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La tecnologia invisibile è già qui

La tecnologia invisibile è già qui

03 Febbraio 2020 Gian Carlo Lanzetti
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Gian Carlo Lanzetti
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Fabio Poli è fondatore, CEO e Presidente di Antreem, azienda modenese che progetta e sviluppa soluzioni digitali avanzate per grandi e medie imprese. In questa dissertazione si sofferma sul concetto di “human-centered design” e l’evoluzione in corso verso la tecnologia invisibile. Sempre più human-centered design.

A mio avviso, esordisce, una delle fasi più importanti che l’informatica ha vissuto e che ha profondamente influito sulla trasformazione digitale di oggi, riguarda l’avvento di sistemi operativi, e in genere PC, più facili da utilizzare. Quando ricevetti il mio primo PC nel 1992, il sistema operativo era Dos, un sistema a comand line nel quale era necessario inserire delle istruzioni per poter dialogare con la macchina. Un dialogo che avveniva in modo poco intuitivo ed estremamente limitante per chi non era un tecnico. 

Nel 1995, Microsoft introdusse Windows 95, il primo sistema operativo ibrido a interfaccia grafica della famiglia Windows, che si diffuse rapidamente nelle case delle persone proprio in virtù della sua grafica innovativa, che semplificava notevolmente l'utilizzo rispetto alle precedenti versioni e agli altri sistemi operativi concorrenti.

Quello che si è affermato, da Windows 95 in poi, è che il PC deve essere usabile, che l’utente deve poter trovare dei parametri a lui noti, che lo facciano sentire “a casa”. È proprio questo passaggio, allo stesso tempo mentale e fisico, dalla creazione di un manuale dell’utente, necessario per spiegare come utilizzare un software che è già stato sviluppato, alla visione di un software che deve essere sviluppato in modo da risultare il più intuitivo possibile, a rappresentare il primo elemento portante di questa rivoluzione.

Il secondo elemento ritengo riguardi il ciclo di vita del software. Inizialmente, il tempo che intercorreva tra quando un software veniva pensato, sviluppato, prodotto, messo in prodizione, a scaffale e poi dismesso era del tutto simile a quello necessario ai processi meccanici. Il software veniva scritto su un floppy, chiuso in una scatola e inviato al negozio dove poteva essere acquistato. Di rado erano disponibili nuovi aggiornamenti, anche perché l’intero processo era molto costoso.

Oggi nel mondo software regna la continuous delivery, cioè le software house rilasciano gli aggiornamenti in modo continuo e si stima, ad esempio, che realtà come Facebook, Twitter e Linkedin ogni sera apportino mediamente cinque aggiornamenti al sistema rispetto al giorno precedente.

Se i PC, continua Poli, erano nati con l’obiettivo di gestire una specifica attività, come le buste paga, o il magazzino e c’era un programma specifico per ogni attività, ora tale verticalità nel mondo della tecnologia si è persa e ha lasciato il posto a una adozione molto più pervasiva.

I miglioramenti tecnologici, l’avvento della banda larga e le esigenze crescenti in termini di software e hardware ci permettono di asserire che oggi viviamo “immersi nel mondo della tecnologia”. In realtà l’utente è immerso ma non è più un utente, è una persona. Tutto questo significa che, dal punto di vista del software, non si tratta più di progettare per l’utente ma di progettare per la persona.

Per questo parliamo di human-centered design, ovvero della progettazione centrata sull’uomo, che racchiude un po’ tutto il percorso di trasformazione spiegato fino ad ora. A partire dalla consapevolezza che ogni organizzazione è fatta di persone che si rivolgono a persone, ognuna con i propri modelli mentali e i propri valori, nasce la necessità di studiare e comprendere più a fondo la natura umana.

Quando ci si relaziona con un utilizzatore del software non si deve pensare più solo alle sue esigenze in quel determinato contesto e momento specifico, ma al bagaglio di conoscenze, competenze ed esigenze che porta con sé. Solo un approccio human-centered ci permetterà di sviluppare delle soluzioni per le persone, creando prodotti o servizi incentrati sulle loro esigenze e sui loro bisogni.

Ed eccoci giunti davanti al nuovo ecosistema uomo e macchina, un cambiamento profondo che non prevede la possibilità di tornare indietro.

Siamo passati dai PC, ai tablet, agli smartphone e ci affacciamo alla nuova frontiera. In questo scenario, dopo che la riga di codice aveva lasciato il posto a un’interfaccia più intuitiva, possiamo oggi assistere all’adozione della migliore interfaccia di sempre: quella di cui non ci accorgiamo. Un’interfaccia che ha diverse sfumature: può essere hands free per dialogare con la macchina tramite i gesti o magari vocale con il riconoscimento vocale e lo speech recognition per dialogare con la macchina tramite il linguaggio umano. Oggi è la macchina che deve compiere uno sforzo sempre maggiore per comprendere la persona e interpretare, mentre noi parliamo normalmente e tramite gli wearable possiamo comunicare all’esterno ogni nostro parametro vitale o stato d’animo.
Benvenuti nella nuova era della tecnologia invisibile.

 

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