). Tutte le volte che siamo ripartiti dopo una tempesta senza esserne stati abbattuti. 

3.   Anche qui la misura della consistenza è nella tecnologia indiretta, basata sugli effetti spesso effimeri (il successo e le reazioni immediati, il gioco vinto, i MiPiace) e non su un sentire integrato. La falsa consistenza è pur essa effimera, soggetta a crolli. Il tutto e subito imperante non coltiva la pazienza dell'attesa, le frustrazioni divengono minaccia all’identità. La condotta istintiva e rettiliana non favorisce la consistenza, è spesso il risultato di condizionamenti esterni, oggi le promozioni marketing e commerciali, capaci di sollecitare gli impulsi ma non di soddisfare un cervello che si trova immerso in ambienti e contesti, deve fare i conti con desideri e motivazioni, deve cioè confrontarsi con realtà complesse che non possono essere circoscritte o ridotte a semplici stimoli e/o relative risposte. 

AFFERMAZIONE 

1.   La capacità assertiva, di affermare le proprie idee con tenacia, facendosi ascoltare. Tenacia nella voce convergente con la postura, con il convincimento e il valore della propria posizione e l’attivazione fisiologica conseguente. 

2.   Lo abbiamo fatto regolarmente quando abbiamo affermato e portato su posizioni e idee nostre e sostenuto quelle dei figli. 

3.   Una affermazione incorporea è meno incisiva, meno forte e tenace, è a rischio di debolezza o reattivamente impositiva.  Poco esportabile. 

VITALITÀ 

1.   Capacità di attivarsi nell’energia, con slancio e gioia, per andare oltre. La possibilità di giocare ne è una componente qualificante. 

2.   Lo abbiamo fatto regolarmente in mille giochi divertenti, nelle lotte col cucciolo, nell’eccitazione delle vacanze, nello scherzare, nell’accendersi in progettualità nuove. 

3.   La  vitalità produce impulsi che richiedono movimenti, non semplici risposte. Possono essere posticipati ma i processi corporei richiedono uno spazio, che peraltro non può essere virtuale. I movimenti che non escono dal recinto digitale, ma si limitano all’artificialità ripetuta del gesto tattile con cui si interagisce con uno smartphone o tablet, rischiano di deprimere. 

PIACERE 

1.   Il potersi registrare sulle sensazioni che danno piacere, godendo di cose, delle relazioni e traendo anche piacere dall’altro. Ha bisogno di potersi calibrare sull’armonia e il benessere. 

2.   Lo abbiamo fatto regolarmente tutte le volte che abbiamo goduto insieme delle cose piacevoli: dalle cene, alle carezze, ai panorami. 

3.   È molto legato alle Sensazioni. Non c’è pieno piacere senza chiare sensazioni. Le esperienze sensoriali tecnologiche sono generalmente più attutite e indirette (anche se le nuove frontiere della realtà virtuale promettono sensorialità arricchite) e aprono più a soddisfazioni che al piacere. La sessualità, i suoi prerequisiti, nella vita digitale ad esempio non trovano nutrimento. 

CREATIVITÀ 

1.   Sentirsi capace di costruire novità, immaginare progettualmente delle realizzazioni (non fantasticarle) e godere del bello. 

2.   Lo abbiamo fatto regolarmente quando abbiamo inventato qualcosa insieme, trovato una soluzione inattesa (dal piccolo gioco alla soluzione di un problema) o progettato una vacanza o qualunque altra azione complessa possibile. 

3.   La tecnologia stimola indubbiamente la creatività. Ma lo fa in modo elettivo, soprattutto basandosi sul visuale e sulla logica, prestazioni adeguate all’ambiente digitale ma non necessariamente soggette ad un vissuto corporeo. Può mancare l’ambizione e la progettualità azioni pienamente realizzabili nella vita non digitale. Altro rischio è nel bypassare alcuni passaggi essenziali, di aggiustamento e verifica nel tempo. 

AUTONOMIA 

1.   La capacità di poter star bene con sé stessi, anche senza la necessità della presenza altrui. Base di partenza per instaurare relazioni di non dipendenza e per potersi, all’occasione, anche opporre all’altro. 

2.   Lo abbiamo fatto regolarmente quando la nostra mano ha lasciato il sellino della bicicletta del bambino e progressivamente allentato la portata del nostro guinzaglio. Anche quando ci siamo scontrati e abbiamo riconosciuto lo sue ragioni.

3.   L’autonomia pare forte nel modo digitale. Anche troppo ma paradossalmente lo è anche la dipendenza, il panico da nomofobia e no wifi, il sentirsi nudi senza connessione costante. Il rischio è di una autonomia reattiva e falsa. L’antidoto sono relazioni di reale vicinanza e sostegno. 

Tutte le alterazioni dei Funzionamenti di fondo appena descritti producono stress, il cui livello è correlato alla salute e alla malattia e di conseguenza al benessere individuale e delle persone frequentate. 

Accompagnare significa adeguarsi alla relazione che cambia nella crescita. Bisogni di fondo e Funzionamenti restano gli stessi, ma la loro complessificazione rende differente, più variegata, la loro espressione e le strade per una soddisfazione, Alcuni modi divengono desueti (come le coccole con i figli adolescenti anche se occasionalmente sono ricercate) altri prendono campo (come l’affermazione contrappositiva). 

Dobbiamo adeguarci al cambiamento ma non abdicare. 

Spesso già con figli di due anni si finisce per abdicare: non è raro che a guidare siano loro, spesso rincorsi da genitori affannati che cercano di evitare bizze, conflitti e scontri. In realtà è la privazione della fatica di guidare ad esaurire; è l’insoddisfazione che discende dal percepire il proprio potere come incrinato e insufficiente, mentre sentiamo che dovremmo utilizzarlo. Per il bene dei figli che dovranno costruire il loro e per il bene nostro di genitori.

Duole ammetterlo ma, forse aldilà delle sue intenzioni, c'è verità nella famosa frase di Andreotti: “Il potere logora chi non ce l'ha”. 

L’elenco dei Funzionamenti di fondo ci ha permesso di evidenziare quali siano gli ambiti di riflessione (e di relazione) sui quali dovrebbe essere attivata l’attenzione di tutti i genitori. Tutte queste riflessioni dovrebbero essere finalizzate alla tecno-consapevolezza e a diventare Tecnovigili. Per farlo tutti devono fare i conti con il team della responsabilità adulta. Il tema è caldo e sempre all’ordine del giorno perché è molto facile (e a volte comodo) abdicare alle proprie responsabilità. E oggi con il digitale e le tecnologie che hanno invaso gli ambienti familiari, lo è ancora di più. 

In strada o nelle vie cittadine l’auto non è quasi mai responsabile della maggior parte degli incidenti. Non lo è neppure la tecnologia per l’uso alterato e inadeguato che ne viene fatto. Dalle persone più giovani, ad esempio con pratiche di sexting e bullismo digitale, azioni sintomatiche di fragilità e debolezza (interpretato generalmente come prepotenza). Dalle persone adulte, quando per ignoranza o pigrizia non approfondiscono la loro conoscenza predisponendosi a diventare vittime di attacchi cybercriminali o di ingegneria sociale. Ai ragazzi così come agli adulti è oggi richiesta maggiore conoscenza ma anche la capacità di riflettere criticamente sull’uso da loro fatto della tecnologia. La vita familiare, in particolare nei primi anni di vita del bambino (bambina) è il contesto ideale per sviluppare questa riflessione e adottare pratiche responsabili utili a mediare tra mezzo tecnologico e sviluppo del bambino senza mettere a repentaglio i Funzionamenti di fondo, fondamentali per il benessere futuro del bambino.


 

[1] La resilienza è la capacità di un sistema di adattarsi al cambiamento. In psicologia, la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà. 

[2] L'allostasi è la capacità di mantenere la stabilità dei sistemi fisiologici per mezzo del cambiamento. È un metasistema di regolazione che mantiene la stabilità dei sistemi essenziali per la vita (sistemi omeostatici) - Wikipedia

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