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La riflessione sulla tecnologia sembra fermarsi alla superficie

La riflessione sulla tecnologia sembra fermarsi alla superficie

14 Aprile 2021 Interviste filosofiche
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Ricordo che un mio professore di Italiano, al liceo classico, sosteneva che il participio passato di “riflettere”, anche nell’accezione di “pensare”, dovesse essere “riflesso”. Al di là delle considerazioni linguistiche, c’è una grande domanda filosofica nascosta in questa coniugazione che sembra così incongrua all’orecchio: cosa facciamo, esattamente, quando riflettiamo? Elaboriamo un pensiero originale e ponderato (“ho riflettuto”) o ci limitiamo ad essere specchio di ciò che ci circonda, in un movimento superficiale e acritico (“ho riflesso”)?

"Diogene […] obiettò una volta che gli si facevano le lodi di un filosofo: “Che cosa mai ha da mostrare di grande, se da tanto tempo pratica la filosofia e non ha ancora turbato nessuno?” Proprio così bisognerebbe scrivere sulla tomba della filosofia della università: “Non ha mai turbato nessuno” (F. Nietzsche, Considerazioni inattuali III.)."  

Sei filosofo, sociologo, psicologo, studioso della tecnologia o semplice cittadino consapevole della Rete e vuoi partecipare alla nostra iniziativa con un contributo di pensiero? Puoi farlo scrivendo a questo indirizzo.

Tutti sembrano concordare sul fatto che viviamo tempi interessanti, complessi e ricchi di cambiamenti. Molti associano il cambiamento alla tecnologia. Pochi riflettono su quanto in profondità la tecnologia stia trasformando il mondo, la realtà oggettiva e fattuale delle persone, nelle loro vesti di consumatori, cittadini ed elettori.

Sulla velocità di fuga e volontà di potenza della tecnologia e sulla sua continua evoluzione, negli ultimi anni sono stati scritti numerosi libri che propongono nuovi strumenti concettuali e cognitivi per conoscere meglio la tecnologia e/o suggeriscono una riflessione critica utile per un utilizzo diverso e più consapevole della tecnologia e per comprenderne meglio i suoi effetti sull'evoluzione futura del genere umano. 


In questo articolo proponiamo l’intervista che Carlo Mazzucchelli  ha condotto con Ada Moretti, Counselor Filosofico e docente di Pratiche Filosofiche e Dialogo Socratico presso la Scuola Superiore di Counseling Filosofico – Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia e Psichiatria.

Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione sull'era tecnologica e dell'informazione che viviamo? 

Buongiorno a lei, Carlo, e grazie di avermi proposto questa interessante intervista.

Sono un Counselor Filosofico dalla formazione eclettica. Ho una prima laurea in Lettere Moderne, con indirizzo in Relazioni Sociali, e a giorni ne conseguirò una seconda, magistrale, in Psicologia Clinica. La mia cultura filosofica è trasversale a quella acquisita negli altri ambiti.

Da oltre vent’anni mi occupo di comunicazione, in particolare in sanità – sono stata per oltre un decennio caporedattrice dell’editoria medico-scientifica in un grande IRCCS specializzato nella neuroriabilitazione in età evolutiva – e nel settore aziendale, in cui ho lavorato per diverse realtà.

La comunicazione, per me, è relazione: questo principio di fondo ispira il mio lavoro come Counselor Filosofico, professione per la quale mi sono formata con Master triennale post lauream presso SSCF-ISFiPP e che svolgo in provincia di Monza e Brianza. Inoltre insegno Pratiche Filosofiche presso la Scuola Superiore di Counseling Filosofico – Istituto Superiore di Filosofia, Psicologia e Psichiatria di Torino, e le realizzo correntemente con i gruppi: si tratta di uno strumento dal grande valore euristico ed umano, interamente partecipato, rivolto a chiunque sia interessato a sperimentare la creatività del pensiero filosofico e il piacere del confronto e della scoperta.

Occupandomi da sempre di dinamiche e strategie comunicative, sia per professione che per passione, le nuove tecnologie mi affascinano particolarmente per il modo in cui modificano giorno dopo giorno la nostra relazione col mondo e con gli altri. Mai come ora la tecnica che l’uomo può mettere in campo necessita di una riflessione filosofica di ampio respiro, capace di un pensiero bottom-up, che prenda forma a partire dalla realtà concreta per scongiurarne la deriva meccanicistica, mantenendola invece propriamente umana. Su questo terreno, dunque, le mie tre anime – comunicativa, psicologica e filosofica – si incontrano pienamente. 

 

Secondo il filosofo pop del momento, Slavoj Žižek, viviamo tempi alla fine dei tempi. Quella del filosofo sloveno è una riflessione sulla società e sull'economia del terzo millennio ma può essere estesa anche alla tecnologia e alla sua volontà di potenza (il technium di Kevin Kelly nel suo libro Cosa vuole la tecnologia) che stanno trasformando il mondo, l'uomo, la percezione della realtà e l'evoluzione futura del genere umano. La trasformazione in atto obbliga tutti a riflettere sul fenomeno della pervasività e dell'uso diffuso di strumenti tecnologici ma anche sugli effetti della tecnologia. Qual è la sua visione attuale dell'era tecnologica che viviamo e che tipo di riflessione dovrebbe essere fatta, da parte dei filosofi e degli scienziati ma anche delle singole persone? 

Il termine “riflettere” usato in questa domanda è un verbo molto interessante. Ricordo che un mio professore di Italiano, al liceo classico, sosteneva che il participio passato di “riflettere”, anche nell’accezione di “pensare”, dovesse essere “riflesso”. Al di là delle considerazioni linguistiche, c’è una grande domanda filosofica nascosta in questa coniugazione che sembra così incongrua all’orecchio: cosa facciamo, esattamente, quando riflettiamo? Elaboriamo un pensiero originale e ponderato (“ho riflettuto”) o ci limitiamo ad essere specchio di ciò che ci circonda, in un movimento superficiale e acritico (“ho riflesso”)?

Penso che questo sia l’interrogativo primario, quando si parla di tecnologia, perché ormai è chiaro a tutti come il progresso tecnologico abbia cambiato – e continui a cambiare, sempre più velocemente – il modo di vivere dell’uomo in modo radicale; tuttavia, la riflessione a questo proposito sembra fermarsi spesso ad un livello superficiale, senza riuscire ad andare a fondo come dovrebbe. Si affrontano ampiamente gli aspetti “tecnici” della questione, parlando di vita facilitata, di connessioni, di possibilità nuove, ma non si raggiunge il vero nucleo del cambiamento, ossia il modo in cui la tecnologia ha stravolto le grandi categorie dell’essere-nel-mondo: il tempo, lo spazio, l’identità, l’alterità. Cosa che, inevitabilmente, ha toccato anche il nostro senso esistenziale.

La rivoluzione tecnologica è un fenomeno di assoluta complessità, che merita di essere analizzato a tutto spessore, ma farlo richiede coraggio: il coraggio di ammettere che il mondo, così come è stato per millenni, non esiste più e che occorre creare un nuovo frame per poter inquadrare la realtà inedita che ci troviamo di fronte. Un famoso aforisma attribuito a Henry Ford afferma: “Se avessi chiesto alle persone cosa volevano, mi avrebbero risposto: cavalli più veloci”; oggi, se non attiviamo la riflessione giusta sulla nostra realtà tecnologica, rischiamo di fare lo stesso errore dei clienti di Ford, ossia non rimanere al passo con il mondo in cui siamo immersi, pretendendo di leggerlo secondo visioni anacronistiche.

D’altronde, qualcosa dentro di noi ce lo dice quotidianamente: i cambiamenti totali che la tecnologia sta apportando non sono reversibili e, pur se semplificano la vita umana in modi straordinari, rischiano tuttavia di correre più veloci di noi.

Penso allora che la riflessione che siamo chiamati a realizzare meriti di avere il suo participio passato in “riflettuto” (e non in “riflesso”), andando a fondo di questa rivoluzione tecnologica, aprendo gli occhi su come essa abbia cambiato e stia cambiando il paradigma umano fin dalle fondamenta. Solo allora saremo al timone, e non all’inseguimento, di questa immane trasformazione. Ma per farlo occorre avere l’ardire di guardare alla realtà attuale in tutta la sua profondità ed estensione. 

 

Miliardi di persone sono oggi dotate di smartphone usati come protesi tecnologiche, di display magnetici capaci di restringere la visuale dell'occhio umano rendendola falsamente aumentata, di applicazioni in grado di regalare esperienze virtuali e parallele di tipo digitale. In questa realtà ciò che manca è una riflessione su quanto la tecnologia stia cambiando la vita delle persone (High Tech High Touch di Naisbitt) ma soprattutto su quali siano gli effetti e quali possano esserne le conseguenze.  Il primo effetto è che stanno cambiando i concetti stessi con cui analizziamo e cerchiamo di comprendere la realtà. La tecnologia non è più neutrale, sta riscrivendo il mondo intero e il cervello stesso delle persone. Lo sta facendo attraverso il potere dei produttori tecnologici e la tacita complicità degli utenti/consumatori. Come stanno cambiando secondo lei i concetti che usiamo per interagire e comprendere la realtà tecnologica? Ritiene anche lei che la tecnologia non sia più neutrale? 

La tecnologia non è mai stata neutrale, in tutta la storia dell’uomo, a partire dall’invenzione della ruota. Essa dimostra come l’uomo stesso intervenga sul mondo, differenziandosi dagli altri esseri viventi, per i quali la natura detta legge in via assoluta. A differenza del passato, però, al giorno d’oggi questo fenomeno è diventato di un’evidenza sconcertante e, quindi, destabilizzante.

Sarebbe dunque il momento di riflettere sull’uso della parola “tecnologia” in senso proprio: la usiamo correntemente come sinonimo di “tecnica”, ma in realtà essa esprime etimologicamente un “discorso sulla tecnica”, dunque una meta-dimensione filosofica della tecnica stessa. In questo senso, la tecnica sta avendo un’evoluzione senza precedenti, mentre la tecnologia non sta al passo.

Come dicevo prima, infatti, le innovazioni che connotano la nostra vita quotidiana hanno inciso sulle dimensioni fondamentali in base alle quali noi leggiamo il mondo in cui siamo immersi. Una email (ma anche una telefonata) azzerano quello iato di tempo e spazio che connotava la comunicazione fino a un secolo fa, almeno a livello di masse; e la comunicazione, come la Scuola di Palo Alto ha ben dimostrato, è relazione. Dunque, una semplice telefonata che mette in contatto immediato due persone troppo lontane per parlarsi a voce in presenza distorce in un istante le categorie di spazio, di tempo e di alterità con cui abbiamo letto il mondo fin dall’alba dei tempi. E se l’alterità è distorta, anche l’identità dei due poli della relazione lo è. Ecco dunque che basta poco per comprendere come il nostro modo di stare nel mondo sia radicalmente cambiato non da pochi anni, ma da molti decenni.

Questa prospettiva diacronica è fondamentale, perché senza di essa rischiamo di cadere nell’errore di attribuire il cambiamento che interessa le nostre dimensioni fondamentali solo alle più recenti innovazioni tecniche; si tratta invece di un cambiamento che viene da più lontano, ma che solo ora si fa sentire massicciamente, poiché il legame tra modo di concepire il mondo tradizionale e tecnica moderna, in virtù dell’enorme accelerazione evolutiva di quest’ultima, ha superato il punto di tensione massima e va sfilacciandosi ogni giorno di più.

Tornare indietro, ovviamente, è impossibile, né abbiamo motivo di credere che sia utile; ma, arrivati a questo punto, occorre prendere atto della necessità di rifondare le categorie grazie alle quali entriamo in contatto con il mondo. Ci viene richiesta una flessibilità inedita in tutta la precedente storia dell’uomo: flessibilità spaziale, perché poter viaggiare nel globo – materialmente grazie agli aerei o virtualmente grazie ad Internet – comporta la capacità di entrare in contatto con nuove realtà umane e naturali, di fronte alle quali dobbiamo essere in grado di mantenere salda la nostra identità pur nell’apertura dell’accoglienza; flessibilità temporale, perché con la comunicazione in tempo reale abbiamo perso la parentesi dell’attesa nella relazione e quindi dobbiamo fare i conti, tra le altre cose, con l’incapacità di differire la gratificazione, con il rischio di diventare esigenti nei confronti dell’altro reificandolo, con l’ansia derivante dal non avere più il tempo per prepararci di fronte alla realtà stessa; flessibilità identitaria e relazionale, perché siamo chiamati a ricoprire molti ruoli diversi e a rapportarci con persone di ogni luogo del mondo senza poterci modulare, magari vivendo relazioni virtuali che non si concretizzeranno mai, interfacciandoci con altri esseri umani che possono nascondersi dietro identità fittizie, in uno sfumare dei confini tra reale e allucinatorio che pare irriducibile.

Le grandi direttrici concettuali con le quali abbiamo analizzato la realtà per millenni devono cambiare, perché la realtà stessa è cambiata, dentro e fuori di noi. 

 

Secondo il filosofo francese Alain Badiou ciò che interessa il filosofo non è tanto quel che è (chi siamo!) ma quel che viene. Con lo sguardo rivolto alla tecnologia e alla sua evoluzione, quali sono secondo lei i possibili scenari futuri che stanno emergendo e quale immagine del mondo futuro che verrà ci stanno anticipando? 

Direi che il futuro non interessa al filosofo in quanto filosofo, bensì al filosofo in quanto uomo: l’essere umano da sempre vorrebbe conoscere in anticipo il futuro. Il filosofo però, a mio modo di vedere, può e deve sviluppare un pensiero critico nei confronti di questo desiderio: è possibile soddisfarlo? È utile farlo?

Io faccio ancora parte di quella generazione intermedia che ha vissuto il mondo senza internet né cellulari: un mondo molto diverso da quello di oggi, sebbene non così lontano, cronologicamente parlando. Gli ultimi venti, trent’anni hanno visto un’accelerazione del cambiamento che ha progressivamente eroso le nostre capacità di previsione del futuro. Se il futuro è per definizione inconoscibile, infatti, in una qualche misura è tuttavia anticipabile, fintantoché le condizioni prevedibili sono simili a quelle del presente; ma questa prevedibilità è inversamente proporzionale alla corsa del progresso. Quando la realtà cambia a un ritmo frenetico, lo sfondo stesso su cui gli eventi si stagliano diventa indefinito, quindi risulta impossibile anticipare il quadro del domani.

Proprio qui occorre innestare un pensiero filosofico che nasca per l’uomo, orientato a migliorare il suo modo di stare al mondo: occorre infatti recuperare la consapevolezza della propria finitudine, per abbattere l’ansia di un futuro inconoscibile. 

 

Secondo alcuni, tecnofobi, tecno-pessimisti e tecno-luddisti, il futuro della tecnologia sarà distopico, dominato dalle macchine, dalla singolarità di Kurzweil (la via di fuga della tecnologia) e da un Matrix nel quale saranno introvabili persino le pillole rosse che hanno permesso a Neo di prendere coscienza della realtà artificiale nella quale era imprigionato. Per altri, tecnofili, tecno-entusiasti e tecno-maniaci, il futuro sarà ricco di opportunità e nuove utopie/etopie. A quali di queste categorie pensa di appartenere e qual è la sua visione del futuro tecnologico che ci aspetta? E se la posizione da assumere fosse semplicemente quelle tecno-critica o tecno-cinica? E se a contare davvero fosse solo una maggiore consapevolezza diffusa nell'utilizzo della tecnologia? 

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Prendendo la mia seconda laurea magistrale in Psicologia Clinica, ho approfondito un argomento che negli ultimi decenni è diventato sempre più rilevante: il modo in cui viene percepita la moderna neurologia. Come alcuni autori del campo sottolineano, ci dividiamo tra neurofobici e neruomaniaci: i primi accusano i secondi di ridurre il funzionamento dell’uomo al suo substrato neurologico, mentre i secondi ritengono che proprio in esso risieda la chiave per comprendere l’umano.

Non stupisce che un’analoga contrapposizione sia sorta anche in rapporto all’odierna tecnologia, poiché la matrice consiste, in entrambi i casi, in un pensiero dicotomico che catalizza l’ansia derivante da quel presente in rapido cambiamento nelle sue direttrici fondamentali di cui abbiamo parlato poco fa.

La posizione da assumere, secondo me, è tecno-filosofica, ossia di consapevolezza nei confronti non tanto dei contenuti tecnologici, quanto del sistema in cui essi si inseriscono. Difficilmente le visioni manichee intercettano la realtà effettiva: la storia umana ci insegna che quasi sempre essa si incarna nell’area mediana tra i due estremi. Dunque è fondamentale uscire dall’idea del cosa sarà, per entrare in quella del cosa significherà. Il pensiero tecno-filosofico deve saper essere un meta-pensiero in grado di sfuggire al sistema “tecnico” entrando in quello “filosofico”: in termini concreti, ciò significa uscire dalla schiavitù delle risposte – tipicamente figlia della tecnica, che vuole ottenere risultati – per entrare nella scomoda libertà delle domande.

Sappiamo ancora stare nella domanda? Spesso, farsi domande anziché cercare risposte è considerata una via d’astrazione, ma non è necessariamente così: non tutte le domande portano a massimi sistemi disincarnati; le domande della filosofia pratica, come quelle che animano la mia professione di Counselor Filosofico, servono anzi ad avere maggior presa sulla realtà, poiché consentono di proiettare su di essa uno sguardo più ampio, che non tema l’ignoto e non abbia bisogno di ridurlo al poco già visibile.

L’interrogativo sulla tecnica non può essere dunque a sua volta tecnico: dev’essere filosofico, oltre le dicotomie, che sono frutto di un bisogno di risposta che mina la libertà della domanda. 

 

Mentre l'attenzione dei media e dei consumatori è tutta mirata alle meraviglie tecnologiche di prodotti tecnologici diventati protesi operative e cognitive per la nostra interazione con molteplici realtà parallele nelle quali viviamo, sfugge ai più la pervasività della tecnologia, nelle sue componenti nascoste e invisibili. Poca attenzione è dedicata all'uso di soluzioni di Cloud Computing e ancora meno di Big Data nei quali vengono archiviati miliardi di dati personali. In particolare sfugge quasi a tutti che il software sta dominando il mondo e determinando una rivoluzione paragonabile a quella dell'alfabeto, della scrittura, della stampa e di Internet. Questa rivoluzione è sotterranea, continua, invisibile, intelligente, Fatta di componenti software miniaturizzati, agili e leggeri capaci di apprendere, di interagire, di integrarsi e di adattarsi come se fossero neuroni in cerca di nuove sinapsi.  Questa rivoluzione sta cambiando le vite di tutti ma anche la loro percezione della realtà, la loro mente e il loro inconscio. Modificati come siamo dalla tecnologia, non ci rendiamo conto di avere indossato delle lenti con cui interpretiamo il mondo e interagiamo con esso. Lei cosa ne pensa? 

Certamente c’è una buona dose di inconsapevolezza nel modo in cui viviamo la potente tecnologia odierna, ma mi chiedo se questo non abbia in realtà un duplice risvolto. Da un alto, infatti, la consapevolezza è necessaria per impostare un pensiero filosofico; dall’altro, la sua ricerca ossessiva e il timore della sua insufficienza indicano che si è già cominciato a leggere la realtà in un’ottica di pericolo, da cui deriva un’ansia pervasiva.

Serve invece, a mio modo di vedere, una consapevolezza quieta, ossia capace di considerare tutti gli aspetti della realtà senza che essi scatenino emozioni di preoccupazione o paura immotivate.

Il pensiero su come la tecnologia abbia cambiato e stia cambiando il nostro modo di stare al mondo è infatti spesso ansiogeno, il che lo rende poco efficace. La paura sottesa è che le meraviglie tecnologiche che stiamo creando ci sfuggano di mano, prendendo il sopravvento: è la paura di perdere il controllo.

Credo che a questo proposito sia necessaria una riflessione filosofica su due fronti. Il primo consiste nel potenziamento della consapevolezza “buona”, cioè scevra da ansie: nell’ambito della gestione dei dati personali, ad esempio, è fondamentale conoscere i processi con cui essi vengono recepiti, archiviati e condivisi, poiché le nostre informazioni sono parte di noi e ricadono quindi nella sfera di esercizio di un’insindacabile libertà. Ecco dunque che il movimento di consapevolezza è sempre un movimento con almeno due interlocutori, poiché interessa le sfere della libertà e dell’etica, dunque del rapporto fra esseri umani (e non fra macchine).

La seconda riflessione dovrebbe a mio parere poggiare su questa consapevolezza, ma elevarsi ad un livello superiore. Nel momento in cui ideiamo e produciamo tecnologia “intelligente”, infatti, facciamo il lavoro della divinità: agiamo come creatori. Tuttavia, dentro di noi ci sentiamo sempre apprendisti stregoni, e non a torto: temiamo che la tecnologia che creiamo non sia all’altezza dell’uomo, ma rappresenti una sorta di Golem – se non per mancanza di intelligenza, quantomeno per incapacità di “sentire”. Ecco, io penso che proprio su questa immagine di noi stessi come creatori, come divinità, dovremmo sviluppare un pensiero filosofico consapevole e maturo: stiamo forse sopravvalutando il prodotto del nostro ingegno – nel bene e nel male – scambiando le nostre “creazioni” per “creature”? Che cosa ci spinge a identificarci con una divinità creatrice, per poi temere una sorta di ubris dei veri dèi, o una ribellione della creatura stessa? Quale posizione occupiamo nella catena dell’esistente?

Non esistono risposte facili a simili domande, ma la vera differenza sta nel cominciare a porsele, per poi argomentarle: ogni risposta apre infatti ad altri interrogativi, che seguono l’evoluzione dell’uomo e delle sue capacità.

È indubbio, come già dicevo prima, che le categorie con le quali interpretiamo il mondo – tempo, spazio, identità, alterità, senso, eccetera – siano cambiate a causa dello sviluppo tecnologico, ma in questo processo noi siamo soggetti attivi o passivi? Questo è l’interrogativo da problematizzare, che produrrà i suoi effetti positivi solo se non avremo fretta di chiuderlo in una risposta immutabile. 

 

Se il software è al comando, chi lo produce e gestisce lo è ancora di più. Questo software, nella forma di applicazioni, è oggi sempre più nelle mani di quelli che Eugeny Morozov chiama i Signori del silicio (la banda dei quattro: Google, Fcebook, Amazon e Apple). E' un controllo che pone il problema della privacy e della riservatezza dei dati ma anche quello della complicità conformistica e acritica degli utenti/consumatori nel soddisfare la bulimia del software e di chi lo gestisce. Grazie ai suoi algoritmi e pervasività, il software, ma anche la tecnologia in generale, pone numerosi problemi, tutti interessanti per una una riflessione filosofica ma anche politica e umanistica, quali la libertà individuale (non solo di scelta), la democrazia, l'identità, ecc. (si potrebbe citare a questo proposito La Boétie e il suo testo Il Discorso sulla servitù volontaria). Lei cosa ne pensa? 

Questa è davvero una bella domanda, perché rivela come la questione di fondo della tecnica non sia mai relativa al prodotto, ma all’uomo.

Oltre al “timore del Golem” e al “timore della ubris divina”, che ci stringono da entrambi i lati della nostra neonata identità di creatori, abbiamo infatti la paura degli altri esseri umani e delle loro intenzioni, che è antica quanto la nostra specie.

La paura dell’altro è sempre il punto d’emersione di una dinamica di potere, e questo caso non fa eccezione: la tecnologia, che a volte temiamo capace di volontà propria, in tale ottica è invece passivizzata, come strumento in mano a un altro essere umano che lo usa per esercitare un potere da cui ottenere vantaggi.

Proprio per questo trovo assolutamente pregnante la parola “complicità” presente nella domanda: ogni relazione umana coinvolge per definizione almeno due interlocutori, che collaborano, in modo più o meno consapevole, al mantenimento della relazione stessa e alla produzione dei suoi effetti.

Siamo dunque liberi anche di desiderarci asserviti e di alimentare ogni relazione che realizzi una simile dinamica. L’osservazione cruciale, a questo proposito, non è infatti sulla presenza o assenza di libertà, ma sulla quantità e qualità di libertà che scegliamo di esercitare. Potremmo, ad esempio, negare i nostri dati alle compagnie che li gestiscono (ad esempio sui social network), ma lo vogliamo davvero? Perché è chiaro che questo comporterebbe rinunce. Dobbiamo perciò chiederci a che scopo accettiamo di cedere parte della nostra libertà, per capire consapevolmente se il mezzo (la cessione dei nostri dati) sia commisurato al fine (il mantenere le nostre reti sociali).

Ciò che troppo spesso si dimentica, infatti, è che la libertà assoluta, nelle relazioni umane, non esiste: c’è sempre un qualche grado di compromesso – e ciò è bene, poiché ci consente di entrare in connessione, di raggiungere quelle terre di mezzo della sintonia che rendono la vita buona. Dunque non bisogna commettere l’errore di credere che di fronte ai rapporti umani – affettivi, commerciali, o di qualunque altro tipo – veicolati dalla tecnologia e legati alla sua gestione la soluzione giusta sia quella dell’astensione.

Occorre invece lavorare sulle necessità, sulle motivazioni, sui desideri, sulla volontà, sulla libertà e sull’etica: posto che la tecnologia è una manifestazione di relazione umana, perché accettiamo determinati compromessi? Sono essi commisurati a ciò che vogliamo ottenere? Siamo liberi di esercitare la nostra volontà? Vi è un’etica di fondo, in queste transazioni, che ci consenta di esercitare la nostra autodeterminazione consapevole? Queste penso siano le domande filosofiche da cui partire, anche per accostarsi all’immenso discorso dei bisogni umani che fondano i comportamenti di scelta e la moralità delle dinamiche di potere.

Finché non attiveremo una riflessione estesa in questo senso, il rapporto tra i pochi che gestiscono la tecnologia pervasiva e i molti che ne usufruiscono resterà fortemente asimmetrico. 

Una delle studiose più attente al fenomeno della tecnologia è Sherry Turkle. Nei suoi libri Insieme ma soli e nell'ultimo La conversazione necessaria, la Turkle ha analizzato il fenomeno dei social network arrivando alla conclusione che, avendo sacrificato la conversazione umana alle tecnologie digitali,  il dialogo stia perdendo la sua forza e si stia perdendo la capacità di sopportare solitudine e inquietudini ma anche di concentrarsi, riflettere e operare per il proprio benessere psichico e cognitivo. Lei come guarda al fenomeno dei social network e alle pratiche, anche compulsive, che in essi si manifestano? Cosa stiamo perdendo  guadagnando da una interazione umana e con la realtà sempre più mediata da dispositivi tecnologici? 

Il rapporto tra social network ed evoluzione delle relazioni umane è un tema vastissimo, di cui ho iniziato a scrivere professionalmente già molti anni fa (ad esempio in questo articolo sul mio sito).

Gli uomini comunicano a distanza da sempre, con gli strumenti che hanno a disposizione: dai segnali semplici alla scrittura, fino ai mezzi tecnologici attuali. Non possiamo quindi dire che la comunicazione via social network non sia comunicazione – il che, automaticamente, la qualifica anche come relazione, secondo gli insegnamenti della scuola di Paolo Alto che abbiamo già citato. Tuttavia è opportuno riflettere sulla qualità di questa comunicazione-relazione.

Il primo problema che si pone è quello dell’identità: con chi stiamo comunicando? Non è infrequente, infatti, che chi si cela dietro la tastiera abbia un’identità diversa da quella che dichiara, con tutte le difficoltà che ne conseguono: poiché la comunicazione è relazione, essa si basa inevitabilmente anche sulla percezione che si ha dell’altro, la quale ovviamente è vincolata alla sua identità nota.

Una seconda difficoltà è data dal fatto che alla comunicazione a distanza non si accompagna, in un buon numero di casi, la conoscenza personale, fisica. La relazione resta dunque virtuale, anche se è di natura affettiva ed intima. È evidente come questa mancanza di conoscenza tangibile possa creare spiacevoli prese di coscienza ad una successiva prova dei fatti, in cui le fantasie idealizzate spesso non corrispondono alla realtà.

Un terzo elemento critico, che deriva proprio dai primi due, è rappresentato dall’effetto disinibente che le relazioni virtuali alimentano: i social network sono un “non-luogo”, in cui è diffusa la percezione di un’assenza di regole di convivenza civile. Questa dismissione di ogni filtro è ben visibile negli attacchi degli haters, nelle cyber-molestie, nell’espressione di un’aggressività che si fa forte della convinzione di poter restare impunita in virtù di una sorta di garanzia di anonimato e, oserei dire, di “non-esistenza”. Il fatto è che si tratta di pericolose illusioni, che non solo colpiscono negativamente la comunicazione-relazione virtuale, ma si estendono a macchia d’olio anche nella vita reale.

D’altro canto, i social network sono una risorsa straordinaria: penso a tutti coloro che, pur se distanti, riescono a mantenere una relazione costante e ricca nel tempo; agli scambi di pensiero con chi sarebbe altrimenti irraggiungibile; alla formazione di gruppi di sostegno, di solidarietà, di affinità, di utilità sociale; alla possibilità di coordinamento in tempo reale tra risorse fisicamente lontane. I social network, in particolare, favoriscono l’aggregazione gruppale, che è un fenomeno dalle grandi potenzialità, sia in positivo che in negativo.

Dunque, come massimizzare le possibilità e minimizzare i rischi della comunicazione social? A mio parere, il metodo migliore consiste nell’avvicinarla il più possibile a quella concreta, che, anche quando si svolge a distanza, si accompagna per lo più all’interazione in presenza. L’Altro è una persona concreta, che non deve abitare solo nella nostra testa. Troppo semplice? In realtà, l’essere umano ha caratteristiche dalle quali non si può prescindere e a volte tornare alla semplicità è il modo migliore per rispettare la sua natura personale e sociale. 

In un libro di Finn Brunton e Helen Nissenbaum, Offuscamento. Manuale di difesa della privacy e della protesta, si descrivono le tecniche che potrebbero essere usate per ingannare, offuscare e rendere inoffensivi gli algoritmi di cui è disseminata la nostra vita online. Il libro propone alcuni semplici comportamenti che potrebbero permettere di difendere i propri spazi di libertà dall'invadenza della tecnologia. Secondo lei è possibile difendersi e come si potrebbe farlo? 

Il problema è di natura etica e si presenta quando la tecnologia cessa di essere un mezzo per vivere meglio per diventare uno strumento di potere, in relazione alle interazioni umane che la sottendono: se uso un navigatore satellitare sulla mia automobile per trovare il percorso verso una destinazione che mi interessa, sto usando la tecnologia per vivere meglio; ma se questo comporta che chi mi fornisce lo strumento monitori i miei spostamenti o addirittura mi imponga determinati tragitti, la mia libertà viene intaccata. La discriminante tra queste due modalità non è certo il mezzo in sé, quanto piuttosto le intenzioni di chi lo fornisce: in questo senso la questione è etica.

Tuttavia, questo non è ancora tutto: se io fossi d’accordo con la registrazione dei miei spostamenti, infatti, non ci sarebbe alcuna violazione della mia libertà. Ecco dunque che stiamo parlando di un’etica stratificata, composta innanzitutto dall’onestà a proposito delle proprie intenzioni da parte di chi fornisce e gestisce lo strumento, seguita da una comunicazione efficace, chiara e completa di tali intenzioni, poi ancora da un’adesione libera, dettagliata ed eventualmente revocabile da parte di chi userà lo strumento, e così via (i successivi passaggi, anche ricorsivi, possono essere virtualmente infiniti).

Metterei quindi in discussione alcuni termini della domanda: innanzitutto, l’interlocutore dell’utente non è e non deve essere lo strumento (“l’invadenza della tecnologia”), bensì chi lo gestisce, che non è sostituibile da un algoritmo: quando questo accade, a mio parere si può solo prendere atto dell’errore e fare un passo indietro verso l’uomo. Se dunque ci si interfaccia tra esseri umani, la successiva parola “difendersi” presuppone che sia in atto un’interazione di natura aggressiva, e a questo punto la domanda da farsi non è come proteggersi al meglio, ma come evitare di doverlo fare. È qui che la natura etica della questione emerge pienamente e, per poter diventare effettiva, deve basarsi sulla primaria presa di coscienza del fatto che la tecnologia debba essere organizzata e messa in campo in accordo tra gestore e fruitore, per evitare di andare incontro ad uno sterile tiro alla fune tra interessi opposti che la renderebbe insostenibile a lungo termine. 

Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l'iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a? 

Poiché ormai si impara ad usare i più innovativi dispositivi tecnologici fin dalla più tenera età, da professionista e da madre di due adolescenti penso che sarebbe importante accompagnare tale apprendimento con una riflessione filosofica proposta non solo agli adulti, ma anche a bambini e ragazzi, diffondendo i contenuti del progetto presso questo pubblico, ad esempio attraverso le scuole. 

Cosa pensa del nostro progetto SoloTablet? Ci piacerebbe avere dei suggerimenti per migliorarlo! 

Penso che si tratti davvero di un ottimo progetto, molto ardito al giorno d’oggi, perché non teme di accostare due ambiti abitualmente percepiti come agli antipodi: tecnologia e filosofia. In realtà entrambi parlano dell’uomo, ed è proprio riconoscendo questa natura comune che si possono affrontare con successo le grandi sfide che lo sviluppo tecnologico pone.

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