Soli con noi stessi

04 Ottobre 2020 Interviste Coronavirus
Interviste  Coronavirus
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La fase di lockdown ha infatti costretto gli individui a sospendere la propria routine quotidiana trovandosi soli con se stessi. In tali momenti ci si trova a meditare sul proprio percorso di vita con il rischio di trovarsi smarriti. È così che nella ricerca di un metodo di evasione da una realtà in cui non ci si riconosce, gli individui tendono a rifugiarsi in una realtà differente.

Si parla molto delle conseguenze della pandemia in termini di crisi economica e malessere materiale, non abbastanza degli effetti psichici da essa generati. Se ne parla poco perché si ha paura, si è impreparati a farlo, si attivano meccanismi di rimozione e si cerca di non avere paura di avere paura. Già prima della pandemia la nostra epoca tecnologica è stata raccontata come caratterizzata da passioni tristi (Spinoza, Miguel Benasayag), dalla difficoltà di vivere, da sofferenze esistenziali diventate psichiche e patologiche, da tanta solitudine generatrice di angosce e paranoie.

Tutto questo può oggi essere raccontato semplicemente dando visibilità agli innumerevoli eventi, fatti di cronaca, comportamenti e gesti che ben descrivono la realtà attuale. Fatti che trovano espressione in suicidi, gesti di insofferenza e ribellione, proteste (ambulanti, ristoratori, esercenti, eccc.), ricerca di capri espiatori, femminicidi (mai cessati) e violenze domestiche, abuso di alcool e droghe, ecc. SoloTablet.it ha deciso di raccontare tutto questo allestendo uno spazio dialogico e aperto nel quale mettere in relazione tra loro psicologi, psicanalisti, psichiatri, sociologi, filosofi e psicoterapeuti coinvolgendoli attraverso un’intervista.

In questa intervista Carlo Mazzucchelli, fondatore di SOLOTABLET.IT e autore di 20 libri pubblicati nella collana Technnovisions, ha intervistato Paola Sandonà, Giurista👩‍🎓 | Insegnante👩‍🏫 | Volontaria di "Oltre il Confine della disabilità"

 

Buongiorno, per prima cosa direi di cominciare con un breve presentazione di cosa fa, degli ambiti nei quali è specializzato/a e nei quali opera professionalmente, dei progetti a cui sta lavorando, degli interessi culturali e eventuali scuole/teorie/pratiche psicologiche di appartenenza (Cognitiva, Funzionale, ecc.). Gradita una riflessione sulla tecnologia e quanto essa sia oggi determinante nella costruzione del sé, nelle relazioni con gli altri (linguaggio e comunicazione) e con la realtà.

Buongiorno, mi chiamo Paola Sandonà, ho 26 anni e sono giurista.

Ho conseguito il titolo due anni fa presso l’Università degli Studi di Trento, svolgendo una tesi di ricerca in collaborazione con l’Universidade Nova di Lisbona in campo bioetico circa lo statuto giuridico dell’embrione, comparando il sistema portoghese e quello italiano.

Successivamente ho perfezionato i miei studi ampliandoli attraverso corsi singoli in ambito economico.

Entrata nel mondo del lavoro mi sono inserita nell’ambito scolastico, dapprima come insegnante di potenziamento di diritto ed economia e in seguito come docente di sostegno e di alfabetizzazione alunni stranieri.

Affacciandomi alla professione mi sono resa conto che essere insegnanti è un privilegio immenso: ti permette di osservare tutti i giorni, con una lente di ingrandimento ravvicinata le dinamiche tra i ragazzi, che nel loro piccolo rappresentano uno spaccato dell’intera società.

Il loro approccio alla vita, il modo di comunicare, il vivere le nuove tecnologie fa nascere spunti di riflessione sempre nuovi.

Da poco tempo sono tornata alla vita “social” perché per più di un anno ho preferito disattivare i miei profili Facebook e Instagram e trascorrere così un periodo “detox” (consigliatissimo!) per valutare da osservatore esterno il ruolo e l’impatto che hanno i social network sulla mia vita e prenderne consapevolezza.

Al momento utilizzo la tecnologia, in particolare LinkedIn (piattaforma sottovalutata dai più giovani, ma dal mio punto di vista interessantissima) soprattutto per condividere contenuti rispetto a tematiche che mi stanno molto a cuore, quali i metodi di apprendimento, il mondo dell’inclusione e la disabilità.

Davanti alle edicole o ai pochi bar aperti il dialogo tra i pochi avventori verte sui tempi bui che la crisi economica e sociale precipiterà su tutti noi in autunno. Un segnale forte che racconta come numerose persone stiano vivendo la crisi della pandemia, i suoi effetti, le aspettative future, le sue costrizioni e perturbazioni. Il segnale è sintomatico di ciò che avviene dentro il chiuso di molte case, spesso limitate per spazio e vivibilità, in termini di psicosi, angosce, ansie, incertezze, depressioni, insonnie, difficoltà sessuali, rabbia, fobie e preoccupazioni materiali per il futuro lavorativo, familiare e individuale. Lei cosa ne pensa? Crede anche lei che la crisi prioritaria da affrontare sia, già fin d’ora, quella psichica?  Crede che la quarantena e l’isolamento siano serviti a fornire soluzioni positive a disagi psichici precedenti o li abbiano alimentati e peggiorati? Quali sono le malattie psichiche più preoccupanti, anche pensando al futuro sociale e politico dell’Italia?

Per quanto concerne l’oggetto dell’intervista, credo che non si abbia ancora una percezione completa degli effetti legati al lockdown e all’epidemia da Corona Virus.

Le limitazioni alla circolazione delle persone e all’esercizio delle attività commerciali ed industriali hanno colpito in modo trasversale tutta la società.

I progetti e i propositi individuali sono stati rapidamente accantonati per lasciare spazio all’incertezza sui tempi e sulle modalità di una futura ripresa.

A mio avviso le persone meno colpite dagli effetti del periodo di lockdown sono coloro che hanno una maggiore attitudine al pensiero flessibile e alla resilienza.

Infatti, tali soggetti sono dotati di una naturale predisposizione a reagire di fronte ai cambiamenti approntando soluzioni funzionali a “tamponare” le conseguenze negative sul breve periodo e a modificare i progetti sul lungo periodo.

Viceversa, coloro i quali non sono dotati di tali peculiarità incontrerebbero maggiori difficoltà nell’approntare soluzioni efficaci di breve periodo e potrebbero altresì sviluppare una forma di disagio psicologico che ne influenzerebbe le scelte nel lungo periodo.

Corpo e mente non sono entità separate ma coesistenti all’interno dello stesso organismo complesso che noi siamo. Il coronavirus colpisce il corpo ma con esso anche la psiche, quella individuale e quella collettiva.  La crisi della pandemia è emersa all’interno di una crisi più ampia e globale che ha determinato precarietà della vita e cronica precarietà del lavoro, insicurezza personale, disuguaglianze, crisi finanziarie, povertà e incertezza per il futuro. La frustrazione e il disagio psichico vengono da lontano, la crisi attuale potrebbe esserne il detonatore. Secondo lei cosa può derivare dal disagio crescente e dalla percezione di un passato perduto che non tornerà più? In che modo la pandemia sta determinando l’immaginario individuale e collettivo? Quanto inciderò sulla costruzione del Sé?

La fase di lockdown ha infatti costretto gli individui a sospendere la propria routine quotidiana trovandosi soli con se stessi. In tali momenti ci si trova a meditare sul proprio percorso di vita con il rischio di trovarsi smarriti. È così che nella ricerca di un metodo di evasione da una realtà in cui non ci si riconosce, gli individui tendono a rifugiarsi in una realtà differente.

Ritengo che per tali ragioni il mondo dei social network abbia avuto una rilevante espansione durante il periodo di lockdown; crescita che non accenna a calare nemmeno a distanza di tempo a testimonianza del fatto che i contatti sociali stanno migrando sempre di più da una dimensione personale ad una dimensione virtuale.

Uno degli effetti del disagio psichico crescente può essere l’emergere di passioni/sentimenti furiosi come cattiveria, rabbia e ira. Il disagio che cova potrebbe far crescere e dilatare la rabbia facendola esplodere improvvisamente nel momento in cui la crisi economica si acutizzerà. Nella storia la rabbia e l’ira (descritte da Remo Bodei) hanno sempre giocato un ruolo sociale e politico importante, spesso non sono controllabili e degenerano in cambiamenti indesiderabili. Si alimentano di vittimismo, rancore, odio, voglia di vendetta e ricerca di capri espiatori, e poco importa quanto essi siano reali o immaginari.  Tutto ciò si evidenzia oggi nella brutalità del linguaggio che caratterizza molti ambienti tecnologici digitali. La rabbia che emerge da questo linguaggio non è la rabbia civile che si esprime nella ricerca di maggiore giustizia e minori disuguaglianze. E’ una rabbia frutto della paura, pronta per essere usata dal primo politico, populista o manipolatore di turno. Secondo lei può la rabbia essere uno sbocco possibile della crisi pandemica in atto? Può considerarsi un effetto del disagio pischico, delle condizioni di vita materiale o di entrambe?

A mio parere questo sentimento di rabbia era già presente dapprima che arrivasse la pandemia.

Gli effetti di quest’ultima ne hanno solamente reso più evidenti i caratteri esteriori.

Si è notato il moltiplicarsi di casi di intolleranza e aggressività, sia sui social attraverso la pubblicazione di post carichi di rancore e disperazione, sia nella vita “reale”.

Questo periodo ha messo in evidenza le infinite contraddizioni che caratterizzano la nostra società.

Da questa crisi si può uscire bene ma, come ha scritto Houllebecq, anche senza alcun cambiamento. Il dopo pandemia rischia cioè di essere tutto come prima, anzi peggio. Una situazione che a sua volta potrebbe alimentare la rabbia e l’ira appena menzionati. Come ogni crisi anche la pandemia del coronavirus può essere un’opportunità. In ogni caso inciderà in profondità su quello che siamo e per anni su quello che saremo. In termini personali, culturali, psichici, economici e politici. Il mondo che ne uscirà potrà essere peggiore ma anche migliore: autoritario o più democratico, egoista o più solidale, autarchico o aperto, isolazionista o comunitario. Lo scenario che prevarrà dipenderà da: diagnosi e scelte che faremo, strade che percorreremo, impegno che metteremo. In lentezza, con prudenza, con determinatezza. Uno sbocco possibile prevede una maggiore solidarietà, locale e globale, tra persone vicine e lontane, tra popoli, tra stati, con l’obiettivo di scambiare informazioni e conoscenze e cooperare. Lei cosa ne pensa? Possono solidarietà, collaborazione e maggiore umanità essere gli sbocchi possibili della crisi in atto? Cosa succederebbe se non lo fossero?

Dal mio punto di vista ogni periodo di profondo cambiamento può portare con sé anche effetti positivi.

Mi auguro che il distanziamento forzato venga vissuto come occasione per rimettere al centro ciò che considero motore di ogni attività: la relazione autentica tra le persone. 

Essendo per natura una persona che cerca di trarre sempre il meglio da ogni situazione, nonché un’inguaribile ottimista, auguro a tutti che questo periodo di crisi non vada sprecato e che ognuno possa rivalutare le proprie priorità in favore di uno stile di vita meno individualista e più socialmente sostenibile.

 

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