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Fame di dati, il petrolio del terzo millennio

Fame di dati, il petrolio del terzo millennio

04 Gennaio 2019 Redazione SoloTablet
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Il petrolio non è più la risorsa più ricercata. La causa non sono le auto elettriche all’orizzonte o un modo diverso di progettare e vivere la mobilità. L’economia attuale vive sui dati, risorse oggi più ricercate e dal valore inestimabile. Non è un caso che i dati siano diventati il campo di battaglia dei nuovi aspiranti monopolisti.

 

Il petrolio è una risorsa che può esaurirsi, il dato no. I dati sono rinnovabili all’infinito, accentuano i meccanismi di mercato e alimentano la proliferazione di nuovi monopolisti, identificabili oggi con le principali aziende tecnologiche. I dati non consentono soltanto di conoscere meglio i mercati e le loro audience ma anche di condurre esperimenti finalizzati a prevedere comportamenti, stili di vita e scenari futuri. Il panorama monopolistico che si sta affermando richiederebbe un intervento da parte della politica e delle istituzioni finalizzato a definire nuove regole e principi in modo da prevenire potenziali abusi e rischi di concentrazione economica. Al momento però la preoccupazione di molti cittadini è senza risposte. I nuovi monopoli tecnologici rappresentano una novità nel panorama economico attuale e richiederebbero interventi urgenti e radicali, programmi più coraggiosi di regolamentazione di Internet, apparati più adeguati nella protezione della privacy e anche per garantire la futura competitività del mercato. Tutto ciò è al momento solo auspicabile. Non rimane che cercare di comprendere bene il fenomeno e comprenderne effetti e rischi relativi. 

I nuovi monopolisti sono Google (Alphabet), Microsoft, Apple, Facebook, Amazon, aziende alle quali alcuni associano anche IBM in modo da formare l’acronimo G-MAFIA. Sono aziende tra le più capitalizzate al mondo con profitti in continua crescita, nonostante i crolli borsistici correnti che le stanno interessando. Sono il risultato di una rivoluzione tecnologica che da hobby (invenzioni in un garage) a implementazioni aziendali e da canali ad accesso libero hanno portato ad ambienti e mercato fortemente controllati da una piccola oligarchia di aziende. Società dal potere immenso oggi alimentato prevalentemente grazie alle enormi quantità di dati che posseggono e sono in grado di raccogliere. Dati che permettono loro di sapere dove ci si trovi, dove si è stati ma anche cosa si stia pensando. Un potere immenso che dovrebbe essere in qualche modo regolamentato ma che al momento sembra essere liberato da ogni controllo. Anche perché minore è la sensibilità dell’opinione pubblica sul tema. 

La sensibilità è cambiata perché diffusa è la percezione che le aziende tecnologiche abbiano creato benefici e vantaggi prima inesistenti. Chi potrebbe oggi fare a meno del motore di ricerca di Google Search? Chi rinuncerebbe facilmente al piacere che deriva dalla condivisione di emoticon e messaggini con Facebook o WhatsApp? Perché infine rinunciare a una marea di servizi gratuiti anche se in realtà lo sono solo apparentemente? 

Il problema della grande concentrazione di potere avvenuta sta proprio qui. Nella silente complicità dei consumatori che probabilmente non sono in grado di valutare o percepire quanto questo potere stia incidendo nelle loro vite private così come in quello competitivo di mercato. Il tutto grazie al controllo di una risorsa dal valore incommensurabile  perché utile a rendere utenti e consumatori più malleabili, propensi alla dipendenza e più facili da condizionare. Con il risultato di vendere più prodotti e servizi, venderli con prezzi elevati, come fa ad esempio Apple che trae dai suoi dispositivi profitti enormi, e imporre una nuova visione onnipotente del mondo e del mercato che polverizza la privacy e altera ogni forma di concorrenza. 

La necessità e l’urgenza di nuove forme di regolamentazione non nasce soltanto dal bisogno di contenere il monopolio dei dati ma dagli effetti che il loro possesso da parte di un piccolo numero di aziende ha sulla mente e sui comportamenti delle persone. Il primo effetto è la riduzione degli spazi privati nei quali elaborare opinioni personali non influenzate da piattaforme tecnologiche nelle quali è attiva una sorveglianza continua. Un sistema di sorveglianza garantito da algoritmi e meccanismi di intelligenza artificiale che permettono di raccogliere dati e informazioni che, trasformati in conoscenze, possono servire per un dominio del mondo che va ben oltre quello digitale. Un dominio condiviso da poche realtà aziendali che grazie alle loro piattaforme e al software che le fanno funzionare si stanno mangiando il mondo. 

A nulla servono le misure antitrust fin qui in essere. Il potere delle aziende tecnologiche non sta nella loro dimensione ma nel potere che hanno acquisito grazie all’effetto network. Un effetto determinato da Internet e dalla globalizzazione a cui ha dato origine. Ciò che serve è ottenere una maggiore trasparenza sui dati che vengono raccolti e su come vengono usati e limitare il controllo che su questi dati hanno chi oggi li possiede. I governi e le istituzioni possono cimentarsi nell’introduzione di nuove normative, come ad esempio il GDPR europeo, ma nulla cambierà se nel contempo non ci sarà anche la crescita di una maggiore consapevolezza da parte degli utenti della Rete e dei consumatori. La consapevolezza richiede di agire come cittadini e di impegnarsi nella rivendicazione di spazi di libertà nei quali sia garantita la privacy e la riservatezza dei dati personali o quantomeno una completa trasparenza sull’uso che ne viene fatto. Benefici e vantaggi non dovrebbero andare a scapito di valori e principi fondamentali come quelli che da tempo hanno fatto da fondamento delle democrazie esistenti.

 

 

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