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La filosofia è ricerca della verità.

La filosofia è ricerca della verità.

14 Maggio 2021 Interviste filosofiche
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Viviamo di racconti e miti, i quali ci aiutano a leggere e a comprendere il reale. Non possiamo vivere senza queste storie. Internet e le nuove tecnologie ci spingeranno a sviluppare nuove narrazioni che ci permetteranno di continuare a leggere la realtà che ci circonda; in ciò non faremo che proseguire nella nostra avventura di interpretazione del reale, che non può fare a meno di essere mitica.


"Diogene […] obiettò una volta che gli si facevano le lodi di un filosofo: “Che cosa mai ha da mostrare di grande, se da tanto tempo pratica la filosofia e non ha ancora turbato nessuno?” Proprio così bisognerebbe scrivere sulla tomba della filosofia della università: “Non ha mai 
turbato nessuno” (F. Nietzsche, Considerazioni inattuali III.)."  

Sei filosofo, sociologo, psicologo, studioso della tecnologia o semplice cittadino consapevole della Rete e vuoi partecipare alla nostra iniziativa con un contributo di pensiero? Puoi farlo scrivendo a questo indirizzo.

Tutti sembrano concordare sul fatto che viviamo tempi interessanti, complessi e ricchi di cambiamenti. Molti associano il cambiamento alla tecnologia. Pochi riflettono su quanto in profondità la tecnologia stia trasformando il mondo, la realtà oggettiva e fattuale delle persone, nelle loro vesti di consumatori, cittadini ed elettori.

Sulla velocità di fuga e volontà di potenza della tecnologia e sulla sua continua evoluzione, negli ultimi anni sono stati scritti numerosi libri che propongono nuovi strumenti concettuali e cognitivi per conoscere meglio la tecnologia e/o suggeriscono una riflessione critica utile per un utilizzo diverso e più consapevole della tecnologia e per comprenderne meglio i suoi effetti sull'evoluzione futura del genere umano. 

 

In questo articolo proponiamo l’intervista che Carlo Mazzucchelli  ha condotto con Massimiliano Bavieri. Nato a Lucca nel 1974, si è laureato in filosofia all'università di Pisa con una tesi su Franz Rosenzweig, intitolata Il concetto di “nulla” nel pensiero di Franz Rosenzweig. Ha un diploma in pianoforte. Dal 2007 insegna italiano come lingua straniera. Ha insegnato anche pianoforte alla scuola primaria e secondaria. Dopo essersi interessato alla consulenza filosofica, nel 2019 entra a far parte del gruppo internazionale Deep Philosophy, fondato da Ran Lahav.

Conduce incontri di Deep Philosophy sia on-line che in ritiri nazionali e internazionali. Ha tradotto in italiano alcuni saggi filosofici dal tedesco, tra cui, di Thomas Polednitschek, Consiglio filosofico e consulenza filosofica: una preoccupante confusione, (in Phronesis, Semestrale di filosofia, consulenza e pratiche filosofiche, anno IX, n. 16, aprile 2011), e La «morte» del cittadino. Consulenza filosofica come filosofia politica (in Sofia e Polis. Pratica filosofica e agire politico, a cura di Stefano Zampieri, Liguori Editore, 2012).

È autore del capitolo Procedures for studying texts, in The Deep Philosophy Group. History, Theory, Techniques, edited by Ran Lahav, Loyev Books, 2019. Ha tradotto dall'inglese lo stesso volume (Il gruppo Deep Philosophy. Storia, teoria, tecniche, Loyev Books, 2019). Nel 2020 ha pubblicato Frammenti sull'Essere e sul nulla (Loyev Books, 2020). Ha tradotto e commentato, di Søren Aabye Kierkegaard, La malattia per la morte, traduzione, note e commento di Massimiliano Bavieri, prefazione di Silvano Zucal, Agorà & Co., 2021.


Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione sull'era tecnologica e dell'informazione che viviamo? 

Insegno italiano a studenti stranieri residenti in Italia – per lo più immigrati giunti nel nostro paese negli ultimi anni. Sono laureato in filosofia, e ho anche un diploma in pianoforte. Per raggiungere questi obiettivi non ho fatto uso di tecnologia, se si prescinde da un vecchio computer degli anni '90 che usai solo per scrivere la mia tesi di laurea. Internet era ancora ai suoi esordi, e i telefoni cellulari servivano solo per telefonare o inviare e ricevere messaggi.

Ho insegnato a suonare il pianoforte per alcuni anni, in scuole primarie e medie. La filosofia ho continuato a studiarla, interessandomi, tra l'altro, di consulenza filosofica. Dal 2019 sono membro del gruppo internazionale Deep Philosophy, fondato da Ran Lahav, uno dei massimi teorici al mondo della consulenza filosofica. Nel corso degli anni ho tradotto dal tedesco, dall'inglese, e dal danese.

Il mio rapporto con le nuove tecnologie, negli ultimi anni, è andato sempre più intensificandosi e, nello stesso tempo, è migliorato. Il fine per cui vengono utilizzate determina il grado di bontà del nostro rapporto con esse. Senza la moderna tecnologia non avrei mai potuto tradurre e commentare un'opera di Kierkegaard senza spostarmi da casa: internet mi ha messo tutto ciò di cui avevo bisogno a portata di mano. Grammatiche, dizionari, testi, libri da consultare, tutto questo mi è stato accessibile grazie al mio computer. Io uso la tecnologia soprattutto per studiare: ho migliorato la mia conoscenza dell'inglese frequentando alcuni forum dedicati a temi che mi interessano, e, poiché studio continuamente lingue straniere, ho imparato a sfruttare al massimo ciò che internet mette a disposizione per farlo.

Ora sto scrivendo queste righe al computer, ed è attraverso di esso che io e Lei siamo entrati in contatto. È in questo spazio, aperto dalla tecnologia, che è possibile condurre un discorso critico nei confronti della tecnologia stessa. Non vi è alcuna impossibilità logica a impedire che un mezzo divenga il mezzo che indaga se stesso e che mette in discussione se stesso. La tecnologia è un mezzo. 

 

Secondo il filosofo pop del momento, Slavoj Žižek, viviamo tempi alla fine dei tempi. Quella del filosofo sloveno è una riflessione sulla società e sull'economia del terzo millennio ma può essere estesa anche alla tecnologia e alla sua volontà di potenza (il technium di Kevin Kelly nel suo libro Cosa vuole la tecnologia) che stanno trasformando il mondo, l'uomo, la percezione della realtà e l'evoluzione futura del genere umano. La trasformazione in atto obbliga tutti a riflettere sul fenomeno della pervasività e dell'uso diffuso di strumenti tecnologici ma anche sugli effetti della tecnologia. Qual è la sua visione attuale dell'era tecnologica che viviamo e che tipo di riflessione dovrebbe essere fatta, da parte dei filosofi e degli scienziati ma anche delle singole persone

Vi è sempre stato qualcuno che ha proclamato che i tempi stavano per finire. Io credo che dovremmo vivere come se il mondo stesse per finire – come se stessimo assistendo alla fine – anzi, come se la fine fosse già alle nostre spalle. Dopo la fine, vi è sempre un inizio. L'uomo vive, autenticamente, in questo inizio sempre nuovo, sempre ancora ripetuto, di continuo agli albori di un eterno diletto, di una gioia che non riesce ad abbracciare appieno.

Possiamo in ogni momento smarrire questa nostra continua originalità, questo nostro essere a un principio che non muore mai. Tale condizione di smarrimento è, anch'essa, un dato reale, una concretezza che viviamo costantemente. Ma non vi è alcun pericolo di essere trasformati davvero dalla tecnologia: essa è morta, mentre io sono vivo, sono in un perpetuo stadio germinale. Si afferma spesso che la tecnica, come ambito più generale da cui si origina la moderna tecnologia, abbia ormai raggiunto il livello in cui è essa stessa a dominare le nostre vite, proprio perché essa, da mezzo per vivere, ci è divenuta talmente indispensabile da costringerci a considerarla al di sopra delle nostre vite, come qualcosa senza la quale non potremmo affatto esistere.

Severino afferma che gli Stati non possono deporre la loro arma migliore – la tecnica – non possono non nutrirla con sempre più imponenti progetti di ricerca e innovazione, che hanno il fine di renderla sempre più potente, se non al costo di rinunciare all'unica arma che hanno a disposizione per proteggersi dalle invadenze degli altri Stati. Un indebolimento della tecnica e della tecnologia, messo in atto per salvaguardare lo spazio di libertà dell'uomo, sarebbe un suicidio per lo Stato.

In questo ragionamento bisogna distinguere due piani: quello della comprensione immediata di un problema, e quello della realtà profonda, che rimane immodificata dalle nostre distorte visioni del mondo. Dal primo punto di vista, possiamo credere sinceramente di dovere tutto alla tecnica, e ritenere, di conseguenza, che la vita umana sia solo, ormai, un mero servo di un dio che necessita di continui sacrifici della nostra libertà individuale. Dal secondo punto di vista, vi è la consapevolezza, che non può essere smossa da alcuna prova contraria, di una indisponibilità di fondo dell'uomo – di un essere “prezioso” dell'io, un esser posizionato in un recesso inaccessibile, in un luogo nascosto alla vista – tanto apertamente manifesta e mostrantesi come tale, da non poter essere scalfita da alcuna forza opposta.

Su di una tale profondità dell'io non può essere scritta alcuna parola “fine”: questo inizio, sempre di nuovo rinnovantesi, di un io che si trova perpetuamente al principio, davanti a un suo essere che ha da esser compreso, è ciò che rende l'essere umano ciò che realmente è: un essere nella luce, nella pace, nella gioia. Nessuna tecnica, nessuna tecnologia, potranno mettere in crisi un io che si sa come fondato su questa base solida – su un reale che, in quanto Essere, non ha di che temere nei confronti di ogni forza che prepotentemente gli si levi contro.

La filosofia non può esimersi dal riflettere sul concetto di essere, e su quello, ad esso connesso, di potenza che si oppone all'essere. Ciò che è, il reale, è questo fondamento che mi regge, incrollabile, cui si oppone una potenza che ha una sua logica, del tutto indipendente dall'essere, la quale apre lo spazio per il divenire, per   l'apparenza, per l'errore, per l'esperienza del dolore e della morte.     

 La filosofia accademica sa muoversi a livello di analisi teorica distaccata, analizzando visioni del mondo, senza volerne scegliere una come migliore. Questo è il dogma che condanna il discorso filosofico contemporaneo a una mancanza di incidenza sul mondo, sulla politica, sulla vita delle persone. Ma questa è una scelta, che può essere fatta oppure no. Qui, nella libera scelta, sta la potenza dell'errore.

L'errore è, infatti, l'allontanamento dalla verità, come possibilità che non può essere cancellata nemmeno dalla verità stessa. È questa la forza primordiale del nulla. Non vi è niente, perciò, a rigor di logica, che ci spinga ad assumere una determinata visione del mondo. Io scelgo invece di entrare in prima persona in una teoria, di incarnarla, di viverla, affermando una visione del mondo al di sopra di altre, mostrando la sua superiorità rispetto ad altre. Questo è un pensiero forte, che non intende soccombere alle forze del mondo che vogliono invece farci abdicare alla nostra aspirazione alla verità. La filosofia è ricerca della verità. 

 

Miliardi di persone sono oggi dotate di smartphone usati come protesi tecnologiche, di display magnetici capaci di restringere la visuale dell'occhio umano rendendola falsamente aumentata, di applicazioni in grado di regalare esperienze virtuali e parallele di tipo digitale. In questa realtà ciò che manca è una riflessione su quanto la tecnologia stia cambiando la vita delle persone (High Tech High Touch di Naisbitt) ma soprattutto su quali siano gli effetti e quali possano esserne le conseguenze.  Il primo effetto è che stanno cambiando i concetti stessi con cui analizziamo e cerchiamo di comprendere la realtà. La tecnologia non è più neutrale, sta riscrivendo il mondo intero e il cervello stesso delle persone. Lo sta facendo attraverso il potere dei produttori tecnologici e la tacita complicità degli utenti/consumatori. Come stanno cambiando secondo lei i concetti che usiamo per interagire e comprendere la realtà tecnologica? Ritiene anche lei che la tecnologia non sia più neutrale? 

 Io sono forse, senza ombra di dubbio, il mio cervello, il mio corpo, o qualcos'altro che si possa considerare come corporeità, come materialità? Ogni modifica che la tecnica possa apportare a un aspetto di questo mio organismo fatto di tessuti, carne, ossa, nervi, non arriva a intaccare il livello profondo, il fondamento, su cui io poggio saldamente. Chi è privo di tale consapevolezza può temere, certo, di essere perduto, gettato nelle braccia di una tecnica sempre più onnipervasiva. 

 

Secondo il filosofo francese Alain Badiou ciò che interessa il filosofo non è tanto quel che è (chi siamo!) ma quel che viene. Con lo sguardo rivolto alla tecnologia e alla sua evoluzione, quali sono secondo lei i possibili scenari futuri che stanno emergendo e quale immagine del mondo futuro che verrà ci stanno anticipando?

È probabile che si andrà verso una differenziazione sempre più marcata fra chi sarà in grado di usare al meglio la tecnologia, sapendo di non poterne mai divenire davvero schiavo, e chi, invece, nemmeno si porrà interrogativi riguardo alla sua condizione di smarrimento – così come vi sarà chi vivrà nella consapevolezza di essere senza via di uscita, nelle mani di una tecnica e di una tecnologia che regnano sovrane. 

 

Secondo alcuni, tecnofobi, tecno-pessimisti e tecno-luddisti, il futuro della tecnologia sarà distopico, dominato dalle macchine, dalla singolarità di Kurzweil (la via di fuga della tecnologia) e da un Matrix nel quale saranno introvabili persino le pillole rosse che hanno permesso a Neo di prendere coscienza della realtà artificiale nella quale era imprigionato. Per altri, tecnofili, tecno-entusiasti e tecno-maniaci, il futuro sarà ricco di opportunità e nuove utopie/etopie. A quali di queste categorie pensa di appartenere e qual è la sua visione del futuro tecnologico che ci aspetta? E se la posizione da assumere fosse semplicemente quelle tecno-critica o tecno-cinica? E se a contare davvero fosse solo una maggiore consapevolezza diffusa nell'utilizzo della tecnologia? 

Entrambe le fazioni non sono forse schiave di un errore di fondo? I “tecnofobi”, infatti, trascurano la profondità dell'io, che mai si lascia irretire da potenze ad esso superiori: essi, presi da sconforto, guardano con ansia il processo di decadimento dell'io, immaginandosi l'io come avvolto in spire sempre più strette, le quali lo trascinano verso la sua fine, verso la sua completa disumanizzazione; i “tecnofili”, invece, sono coloro che si illudono di poter perfezionare un meccanismo – l'io – ancora malato: per essi, il tempo è una freccia che va verso un miglioramento continuo di ciò che ancora non si dà, che ancora non è – quel futuro “io” perfetto, che si staglia di fronte a loro come modello da realizzare.

Tutti e due, tecnofobi e tecnofili, immaginano che qualcosa che è, e che possa essere modificato da circostanze esterne: i primi, ne vedono il decadimento, la trasformazione verso il basso; i secondi, fremono di ansia di fronte al processo in atto del suo perfezionamento. Sono entrambe concezioni vittime di una distorsione cognitiva, che non è che una mancanza di comprensione dell'identità profonda di ciò che è l'uomo – un essere che non è soggetto a cambiamenti radicali.

Esistiamo, secondo e ultime scoperte della paleoantropologia, da almeno 300000 anni. Erano meno uomini di noi, coloro che ci hanno preceduto di così tanti anni? Saranno meno uomini di noi, coloro che verranno dopo di noi, fra 1000, o 100000 anni? Peccheremmo di superiorità se rispondessimo di sì a entrambe le domande. Se l'uomo è uomo, si può essere meno uomini? Vi possono essere condizioni esterne a migliorare o peggiorare la nostra essenza? 

 

Mentre l'attenzione dei media e dei consumatori è tutta mirata alle meraviglie tecnologiche di prodotti tecnologici diventati protesi operative e cognitive per la nostra interazione con molteplici realtà parallele nelle quali viviamo, sfugge ai più la pervasività della tecnologia, nelle sue componenti nascoste e invisibili. Poca attenzione è dedicata all'uso di soluzioni di Cloud Computing e ancora meno di Big Data nei quali vengono archiviati miliardi di dati personali. In particolare sfugge quasi a tutti che il software sta dominando il mondo e determinando una rivoluzione paragonabile a quella dell'alfabeto, della scrittura, della stampa e di Internet. Questa rivoluzione è sotterranea, continua, invisibile, intelligente, Fatta di componenti software miniaturizzati, agili e leggeri capaci di apprendere, di interagire, di integrarsi e di adattarsi come se fossero neuroni in cerca di nuove sinapsi.  Questa rivoluzione sta cambiando le vite di tutti ma anche la loro percezione della realtà, la loro mente e il loro inconscio. Modificati come siamo dalla tecnologia, non ci rendiamo conto di avere indossato delle lenti con cui interpretiamo il mondo e interagiamo con esso. Lei cosa ne pensa? 

Platone racconta, nel Fedro, che il re egizio Thamus, condannando l'invenzione della scrittura, affermò che con essa si avrebbe avuto soltanto un'illusione di possedere, nella forma scritta, quelle conoscenze di cui si ha bisogno. Secondo lui, si sa davvero qualcosa solo dall'interno, e non se si possiedono semplici segni scritti. Eppure, i segni non riescono mai, in alcun modo, a sopprimere quella conoscenza interiore cui fa riferimento il re Thamus. Vi è una dimensione nascosta a uno sguardo superficiale, la quale non può essere messa a tacere in alcun modo: questo fondo, da cui peschiamo ciò che abbiamo in noi di più autentico, è il luogo in cui si cela la nostra vera identità, sempre latente, ma mai a rischio di essere completamente persa.

Qualunque siano i mezzi cui affidiamo la trasmissione delle nostre conoscenze – per quanto essi possano ostacolare un profondo coinvolgimento dell'io – pur sempre questa riserva di comprensione profonda, questa possibilità di andare verso l'interno, in un movimento di coglimento di sé in ciò che si è davvero, non potrà mai esserci tolta.

Viviamo di racconti e miti, i quali ci aiutano a leggere e a comprendere il reale. Non possiamo vivere senza queste storie. Internet e le nuove tecnologie ci spingeranno a sviluppare nuove narrazioni che ci permetteranno di continuare a leggere la realtà che ci circonda; in ciò non faremo che proseguire nella nostra avventura di interpretazione del reale, che non può fare a meno di essere mitica. 

 

Se il software è al comando, chi lo produce e gestisce lo è ancora di più. Questo software, nella forma di applicazioni, è oggi sempre più nelle mani di quelli che Eugeny Morozov chiama i Signori del silicio (la banda dei quattro: Google, Facebook, Amazon e Apple). E' un controllo che pone il problema della privacy e della riservatezza dei dati ma anche quello della complicità conformistica e acritica degli utenti/consumatori nel soddisfare la bulimia del software e di chi lo gestisce. Grazie ai suoi algoritmi e pervasività, il software, ma anche la tecnologia in generale, pone numerosi problemi, tutti interessanti per una riflessione filosofica ma anche politica e umanistica, quali la libertà individuale (non solo di scelta), la democrazia, l'identità, ecc. (si potrebbe citare a questo proposito La Boétie e il suo testo Il Discorso sulla servitù volontaria). Lei cosa ne pensa? 

Forse, il pericolo più grande è che coloro che detengono i dati relativi alle nostre vite possono anticipare le nostre scelte, e persino guidarle, sulla base di ciò che sanno di noi, depositato nei computer delle grandi aziende che detengono il predominio informatico a livello mondiale. Ma forse qui c'è un errore di valutazione di ciò che è l'uomo: in generale, sperare di poter andare incontro ai nostri bisogni reali sulla base di ciò che abbiamo scelto in passato, non è che un appiattimento di ciò che noi siamo, di ciò che possiamo essere: significa concepire l'uomo come non libero, e incapace di scegliere a partire dal nulla – di scegliere per il nuovo, senza che il passato lo determini. Fare previsioni sul comportamento dell'uomo è infinitamente più difficile che prevedere l'andamento del tempo meteorologico: gli algoritmi ci inseguono, ma noi siamo più complessi di ciò che tramite essi viene intravisto.

Vi è chi si muove a suo agio in un mondo in cui ogni suo atto, ogni sua scelta, ogni suo movimento, sono osservati, previsti o indotti; perciò, io non penso sia corretto, da un punto di vista etico, chiedere che la sua libertà di scelta venga limitata da chi ritiene che questo tipo di esistenza sia innaturale o inautentica. Chi, d'altro canto, vuole limitare il più possibile tale controllo su se stesso, non ha che da ridurre al minimo la propria interazione con la tecnologia, così da evitare di affidare ad essa contenuti troppo personali. Per il momento, siamo ancora liberi di porre in atto questa limitazione. Inoltre, vi è qualcosa dell'io che non si lascia ridurre a dato, a informazione – qualcosa che possa in qualche modo essere immagazzinato in memorie di computer. La libertà di scegliere, di indirizzare il proprio sguardo sul reale, su ciò che costituisce la nostra identità, non ci può essere in alcun modo tolta.

Condannare chi si sottomette volontariamente a una potenza, di qualunque tipo essa sia, non è che un indizio della mancanza di coscienza delle forze che muovono il reale, al di là di ciò che noi siamo e che non può essere smosso da alcunché. Vi sono movimenti che si contrappongono a questa consapevolezza incrollabile della nostra gioia – potenze violente che determinano e dominano, distorcendolo, il nostro accadere e il nostro essere, fin da sempre. Cercare di negarle, di renderle innocue, magari con leggi apposite, non cancella tali forze, ma le induce soltanto a modificarsi e a manifestarsi in altro modo. Annullarle significherebbe annullare una parte dell'essere. Una nuova riflessione sull'essere è ciò che i filosofi possono portare avanti, al fine di comprendere se davvero, alla sua luce, si debba dichiarare illusione o nullità tutto ciò che è distorsione, inautenticità, incomprensione, sottomissione, dolore, morte. 

 

Una delle studiose più attente al fenomeno della tecnologia è Sherry Turkle. Nei suoi libri Insieme ma soli e nell'ultimo La conversazione necessaria, la Turkle ha analizzato il fenomeno dei social network arrivando alla conclusione che, avendo sacrificato la conversazione umana alle tecnologie digitali,  il dialogo stia perdendo la sua forza e si stia perdendo la capacità di sopportare solitudine e inquietudini ma anche di concentrarsi, riflettere e operare per il proprio benessere psichico e cognitivo. Lei come guarda al fenomeno dei social network e alle pratiche, anche compulsive, che in essi si manifestano? Cosa stiamo perdendo  guadagnando da una interazione umana e con la realtà sempre più mediata da dispositivi tecnologici? 

L'essere umano è un soggetto comunicante. Che vi sia un altro essere umano in carne ed ossa di fronte ad esso, oppure solo un'immagine in movimento su uno schermo di computer, o addirittura non si veda il nostro interlocutore, come quando comunichiamo tramite messaggi scritti, la nostra natura di esseri comunicanti non viene meno.

Mutazioni a livello psichico e cognitivo, ad ogni modo, sono causati dalla tecnlogia: quando in passato ci raccontavamo storie, queste coinvolgevano solo un ristretto numero di persone, ed erano comprese solo da questa limitata cerchia. Oggi, al contrario, internet favorisce lo sviluppo di racconti e di miti che hanno una portata planetaria, nonché il sorgere di correnti e movimenti coinvolgenti ampie fasce di popolazione, che arrivano spesso a un livello transnazionale. Un tempo, prima di internet, tutto ciò poteva accadere ma solo in tempi lunghissimi. Internet favorisce la creazione di comunità planetarie che condividono gli stessi interessi, le stesse passioni, le stesse concezioni del mondo, gli stessi obiettivi da raggiungere. A venire a mancare, sono invece le vicende e i racconti che riguardano la comunità più ristretta, quella in cui ci muoviamo ogni giorno. Questa è la perdita. Ma l'io può ritrovarsi anche nella scala planetaria in cui oggi per lo più si muove. 

 

In un libro di Finn Brunton e Helen Nissenbaum, Offuscamento. Manuale di difesa della privacy e della protesta, si descrivono le tecniche che potrebbero essere usate per ingannare, offuscare e rendere inoffensivi gli algoritmi di cui è disseminata la nostra vita online. Il libro propone alcuni semplici comportamenti che potrebbero permettere di difendere i propri spazi di libertà dall'invadenza della tecnologia. Secondo lei è possibile difendersi e come si potrebbe farlo? 

È certo che si possa sfuggire al controllo degli strumenti tecnologici. Se però le vie per farlo vengono ridotte a tecnica, allora sarà facilissimo anche toglierci queste ultime possibilità di fuga, per chi ha intenzione di guidarci, di prevedere i nostri movimenti e le nostre scelte. Non si può suggerire una via di fuga. 

Cosa pensa del nostro progetto SoloTablet? Ci piacerebbe avere dei suggerimenti per migliorarlo!

È un'ottima occasione per riflettere su temi che riguardano tutti, visto che ormai nessuno vive al di fuori del mondo della rete. Mi pare che questo vostro progetto percorra una strada che può portare a buoni frutti: è necessario continuare su questa via di una riflessione che coinvolga il filosofare – spesso messo da parte dalla maggior parte della cultura contemporanea in quanto modo pre-scientifico di affrontare i problemi.

 

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