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Riconoscersi vulnerabili e interdipendenti

Riconoscersi vulnerabili e interdipendenti

29 Agosto 2022 Anna Colaiacovo
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Anna Colaiacovo
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L’artificialità dei nostri modelli di vita ci ha allontanato dai cicli naturali e dalla consapevolezza che risorse per noi essenziali, come l’acqua, sono esauribili; solo le catastrofi ambientali ci fanno improvvisamente rendere conto della precarietà della nostra condizione e della nostra dipendenza dalla natura di cui non siamo padroni. Per affrontare questi problemi è necessario soprattutto un cambiamento culturale, una consapevolezza dell’essere tutti parte di una casa, la Terra, che mostra segni visibili di grande sofferenza.

Ma possiamo sperare che avvenga questo cambiamento culturale? Secondo Jeremy Rifkin, la speranza è legittima. Proprio perché viviamo in un mondo interdipendente e siamo accomunati da una stessa condizione di fragilità, possiamo riscoprire quella capacità empatica che le stesse scienze ritengono sia una caratteristica umana. Caratteristica a lungo trascurata in nome dello spirito predatorio dell’homo oeconomicus. La coscienza empatica e la consapevolezza che siamo parte di un’unica umanità vulnerabile stanno crescendo nel mondo in modo direttamente proporzionale al saccheggio delle risorse e ai danni procurati all’ambiente.

Ci troviamo oggi in un momento decisivo dell’esperienza umana: la corsa a una coscienza empatica globale si sta scontrando con il crollo entropico globale; i benefici che traiamo dall’empatia sono incalcolabili, ma lo sono anche i costi entropici.(Nota 1)

Siamo sempre più consapevoli che la nostra azione avrà effetti enormi sulle generazioni future. Il riscaldamento climatico, l’impoverimento del suolo, la carenza idrica, lo smaltimento delle scorie nucleari e la stessa possibilità di un conflitto nucleare possono mettere in discussione l’idea stessa di futuro. La sfida radicale del nostro tempo consiste nell’assumersi la responsabilità degli effetti delle nostre azioni sulle generazioni che verranno. Già nel primo summit sull’ambiente del 1972, che si è concluso con La Dichiarazione di Stoccolma, la responsabilità verso i posteri era esplicitamente citata. Oggi i danni ambientali sono cresciuti a dismisura, dobbiamo sperare che la coscienza dei diritti delle nuove generazioni e la necessità di prenderci cura del loro benessere impediscano l’autodistruzione dell’umanità. Come sostiene Gunther Anders: Ciò che ci dovrebbe mettere in agitazione oggi – a differenza di Faust – non è, a ogni modo, il fatto che non siamo onnipotenti ed onniscienti; ma al contrario che, al paragone di ciò che sappiamo e possiamo produrre, possiamo immaginare e sentire troppo poco. Che, nel sentire siamo inferiori a noi stessi. (Nota 2)

 

Il potere senza limiti dato all’uomo dalla tecnica produce effetti che non siamo in grado di prevedere e orientare. Solo l’immaginazione potrebbe proiettarci nel futuro e attivare la paura degli effetti negativi delle nostre azioni. La paura non per noi, ma per il mondo e per l’altro che verrà. Purtroppo, però, sentiamo e immaginiamo troppo poco. Conosciamo bene i rischi, perché l’informazione non è mai stata così pervasiva come nel nostro tempo, ma la conoscenza non riesce a coinvolgere la sfera emotiva. Risultato? Il diniego della realtà che consente di non provare quella paura che sarebbe in grado di porre limiti alla nostra hybris.

Necessità di un’etica della cura

Secondo Jonas, alla base dell’etica del futuro deve esserci la rinuncia alla hybris prometeica e la disponibilità a farsi influenzare dalla vulnerabilità dell’altro. Nella consapevolezza della fragilità costitutiva della condizione umana, del nostro essere “soggetti in relazione” e non autonomi e sovrani, possiamo trovare la fonte dell’agire responsabile. Una consapevolezza che non appartiene all’homo consumens, figura che ha fin qui caratterizzato il nostro tempo e i nostri comportamenti, prima del Covid19. Figlio del capitalismo postmoderno in cui il consumo è diventato dominante rispetto alla produzione, e ultimo esemplare in ordine temporale dell’homo oeconomicus, questa tipologia di essere umano non basa le sue scelte sulla razionalità, ma sulla soddisfazione immediata del desiderio, nella ricerca della felicità, il mantra dei nostri giorni.

Felicità è un concetto saturo di valori individualisti in base ai quali il sé individuale diventa il bene supremo, e i gruppi e le società si riducono ad aggregati di volontà autonome. (Nota 3)

La ricerca della felicità è il fine dell’uomo contemporaneo. Intorno al concetto di felicità, come imperativo sociale e morale da perseguire, la psicologia positiva ha costruito un modello che si è perfettamente saldato con il neoliberismo e con il consumismo. Un modello che è partito dagli Stati Uniti alla fine del secolo scorso e che si è diffuso in tutto il mondo. Secondo Martin Seligman, presidente della American Psychological Association, creatore della “scienza della felicità”, possibile addirittura misurare il livello di felicità raggiunto dall’individuo e naturalmente migliorarlo con l’opportuna guida degli “esperti” e attraverso la commercializzazione di libri e prodotti di ogni tipo. Di quale felicità stiamo parlando? Del benessere che può raggiungere l’individuo convinto che deve contare solo su sé stesso e che, indipendentemente dalle circostanze esterne, deve lavorare su di sé per diventare sempre più produttivo e determinato a raggiungere il successo. In questo modo il soggetto diventa il cardine di un sistema economico che ha bisogno di una continua crescita, che scarta i soggetti più deboli e che addebita sempre e comunque all’individuo la responsabilità del suo fallimento. Nella “scienza della felicità”, che è di fatto una “industria della felicità”, il grande assente è la collettività e valori come la conoscenza e la giustizia non sono contemplati. Ma, non è forse “meglio -come sosteneva John Stuart Mill- essere un Socrate scontento che un maiale soddisfatto?”.

 

L’homo consumens acquista un prodotto perché è spinto a desiderarlo, secondo la legge del “devi godere!”, ma il desiderio viene continuamente alimentato da nuovi prodotti immessi nel mercato, per cui l’insoddisfazione è perenne. L’individuo, immerso in una realtà in cui tutto è ridotto a bene di consumo, è libero di scegliere tra infiniti prodotti e informazioni, ma di fatto è “costretto” a scegliere, pena l’esclusione dal mercato, cioè dal sistema. Chi non è in grado di consumare non contribuisce in alcun modo al benessere collettivo e viene visto come uno scarto della società, non come qualcuno da aiutare. Da qui il clima diffuso di disprezzo nei confronti dei poveri e del welfare state che è stato ridimensionato negli ultimi anni. Il sistema si autoalimenta attraverso il consumo di prodotti che vengono velocemente rottamati e sostituiti, come le relazioni, che, quando si creano, devono potersi sciogliere facilmente perché sono viste come un impedimento verso altre opportunità. L’homo consumens sostituisce velocemente i legami sociali come qualsiasi altro prodotto.

Il consumo è un’attività solitaria (è perfino l’archetipo della solitudine) anche quando avviene in compagnia. (Nota 4)

Nella società della modernità liquida lo sciame tende a sostituire il gruppo. Nello sciame non troviamo, secondo Bauman, scambio e cooperazione, ma solo vicinanza fisica e direzione. L’individuo che si aggrega a uno sciame lo fa per un breve periodo, per seguire un interesse che poi lascia il posto a un altro interesse fuggevole. Antepone la transitorietà alla durata, l’emozione ai sentimenti. L’ancoraggio al presente e la tendenza ai legami deboli, facilmente gestibili e di breve durata caratterizza infatti questa figura, rappresentata al meglio dai reality show. Trasmette il messaggio che la vita è un gioco duro in cui ognuno gioca per sé e, se vuole vincere, in una società dominata da leggi di mercato spietate e da uno Stato che non è in grado di regolarne gli effetti, non può fidarsi di nessuno. Per questa tipologia umana, la fiducia e la compassione sono sentimenti dannosi perché ostacolano il successo.

In questa condizione sociale di consumismo diffuso, in cui la paura più grande è il non avere le risorse per dare soddisfazione alla fluidità del desiderio, si è sviluppato il Covid19. La pandemia ci ha colti impreparati. Siamo stati colpiti da un nemico invisibile che ha distrutto le nostre abitudini e che ci ha posto improvvisamente di fronte a tanti limiti. Finita la fase del “godimento” è iniziata quella del “contenimento” e del sacrificio degli operatori sanitari. Ci siamo ritrovati fragili, smarriti e connessi gli uni agli altri, pur in assenza di contatto fisico. Chiusi nelle nostre case e impossibilitati a “consumare” abbiamo scoperto la paura della solitudine e l’importanza della relazione e della cura. E la necessità di un’etica della cura come antidoto all’incuria del nostro tempo. Un’etica che esige un’alleanza tra ragione e passioni per potenziare, come afferma Spinoza, gli “affetti” positivi. Anche le nostre passioni, così come le idee, hanno un carattere storico. Possono quindi essere “coltivate” per migliorarne la qualità etica (Nussbaum). Il lavoro di cura richiede empatia, sensibilità, inclusione, pazienza, costanza, tempo, capacità di relazione. Una cura che, come abbiamo già detto, deve riguardare anche l’ambiente e gli oggetti. Le dinamiche dell’economia consumistica fondate sull’uso e getta esigono la distruzione precoce dei prodotti più che la conservazione. In futuro occorrerà invece mantenere, riciclare, riparare, per salvare il nostro mondo.

 

NOTE

1 J. Rifkin, La civiltà dell’empatia. La corsa verso la coscienza globale nel mondo in crisi. Mondadori, Milano 2010, pp.40-42.

2 G. Anders, L’uomo è antiquato. I: Considerazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale, trad. it. L. Dallapiccola, Boringhieri, Torino 2003, p. 253.

3 E.Cabanese e E. Illouz, Happycracy. Come la scienza della felicità controlla le nostre vite, Codice Edizioni, 2019, p. 51

Bauman, Homo consumens. Lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi, Ed. Erickson, Gardolo 2007, p.49.

 

 

 

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