Pandemia e ripercussioni psichiche

23 Settembre 2020 Interviste Coronavirus
Interviste  Coronavirus
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Quello che ho osservato in questi mesi rispetto agli effetti della quarantena e dell’isolamento è stato duplice. Una parte della popolazione ha vissuto il periodo come una preziosa opportunità di vivere maggiormente la dimensione familiare. A fronte di questi pochi “privilegiati”, però, abbiamo moltissime persone che hanno vissuto il lockdown con grande angoscia e sofferenza.

Si parla molto delle conseguenze della pandemia in termini di crisi economica e malessere materiale, non abbastanza degli effetti psichici da essa generati. Se ne parla poco perché si ha paura, si è impreparati a farlo, si attivano meccanismi di rimozione e si cerca di non avere paura di avere paura. Già prima della pandemia la nostra epoca tecnologica è stata raccontata come caratterizzata da passioni tristi (Spinoza, Miguel Benasayag), dalla difficoltà di vivere, da sofferenze esistenziali diventate psichiche e patologiche, da tanta solitudine generatrice di angosce e paranoie.

Tutto questo può oggi essere raccontato semplicemente dando visibilità agli innumerevoli eventi, fatti di cronaca, comportamenti e gesti che ben descrivono la realtà attuale. Fatti che trovano espressione in suicidi, gesti di insofferenza e ribellione, proteste (ambulanti, ristoratori, esercenti, eccc.), ricerca di capri espiatori, femminicidi (mai cessati) e violenze domestiche, abuso di alcool e droghe, ecc. SoloTablet.it ha deciso di raccontare tutto questo allestendo uno spazio dialogico e aperto nel quale mettere in relazione tra loro psicologi, psicanalisti, psichiatri, sociologi, filosofi e psicoterapeuti coinvolgendoli attraverso un’intervista.

In questa intervista Carlo Mazzucchelli, fondatore di SOLOTABLET.IT e autore di 20 libri pubblicati nella collana Technnovisions, ha intervistato Roberta Milanese, psicologa-psicoterapeuta, ricercatore associato al Centro di terapia strategica di Arezzo e docente della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Breve Strategica. Da 20 anni vivo e lavoro a Milano, pur viaggiando molto in Europa ed America Latina per le attività di formazione.

 

Buongiorno, per prima cosa direi di cominciare con un breve presentazione di cosa fa, degli ambiti nei quali è specializzato/a e nei quali opera professionalmente, dei progetti a cui sta lavorando, degli interessi culturali e eventuali scuole/teorie/pratiche psicologiche di appartenenza (Cognitiva, Funzionale, ecc.). Gradita una riflessione sulla tecnologia e quanto essa sia oggi determinante nella costruzione del sé, nelle relazioni con gli altri (linguaggio e comunicazione) e con la realtà. 

Sono una psicoterapeuta ad orientamento breve strategico. Da 20 anni docente della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Breve Strategica di Arezzo e Firenze e di master di specializzazione in Italia e all’estero Oltre all’attività clinica, mi occupo anche di coaching e formazione e in ambito clinico (medici, psicologi, psichiatri e psicoterapeuti) e organizzativo (manager, imprenditori).

Sono responsabile organizzativo per la sede di Milano della Nuova scuola manageriale di Giorgio Nardone.

Ho pubblicato 10 libri in ambito sia clinico che manageriale, l’ultimo dei quali - L’ingannevole paura di non essere all’altezza – è trasversale, dedicato cioè sia a chi si interessa di psicoterapia che di coaching. 

Davanti alle edicole o ai pochi bar aperti il dialogo tra i pochi avventori verte sui tempi bui che la crisi economica e sociale precipiterà su tutti noi in autunno. Un segnale forte che racconta come numerose persone stiano vivendo la crisi della pandemia, i suoi effetti, le aspettative future, le sue costrizioni e perturbazioni. Il segnale è sintomatico di ciò che avviene dentro il chiuso di molte case, spesso limitate per spazio e vivibilità, in termini di psicosi, angosce, ansie, incertezze, depressioni, insonnie, difficoltà sessuali, rabbia, fobie e preoccupazioni materiali per il futuro lavorativo, familiare e individuale. Lei cosa ne pensa? Crede anche lei che la crisi prioritaria da affrontare sia, già fin d’ora, quella psichica?  Crede che la quarantena e l’isolamento siano serviti a fornire soluzioni positive a disagi psichici precedenti o li abbiano alimentati e peggiorati? Quali sono le malattie psichiche più preoccupanti, anche pensando al futuro sociale e politico dell’Italia?

Non so se debba essere considerata la priorità, ma di sicuro questa pandemia sta avendo pesanti ripercussioni sulla salute psichica della popolazione che andrebbe affrontata anche a livello sanitario pubblico, visto che non tutti potranno rivolgersi ai professionisti privati, anche in virtù della pesante crisi economica che stiamo vivendo.

Quello che ho osservato in questi mesi rispetto agli effetti della quarantena e dell’isolamento è stato duplice. Una parte della popolazione ha vissuto il periodo come una preziosa opportunità di vivere maggiormente la dimensione familiare. Si è goduta di più la casa e la compagnia dei figli, ritmi più lenti, e ripensa a quel periodo quasi con nostalgia. Alcuni hanno addirittura deciso di cambiare gli equilibri della proprio vita, soprattutto nella direzione di un ridimensionamento del tempo ed energie dedicate prima al lavoro. A fronte di questi pochi “privilegiati”, però, abbiamo moltissime persone che hanno vissuto il lockdown con grande angoscia e sofferenza: persone con relazioni familiari problematiche hanno dovuto convivere forzatamente in situazioni spessi conflittuali, persone sole si sono ritrovate improvvisamente isolate dal mondo, chi soffriva di disagi psichici li ha nella maggior parte dei casi amplificati o ha aggiunto altri tipi di disagi ai preesistenti.

Per non parlare di tutti coloro che hanno dovuto affrontare in prima persona gli effetti del covid e la perdita di un proprio caro e di tutto il personale sanitario che è stato in prima linea per la gestione dell’emergenza.

In definitiva, negli scorsi mesi si è inevitabilmente e comprensibilmente privilegiato la salute fisica a discapito di quella psichica. Mi auguro che, d’ora in avanti, venga data la giusta attenzione anche la dimensione psicologica.

Non so cosa ci prospetti il futuro, ma posso dirle che oggi stiamo assistendo soprattutto al dilagare di disturbi di tipo ansioso, intense reazioni depressive, lutti non elaborati e disturbi post traumatici da stress legati proprio alla pandemia.  

Corpo e mente non sono entità separate ma coesistenti all’interno dello stesso organismo complesso che noi siamo. Il coronavirus colpisce il corpo ma con esso anche la psiche, quella individuale e quella collettiva.  La crisi della pandemia è emersa all’interno di una crisi più ampia e globale che ha determinato precarietà della vita e cronica precarietà del lavoro, insicurezza personale, disuguaglianze, crisi finanziarie, povertà e incertezza per il futuro. La frustrazione e il disagio psichico vengono da lontano, la crisi attuale potrebbe esserne il detonatore. Secondo lei cosa può derivare dal disagio crescente e dalla percezione di un passato perduto che non tornerà più? In che modo la pandemia sta determinando l’immaginario individuale e collettivo? Quanto inciderò sulla costruzione del Sé? 

La percezione di un passato perduto e che non tornerà può portare a vivere due effetti opposti: l’intensa angoscia per un futuro sconosciuto e incerto a cui non si può sfuggire, ma anche la capacità di rimettersi in gioco e sfruttare questo cambiamento come opportunità per ridonare senso alla propria vita e al proprio cammino. Ovviamente molto dipenderà da quanto riusciremo a far fronte a questi cambiamenti anche come collettività, in termini prevalentemente economici ma non solo. 

Uno degli effetti del disagio psichico crescente può essere l’emergere di passioni/sentimenti furiosi come cattiveria, rabbia e ira. Il disagio che cova potrebbe far crescere e dilatare la rabbia facendola esplodere improvvisamente nel momento in cui la crisi economica si acutizzerà. Nella storia la rabbia e l’ira (descritte da Remo Bodei) hanno sempre giocato un ruolo sociale e politico importante, spesso non sono controllabili e degenerano in cambiamenti indesiderabili. Si alimentano di vittimismo, rancore, odio, voglia di vendetta e ricerca di capri espiatori, e poco importa quanto essi siano reali o immaginari.  Tutto ciò si evidenzia oggi nella brutalità del linguaggio che caratterizza molti ambienti tecnologici digitali. La rabbia che emerge da questo linguaggio non è la rabbia civile che si esprime nella ricerca di maggiore giustizia e minori disuguaglianze. E’ una rabbia frutto della paura, pronta per essere usata dal primo politico, populista o manipolatore di turno. Secondo lei può la rabbia essere uno sbocco possibile della crisi pandemica in atto? Può considerarsi un effetto del disagio pischico, delle condizioni di vita materiale o di entrambe? 

Purtroppo la sua analisi mi sembra molto lucida e calzante. Se è impossibile arginare il dilagare del linguaggio violento soprattutto in rete, possiamo però cercare di controbilanciarlo adottando un linguaggio opposto, praticando l’arte della gentilezza a fronte di quella dell’odio. Troppo spesso, infatti, si assiste al paradosso di chi risponde con violenza a chi usa un linguaggio violento, finendo così per avvelenare ancora di più l’ambiente in cui viviamo (digitale e non).        

Da questa crisi si può uscire bene ma, come ha scritto Houllebecq, anche senza alcun cambiamento. Il dopo pandemia rischia cioè di essere tutto come prima, anzi peggio. Una situazione che a sua volta potrebbe alimentare la rabbia e l’ira appena menzionati. Come ogni crisi anche la pandemia del coronavirus può essere un’opportunità. In ogni caso inciderà in profondità su quello che siamo e per anni su quello che saremo. In termini personali, culturali, psichici, economici e politici. Il mondo che ne uscirà potrà essere peggiore ma anche migliore: autoritario o più democratico, egoista o più solidale, autarchico o aperto, isolazionista o comunitario. Lo scenario che prevarrà dipenderà da: diagnosi e scelte che faremo, strade che percorreremo, impegno che metteremo. In lentezza, con prudenza, con determinatezza. Uno sbocco possibile prevede una maggiore solidarietà, locale e globale, tra persone vicine e lontane, tra popoli, tra stati, con l’obiettivo di scambiare informazioni e conoscenze e cooperare. Lei cosa ne pensa? Possono solidarietà, collaborazione e maggiore umanità essere gli sbocchi possibili della crisi in atto? Cosa succederebbe se non lo fossero? 

Di fronte alla domanda su quale sarà lo sbocco possibile faccio mie le illuminanti parole del monaco e antropologo Guidalberto Bormolini: “Siamo in un momento di grande verità e libertà, non andrà né in un modo né in un altro, siamo semplicemente ad un bivio e saremo noi, liberi e umani, a scegliere quale direzione prendere: se più umani o più disumani. Si tratta di una grande occasione per esercitare efficacemente il primato della coscienza.”   

Infine, per completare l’intervista, le chiedo di raccontare qualcosa delle sue attività lavorative/professionali e quanto esse siano cambiate come effetto della pandemia. 

Il principale cambiamento è stata l’introduzione della modalità online nell’attività di psicoterapeuta. Soprattutto nei mesi di lockdown è stata fondamentale per permettermi di continuare a seguire le persone che già erano in trattamento e assistere chi stava vivendo la situazione con forte disagio. Prima di allora ritenevo poco efficace la relazione terapeutica mediata da internet ma, pur continuando a privilegiare quella presenziale, mi sono ricreduta e anche oggi mantengo con i pazienti che vivono lontani da Milano questo tipo di opportunità

 

 

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