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Aumentano incertezza e tensione in tutti noi!

Aumentano incertezza e tensione in tutti noi!

22 Marzo 2022 Pandemia e salute
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Ben venga il bonus psicologico, ma il cambiamento va fatto a partire dalle singole famiglie. Non basta delegare ad altri il compito che spetta ai genitori e ai parenti. Le famiglie si devono responsabilizzare maggiormente, a parer mio. Ma per fare questo dobbiamo tornare ad essere più umani, a credere di più tra di noi, aiutandoci anche l’un l’altro, senza però delegare troppo le nostre responsabilità, per l’appunto.
CRISI E DISAGIO PSICHICO 
Viviamo dentro una crisi sistemica fatta di tante crisi che si susseguono. Abituati alla narrazione tecnologica di realtà dominate da logiche binarie, computazionali, edonistiche e gratificanti, abbiamo perso la capacità di riflettere sulla realtà, quella fuori di noi e quella dentro di noi. Ci ritroviamo spiazzati dalla capacità dei sistemi complessi che abitiamo di sorprenderci con le loro emergenze e le interrelazioni che le tengono insieme. La sorpresa è tanto più grande quanto maggiore è la difficoltà cognitiva a leggere i fatti e e gli eventi, la mancanza di strumenti per interpretarli e la incapacità a riflettere criticamente sulla realtà e su sé stessi. La forza della realtà è tale da generare disagio, ansia, inquietudine, rassegnazione, paura del futuro e la sensazione di inadeguatezza nell’affrontare le crisi del momento. Di tutto questo ne parliamo con psicologi, psicoterapeuti e psichiatri con l’obiettivo di fornire e condividere informazioni, suggerimenti, strumenti e riflessioni. 

Una intervista con Bruno Marzemin, Psicologo - psicoterapeuta del Lavoro; Formatore aziendale senior


Due anni di pandemia e ora una guerra dentro l’Europa, il rischio di bruciare energie psichiche (burnout) è per molti italiani una realtà. Il ritorno alla normalità si allontana, aumentano stress emotivo, ansia e inquietudine. Le persone si sentono più insicure, instabili, impotenti facendo acuire il disagio psichico e la sofferenza psicologica. Il rischio è un sovraccarico di stress proprio in un momento nel quale si iniziava a sperimentare sentimenti di fiducia e speranza per il futuro. Lei cosa ne pensa? Quanto è veritiera questa istantanea dell’Italia e quali sono gli effetti sulla psiche degli italiani, sul loro equilibrio mentale e psicologico e sulle loro capacità di vivere quella che per alcuni filosofi è un vivere alla fine dei tempi?

Purtroppo mi sento di dire che l’affermazione è tragicamente vera. La popolazione si stava risollevando e riprendendo dalla pandemia, e paf!, ci si sveglia a fine febbraio con una notizia che ci rimanda indietro di ottant’anni, quando la Germania nazista invase la Polonia. Follia.

Nessuno di noi era preparato ad un imprevisto del genere, e questo ha portato quindi ad un acuirsi delle incertezze e di conseguenza da un sovraccarico di eventi stressogeni. 

In pochi giorni siamo passati da media (tradizionali e non) occupati in pianta stabile da virologi e infettivologi alla presenza costante di esperti di geopolitica e generali. La pandemia è stata anche infodemia, continua a esserlo con la guerra in corso. L’eccessiva esposizione ai media ha fatto aumentare il malessere, amplificato dalla difficoltà ad avere accesso a informazioni qualificate e “di verità”, a pensieri non conformistici utili per una rielaborazione e riflessione individuale. Ne è derivata una maggiore difficoltà a esercitare resilienza e capacità adattativa che sempre, nelle situazioni di crisi (stress) hanno permesso il superamento di crisi gravi.  Quali sono secondo lei gli effetti della informazione e della comunicazione mediale corrente nell’amplificare il disagio psichico delle persone? Cosa bisognerebbe fare? Può essere sufficiente abbandonare le piattaforme socia, spegnere la TV o staccare la spina?

Gli effetti che possono derivare da tutto questo, a mio modesto parere, sono un aumento delle incertezze e un clima di costante tensione in tutti noi.

È difficile controllare le fonti dai miliardi di notizie che ci arrivano: una per tutte, la notizia di quella nonnina ucraina che da sola ha ammazzato 8 soldati russi dando loro una torta avvelenata. Non si è riusciti a verificare la fonte originale, quindi non sappiamo se la notizia sia vera. È vero però l’effetto che ne deriva: odio verso l’invasore russo, ennesima notizia di morte, violazione dei diritti umani di base (vien da pensare: “Brava la nonnina, certo, ma poi i russi l’avranno sicuramente ammazzata per rappresaglia! Mostri a prendersela con una innocente!”).

Anche se spegnessimo la TV, i media e staccassimo la spina non cambierebbe molto la situazione. Viviamo in una società iperconnessa, del resto. La nostra capacità adattiva e di resilienza ci viene messa a dura prova nel concreto, anche se non abbiamo Facebook o TikTok. Altro esempio: l’altro giorno vado al supermercato a fare la normale spesa settimanale, come succede da decenni a ‘sta parte. Mi avvicino agli scaffali dei condimenti e vedo che lo spazio dell’olio di semi di girasole è occupato da un cartello dove si dice che l’acquisto è razionato (non più di una bottiglia per nucleo familiare) a causa dell’attuale situazione geopolitica. 

La crisi sanitaria e ora quella della guerra hanno fatto dimenticare a molti la crisi finanziaria ed economica del 2008 che non è mai terminata. La crisi economica ha fatto aumentare povertà, disuguaglianze, assenza di lavoro e precarietà, soprattutto ha fatto aumentare incertezza e ansia per il futuro. Molti dei protagonisti di questa crisi si sono adeguati in proprio ricorrendo ad ansiolitici e farmaci antidepressivi vari. Il loro consumo negli ultimi due anni è dato in costante aumento. Lei conferma questo (ab)uso di farmaci e quali possono essere gli effetti sulle persone che ne fanno uso? Quali alternative e percorsi psicoterapeutici suggerirebbe?

In questo caso la mia risposta è tendenziosa: sono psicologo-psicoterapeuta, non un medico. Di conseguenza non uso farmaci nelle cure coi miei assistiti e tendo a limitarne l’uso. Questo non per convinzioni estremiste, ma perché ho studiato gli effetti che un uso cronico ed indiscriminato di farmaci che vanno ad interagire col sistema nervoso centrale hanno sull’individuo e sul funzionamento del cervello stesso, il quale viene modificato nel corso del tempo da queste sostanze. L’abuso di psicofarmaci è una tendenza, ahimè!, che stiamo imitando dagli Stati Uniti d’America, ed comunque in costante crescita da più di due anni. È più semplice risolvere un problema psichico con una pillola: costa meno e gli effetti si vedono subito. Poi la persona ne diventa dipendente, ma intanto sta meglio lei e chi le sta vicino. La soluzione? Approccio misto e razionale. Psicoterapia e nei momenti più acuti anche il ricorso agli psicofarmaci (per un periodo limitato e in stretto contatto con lo psichiatra). Questo si può fare, ma dipende dai professionisti: per venire incontro alle esigenze degli assistiti possiamo ridurre il costo degli onorari a seduta, ad esempio. Per chi invece fosse interessato ad approfondire la tematica degli effetti degli psicofarmaci consiglio il libro “Le pillole più amare”, di Johanna Moncrieff, edito da Giovanni Fioriti Editore nel novembre 2020. Solo per citare un testo… 

Nella situazione attuale probabilmente nessuno è in grado di fornire consigli adeguati alla problematicità e criticità del vissuto individuale e personale. Forse neppure filosofi e psicologi. Eppure un tentativo va fatto perché è necessario lavorare per una maggiore conoscenza (diversa da informazione) e consapevolezza, con l’obiettivo di alimentare la speranza così come la resilienza e la capacità di reazione ad eventi e situazioni sempre più drammatici. Può darsi che parlare di felicità sia diventato complicato ma immaginare che il futuro, sempre imprevedibile, possa essere migliore è un primo passo per essere forse più felici. Quali suggerimenti si sente di dare a persone che hanno perso la capacità a sperare, a immaginare futuri diversi, a elaborare pensieri positivi e ad agire per concretizzarli? 

Insistere nel sperare che tutto si risolverà. Non è una frase fatta, ma un dato concreto. Vecchi adagi come “Non può piovere per sempre” sono sempre attuali. Ricorrere ad ogni stratagemma per far passare questo momento difficile.

Le pandemie non durano più di due anni: sembrava impossibile, ma è successo così con l’Influenza Spagnola degli anni Venti e sta succedendo anche col COVID-19. Non esiste una metodica per superare questi momenti che vada bene per tutti, e ognuno deve trovare il coraggio di trovare ed escogitare i propri rimedi, anche se simili strategie possono sembrare stupide. Se mi sento di voler dormire un’ora in più al pomeriggio, e posso farlo, lo faccio; non do retta a chi mi dice che potrei sprecare tempo: è una soluzione che sto adottando in questo momento, e sta a me usarla nel modo migliore possibile.

Il fine è stare meglio, non fare quello che altri ritengono giusto per me. 

Le crisi in atto hanno colpito tutti ma in particolare i più giovani. Lo sono di più anche perché, abituati a relazioni senza corpo, hanno finito per essere più soli, isolati e impediti in relazioni incarnate che alla loro età dovrebbero essere la norma. Oggi assistiamo all’aumento di sintomi depressivi, devianze comportamentali, disturbi del comportamento alimentare e di ansia, delle dipendenze, dei fenomeni di microcriminalità (baby gang e non solo). Molti giovani hanno provato e, alcuni, sono riusciti a mettere in campo misure adeguate a reagire e trovare nuovi equilibri esistenziali. Molti però sono ormai da tempo alla ricerca di una qualche forma di assistenza e di aiuto, in particolare coloro che questo aiuto non possono averlo dalle loro famiglie. Ora il disagio psicologico vissuto nel periodo della pandemia rischia di esplodere perché la guerra è un evento impensabile e incommensurabile per i più. Tale da renderli ancor più vulnerabili. Cosa è possibile fare secondo lei per i più giovani? Quanto può servire la reintroduzione del bonus psicologico? 

Ben venga il bonus psicologico, ma il cambiamento va fatto a partire dalle singole famiglie. Non basta delegare ad altri il compito che spetta ai genitori e ai parenti. Le famiglie si devono responsabilizzare maggiormente, a parer mio. Ma per fare questo dobbiamo tornare ad essere più umani, a credere di più tra di noi, aiutandoci anche l’un l’altro, senza però delegare troppo le nostre responsabilità, per l’appunto. 

La pandemia, ora la guerra, sta provocando conseguenze serie sulla psiche di molte persone. Secondo l’OMS è a rischio la nostra salute mentale. Una esagerazione o una verità? Un rischio per tutti o solo per alcune categorie di persone e di popolazione? L’esposizione alla imprevedibilità degli eventi genera un’ansia percepita reale che interessa il Sé, l’inconscio e può trasformarsi in patologia generando paura, incertezza e voglia di fuga da ogni tipo di rischio o pericolo. Una fuga che impedisce di rafforzare la capacità a resistere, forse necessaria per le prossime crisi già in formazione. La guerra alle porte dell’Europa ha accelerato e approfondito il sentimento di disagio anche perché tutti temono l’impatto economico della guerra. Se dopo due crisi dovesse manifestarsi la crisi economica la situazione potrebbe diventare esplosiva. Quali sono secondo lei i sentimenti prevalenti nelle persone che ricorrono a lei per trovare risposte al loro disagio? 

Incertezza, inquietudine, ansia e somatizzazioni.

Sentimenti del resto normali in una situazione che di normale ha ben poco. L’unica alternativa possibile ritengo sia quella di stare accanto a chi sta soffrendo, anche magari solo in silenzio per un po’ di tempo, o con un semplice abbraccio. Passerà, passerà tutto e si risolveranno le questioni belliche, economiche e via dicendo. Ma in questo momento abbiamo bisogno di sentircelo dire, e di non stare soli. La solitudine (quella non voluta, intendiamoci) è un problema che può demolire una persona.  

Per concludere ci può raccontare qualcosa di lei, di come e dove opera professionalmente e delle sue attività psicoterapeutiche? A chi si rivolge principalmente e con quali proposte? Qual è l’orientamento psicologico a cui fa riferimento e quali soluzioni/approcci si sente di promuovere? 

Mi occupo da oltre 12 anni di formazione aziendale (tengo regolarmente corsi sulla sicurezza sul lavoro, sullo stress lavoro-correlato, sulla comunicazione efficace, ecc.) per conto di diverse agenzie per il lavoro italiane ed estere. Inoltre dal 2004 sono psicologo clinico e psicoterapeuta ad indirizzo dinamico-fenomenologico (ricevo in provincia di Padova e Treviso, oltre che online): siamo in pochi che adoperano questo modello, lo so… In parole semplici faccio riferimento a Freud come teoria principale di cura ma senza adoperare tutte le regole, spesso rigide e proprie della psicoanalisi. Essere fenomenologi significa sospendere il giudizio verso l’altro, ascoltarlo, esser con la persona che richiede il nostro aiuto. La presenza dell’altro nella terapia, la cura attraverso l’amore, inteso come sentimento che accumuna l’essere umano con gli altri.

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