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Cosa c’entra il terzo settore con la politica?

Cosa c’entra il terzo settore con la politica?

24 Settembre 2022 Anna Maria Cazzato
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Anna Maria Cazzato
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Giuliano Amato guarda al terzo settore come occasione di spazi di impegno solidale, “polmone principale grazie al quale ancora respira il modello di partecipazione e di crescita della persona, disegnato nella Costituzione”. Il terzo settore è pronto a interpretare questo ruolo?
Di seguito la prima parte di una riflessione che prova a rispondere a questa domanda.

“Ma cos’è successo alla democrazia?” Questa è la domanda che si pone Giuliano Amato, oggi Giudice costituzionale e Professore emerito, in un articolo illuminante apparso nel numero di novembre/dicembre della “Rivista di scienze dell’educazione”.

“La Cina non è vicina” è invece il titolo della mostra ospitata a inizio 2022 a Brescia e che espone le opere di un artista dissidente originario di Shangai. Si tratta di Badiucao, seguitissimo sui social, noto per il suo pensiero in contrasto con il governo e la censura cinese.                                              

Da una parte la riflessione arguta e un po’ rammaricata (ma mai arresa) di chi ha fatto della partecipazione alla vita pubblica la cifra della propria esistenza. Amato ha mosso i suoi primi passi di cittadino nell’Italia da poco costruita dall’Assemblea Costituente, è stato Parlamentare, Ministro e Presidente del Consiglio. Oggi assiste suo malgrado alla sfiducia crescente nel sistema democratico e nelle opportunità di attivismo e di esercizio di cittadinanza che garantisce.

Dall’altra un artista cinese a cui il paese di origine nega la libertà di espressione con minacce terribili a lui e alla sua famiglia (tuttora in Cina) e che in ogni caso trova nella sua arte un canale e un modo per farsi parte attiva contro l’autoritarismo e la violazione dei diritti. Lo stesso autoritarismo che purtroppo viene talvolta auspicato come soluzione estrema e quasi legittima contro le storture e i rallentamenti che la democrazia e le sue procedure impongono.

 

In una recentissima intervista a Badiucao pubblicata su Artribune, il giornalista Gian Luca Atzori chiede  se, alla luce dell’opportunità che la città di Brescia gli ha offerto con questa mostra (nonostante le posizioni contrarie manifestate dall’Ambasciata cinese in Italia) l’artista non stia valutando di trasferirsi in Italia. L’artista ha infatti abbandonato da tempo la Cina, rinunciato alla cittadinanza di origine e si è trasferito in Australia, dove continua a ricevere minacce e avvertimenti. Il punto di vista di Badiucao sintetizzato in questa risposta è, a mio avviso, emblematico. “Sì, ho pensato a Europa e USA, perché no? L’Italia è bellissima, sono rimasto diverse settimane in residenza a Brescia, ho lavorato con italiani. Da voi c’è una ricca cultura, siete pieni di storia ovunque, strati di strati di storia uno sull’altro come in Cina, ci vedo simili in questo. Penso però che da una parte sia buono perché possa essere un grande stimolo, dall’altra magari impedisce di vedere l’innovazione o intrappola la creazione e può essere più difficile affermarsi nell’essere circondato da tanta imponenza. La cosa che mi ha colpito di più è però vedere così tanta architettura importante ricoperta non tanto da street art, ma da Tag. Tag su palazzi e architetture storiche.”

Strati e strati di storia che sono un bene prezioso, ma che possono essere vissuti anche come opprimenti… La domanda è se questa sia la percezione che oggi, soprattutto le nuove generazioni, hanno del paese in cui viviamo. E se questa sensazione di oppressione non sia la stessa che porta molti di noi a non esercitare fino in fondo il diritto/dovere di cittadinanza e la relativa responsabilità alla partecipazione alla vita comunitaria, civile, democratica.

Quali potrebbero essere gli spazi per esercitare questa partecipazione?

La nostra democrazia è cresciuta anche grazie ai corpi intermedi che, per lunghissimo tempo, sono stati soprattutto i partiti. Partiti che permettevano che il potere della maggioranza non coincidesse in tutto e per tutto con il potere degli eletti. Erano le formazioni intermedie animate dai cittadini, dalle loro idee (luoghi in cui questi cittadini e queste idee crescevano) a permettere di compiere il passaggio dall’asfittico perimetro della tutela dei propri interessi alla presa di responsabilità degli interessi collettivi e della comunità di cui si è parte (a livello locale, nazionale e internazionale).

Ma i partiti non sono forse, ormai da decenni, considerati una sorta di strato soffocante di storia (per riprendere l’immagine di Badiucao)? Una storia di cui liberarsi se si vuole lasciare spazio alla volontà delle persone. Questo modo di guardare alle formazioni politiche è anche conseguenza di quella che Amato definisce la “progressiva sclerosi dei partiti, vittime di processi degenerativi non infrequenti nella storia delle organizzazioni collettive, che nascono e crescono grazie agli interessi sociali che rappresentano e finiscono poi per vivere invece in funzione degli interessi, e delle carriere, dei rappresentati”.

Un vuoto di partecipazione ed esercizio della cittadinanza che i nuovi mezzi di comunicazione danno l’illusione di colmare. La propria voce in rete è il simbolo di questa nuova illusoria forma di partecipazione, di possibilità di essere ascoltati, di essere giudicati e di connettersi con il mondo intero. L’esercizio della partecipazione e la presunzione di conoscenza sono dilatati all’infinito. L’infinito sembra essere la dimensione del web, per riprendere le tesi di Baricco in “The game”. 

Più che la partecipazione alla vita della comunità è l’esasperazione dell’individualità, della preoccupazione e l’interesse per sé stessi. Tanti egoismi che è davvero difficile tenere insieme, ancor di più alla luce degli effetti economici della nuova globalizzazione. Le diseguaglianze sociali non facilitano certo lo spirito collaborativo.

Di fronte alla crisi dei partiti, che non sono più uno spazio di approfondimento, di crescita, di esercizio di cittadinanza, il Presidente della Corte Costituzionale offre una via di uscita: “l’impegno solidale non attraverso la politica, ma nel terzo settore, che sta diventando il polmone principale grazie al quale ancora respira il modello di partecipazione e di crescita della persona, disegnato nella Costituzione.”

La domanda, da operatrice del terzo settore, è se ci siano davvero le condizioni perché si possa raccogliere la sfida lanciata da Giuliano Amato e quali siano le condizioni perché si arrivi a giocare un ruolo sempre più “politico”.

La mia risposta (dettata dalle mie esperienze professionali nel terzo settore) è che ci siano positive e favorevoli condizioni di contesto, ma anche tanti rischi e ulteriori sfide interne alle organizzazioni del terzo settore che è importante valutare con obiettività e affrontare in maniera aperta e professionale.

E tutto questo per non limitarsi ad imbrattare con dei Tag.

To be continued…

 

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