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In aumento la discrepanza tra bisogno di sostegno psicologico e problemi economici

In aumento la discrepanza tra bisogno di sostegno psicologico e problemi economici

25 Gennaio 2021 Alessandro Bianchi
Alessandro Bianchi
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Il futuro sarà tutto da ricostruire. L’emergenza sociale non finirà con la crisi sanitaria, ce la porteremo avanti per alcuni anni a venire. Sarebbe opportuno creare già ora gruppi di studio con tutte le figure interessate e necessarie al fine di creare e mettere in atto delle buone prassi per non incrementare maggiormente questo fenomeno fatto di problemi economici, paura diffusa, isolamento, povertà culturale e di relazioni.

SALUTE E DISEGUAGLIANZA

L’OMS definisce la salute non come semplice assenza di malattia, ma “stato di completo benessere fisico, mentale e sociale”, equiparandola ai diritti fondamentali che spettano alle persone. Coerentemente intende come promozione della salute il processo che mette in grado le persone di aumentarne il controllo e di migliorarla. 

La pandemia ha messo in evidenza come la salute sia una condizione accessibile in modo disuguale dalla popolazione, in funzione delle caratteristiche socio economiche: chi dispone una casa grande, magari con giardino, di dispositivi tecnologici per smartworking e studio e di una rete sociale attiva è avvantaggiato e sta meglio; chi queste cose non ha, appartiene alla schiera dei cosiddetti “nuovi poveri”, o fa parte dei “vecchi” è più in difficoltà. 

Analogamente la promozione della salute attecchisce in maniera differenziata sui diversi terreni socioculturali. Lo stesso avviene su scala mondiale: i popoli ricchi stanno meglio, quelli poveri peggio, anche nella possibilità di reagire alle malattie (resilienza). Non dimentichiamoci che i secondi sono maggioritari sui primi. 

In questo blog, ospitato su, SoloTablet.it, abbiamo deciso di allestire uno spazio dialogico aperto, sotto forma di interviste, che raccolga contributi e riflessioni. Sono state poste domande sia a professionisti della salute (psicologi), che a insegnanti della fascia 0-6. Questi ultimi poiché, accompagnando i bambini nelle esperienze cruciali dei primi anni di vita, contribuiscono a gettare le basi per la salute futura.

 

L'articolo contiene l'intervista di Alessandro Bianchi a Monica Tratzi, Psicologa e Psicoterapeuta 

Per prima cosa direi di cominciare con un breve presentazione di cosa fai, quali gli ambiti nei quali sei specializzata/o e nei quali operi professionalmente, dei progetti a cui sta lavorando, degli interessi culturali e eventuali scuole/teorie/pratiche psicologiche di appartenenza.

Buongiorno. Mi chiamo Monica Tratzi e sono una psicologa e psicoterapeuta, specializzata nel 2014 in psicoterapia funzionale presso la Scuola Europea di Psicoterapia Funzionale di Napoli, sede di Padova.

Durante il mio percorso di studi mi sono occupata di Disabilità mentale e Neuroscienze, per poi specializzarmi in psicoterapia e occuparmi di consulenza psicologica e psicoterapia con adolescenti e età adulta.

Nel mio studio privato lavoro soprattutto con pazienti con Stati d'ansia, Attacchi di Panico, Disturbi dell'umore - depressione, Disturbi Stress-correlati (tra cui acufeni, disturbi del sonno e mal di testa), problemi di autostima e relazionali. Vengono, inoltre, gestite domande di consulenza genitoriale e corsi di gestione dello stress.

Nel mese di Giugno 2020, insieme alla collega Chiara Tumminello abbiamo fondato “INformaPsiche: Crohn e RCU”, un portale online di informazione su tematiche psicologiche legate alle Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali (MICI) e argomenti correlati, volto a mettere in luce i risvolti psicologici legati alla malattia nell’ottica sia del paziente che dei familiari.

Fin dall’inizio della mia carriera mi sono avvicinata allo studio dei social networks per far conoscere la mia professione, per riuscire ad entrare in contatto con molte più persone e per comprendere al meglio l’uso che ne fanno gli adolescenti. Ora sfrutto questa passione per comunicare con i malati di Morbo di Crohn e RCU tramite il portale “INformaPsiche: Crohn e RCU”.

 

Puoi dirci qualcosa di quanto e come le tue attività lavorative/professionali siano cambiate per effetto della pandemia?

Devo fare una premessa. Personalmente ho dovuto fare un lavoro di riorganizzazione del mio modo di lavorare. In un setting di psicologia funzionale, un percorso di supporto psicologico è prima di tutto un evento relazionale e le relazioni sono fatte di corporeità. Spesso è proprio il corpo a permettere di arrivare dove la parola non arriva o non può arrivare.

Ad oggi, ho spostato tutta la mia attività professionale on line, tramite Teams, call WhatsApp, Skype e Zoom. Ovviamente non tutte le attività possono essere riconvertite e come molti professionisti della cura e delle relazioni sento la mancanza del contatto professionale diretto non mediato dallo schermo.

Non solo, anche la questione dello spazio diventa centrale: siamo chiamati a ricostruire un setting nelle nostre case, spesso con il rischio di venire inavvertitamente disturbati dalle persone con cui abitiamo o, più banalmente, si perda a più riprese a causa di problemi nel collegamento.

Molti pazienti hanno/hanno avuto il problema di imparare a crearsi un ambiente appropriato per un’ora di terapia e molte sedute sono state incentrate proprio sui limiti, il proprio spazio e la propria privacy.  

La pandemia pone in evidenza la grande discrepanza esistente in Italia tra offerta pubblica di servizi psicologici, insufficiente, e offerta privata. Come sottolineato dal presidente nazionale dell’Ordine degli Psicologi Lazzari, al bisogno diffuso e crescente di sostegno psicologico corrisponde una maggiore difficoltà ad accedervi. L’emergenza sanitaria si è portata appresso una crisi economica drammatica, acuendo le disparità già esistenti. Il rischio è che il disagio rimanga senza risposta per una larga fascia di popolazione, quella più fragile in particolare. Quale è il polso della situazione dal tuo osservatorio?

Sono pienamente d’accordo con il Presidente Lazzari.

Lavorando in libera professione, fin dall’inizio della pandemia, ho potuto riscontrare l’aumento della discrepanza tra bisogno di sostegno psicologico e problemi economici. In questi mesi sono aumentate le chiamate in cui si riscontra la necessità di rinvio – sospensione – impossibilità di iniziare un percorso psicologico a causa si sopravvenuti problemi economici (tra i più comuni si riscontrano cassa integrazione, diminuzione di orario di lavoro, paura di problemi economici futuri).

 

Sono passati i tempi di Basaglia, quando da una disciplina specifica, in quel caso la psichiatria, partiva una radicale proposta di cambiamento culturale con riflessi sociali importanti. Ritieni che oggi vi sia per la psicologia una possibilità per incidere sul sociale, contribuire alla crescita di una cultura di equità, di giustizia sociale, di redistribuzione equa della salute? Quali sono gli elementi sensibili su cui fare leva per una cultura del benessere fruibile da tutti e realmente inclusiva?

Credo che attualmente uno dei problemi maggiori sia ancora la scarsa conoscenza di come uno psicologo possa incidere positivamente sul sociale.

Come un serpente che si morde la cosa, ad oggi, gli psicologi che lavorano nel pubblico sono pochi e soprattutto in ambito clinico. 

Hai qualche proposta operativa in merito?

A livello operativo sarebbe opportuno prendere spunto dal percorso attuato in questi 40 anni dagli psichiatri, cercando di rendere più comprensibile il nostro lavoro, non rilegando il tutto solo sull’aspetto clinico, ma rendendo noto sia alle istituzioni sia alla popolazione quali siano gli sbocchi applicativi della psicologia. 

Lo svantaggio socio economico ad essere ereditario; alimenta la povertà educativa, limita le opportunità culturali e i diritti (dal gioco nei bambini, all’accesso, in generale, a beni e servizi dedicati e opportunità di apprendimento); la povertà di relazioni e l’isolamento restringono la dimensione emotiva della socialità, la capacità di relazionarsi con le realtà di riferimento, la resilienza alla malattia. Un fenomeno che tende a perpetuarsi nelle generazioni successive. Da psicologa come vedi il futuro?

A mio parere, il futuro sarà tutto da ricostruire. Sicuramente l’emergenza sociale non finirà con la crisi sanitaria, ma ce la porteremo avanti per alcuni anni a venire. Sarebbe opportuno creare già ora un gruppo di studio con tutte le figure interessate, al fine di creare e mettere in atto delle buone prassi per non incrementare maggiormente questo fenomeno fatto di problemi economici, paura diffusa, isolamento, povertà culturale e di relazioni. 

7. Vuoi aggiungere qualcos’altro? Ci sono tematiche non toccate nell’intervista che secondo te andavano approfondite?

Direi di no. Grazie per avermi dato l’opportunità di parlare di tematiche così importanti in questo periodo.

 

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