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Si chiama Panda, il progetto per una APP futura per il sindacalismo 3.0
Si chiama Panda il progetto frutto della collaborazione tra OMA e Bengler presentato alla Triennale di architettura di Oslo 2016. Panda è una esibizione finalizzata a investigare l’influenza crescente delle poattaforme di sharing economy come Uber e Airbnb, le loro implicazioni sociali e politiche e l’impatto pervasivo che possono avere negli spazi urbani e abitati del pianeta.
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Sharing economy ma solo in mancanza di alternative!
Le alternative sono un posto di lavoro fisso o duraturo, un reddito decente e minore precarietà. In loro assenza la sharing economy cresce, il loro presenza cala. A dirlo è uno studio della JP Morgan condotto negli Stati Uniti, il mercato più maturo per l'economia condivisa caratterizzata da realtà quali Uber, Airbnb e società a loro simili.
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Sharing economy e disoccupazione giovanile
L’avvento dei social network, con le loro funzionalità di condivisione, i MiPiace, le reti sociali sempre interconnesse, ha favorito l’affermarsi della cosiddetta sharing economy o economia della condivisione. Tutto sembra essere diventato condivisibile ma nessuno fa caso agli intermediari della condivisione. La loro trasparenza e presenza fissa li rende particolarmente felici e ricchi per le opportunità che il loro ruolo garantisce loro. Felici sono anche gli utenti, spesso ignari che nello scambio in cui sono coinvolti più che guadagnarci stanno rinunciando a prendere possesso della loro sorte in un mercato sempre più caratterizzato dalla precarietà e dalla stagnazione dei redditi.
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Silicon Valley: i signori del silicio
BIBLIOTECA TECNOLOGICA - La tesi del libro di Morozov viene dichiarata fin dall'introduzione: parlare di tecnologia oggi significa appoggiare, spesso senza neanche accorgersene, alcuni degli aspetti peggiori dell'ideologia neoliberista. Definito il contesto nel quale anche la critica rientra sempre e comunuqe nelle posizioni neoliberiste, l'autore si chiede se e quale critica della tecnologia possa condurre alla liberazione. La risposta è positiva ma a patto che si comprenda dove stiamo sbagliando.
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