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Ben venga un approccio critico alla nuova realtà digitale

Ben venga un approccio critico alla nuova realtà digitale

19 Gennaio 2023 Il sociologo digitale
Il sociologo digitale
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Tendiamo a dare una visione eccessivamente messianica o diabolica alla tecnologia, dimenticandoci che questa esiste e si incardina su un ecosistema sociale, fatto di etica, economia e relazioni non tecnologiche. Prendiamo ad esempio il caso di Cambridge Analitica. L’utilizzo di AI e machine learning ha effettivamente favorito la Brexit, ma non è stata la tecnologia a creare gli elettori pro-Brexit. Ha contribuito a mobilitarli e li ha fatti sentire parte di un qualcosa di più grande, dandogli vita e corpo. Ma c’erano già. La tecnologia si è quindi incardinata su qualcosa che pre-esisteva.

L’era che viviamo è digitale e molto tecnologica. È mediata tecnologicamente, dominata dai dati, dall’automazione, dalle macchine, dalle piattaforme, dagli assistenti personali e dalle intelligenze artificiali. Una società digitalmente modificata, per essere conosciuta, letta, interpretata e compresa suggerisce il ricorso a nuovi concetti, nuovi metodi investigativi e approcci sociologici, nuove definizioni, con l’obiettivo di investigare con maggiore accuratezza le interazioni tra dati, persone e tecnologie. 

L’analisi dei fenomeni sociali dell’era digitale obbliga a prestare attenzione alla proliferazione delle tecnologie e dei media digitali nella vita delle persone e nei loro comportamenti. Sempre nella consapevolezza che approcci, concetti e categorie usate nelle pratiche sociologiche, oggi come ieri, possano influenzare la ricerca stessa. La sociologia può oggi fornire un grande contributo al dibattito in corso sugli effetti della tecnologia e può fornire una visione alternativa (non tutti i dati possono essere ridotti a dati comportamentali) su come oggi possiamo conoscere la società, anche attraverso i dati e gli strumenti digitali (smartphone, piattaforme, APP, ecc.) che la caratterizzano.

Di tutto questo abbiamo deciso di parlarne con alcuni sociologi (sociologi digitali?), con l’obiettivo di condividere una riflessione ampia e aperta e contribuire alla più ampia discussione in corso. 

In questo articolo proponiamo l’intervista che Carlo Mazzucchelli  ha condotto con Lorenzo Gangitano, 37 anni, un PhD in sociologia conseguito in Inghilterra, ma oggi Project Manager certificato attivo nel settore IT.


 

Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione sull'era tecnologica che viviamo? Qual è il suo rapporto con le tecnologie e quale l’uso che ne fa nelle sue attività lavorative (sociologia digitale)? 

Sono un sociologo prestato all’IT, settore in cui lavoro come Project e Program Manager. Seguo e gestisco percorsi di digitalizzazione.

Il mio rapporto con la tecnologia lo definirei consapevole e pigro, ma forse dovrei dire scettico e voyeuristico. Non amo la tecnologia perché sono tutti i giorni a contatto con bug e problemi, ne vedo il lato oscuro diciamo. Inoltre sono pigro ed imbranato nell’usarla per i miei scopi ricreativi, quindi preferisco guardare i contenuti social altrui piuttosto che svilupparne di miei. Anche perché raramente viene fuori qualcosa di buono. Diciamo che do il meglio nella comunicazione faccia a faccia.

Tuttavia, credo fortemente nei benefici che la tecnologia può apportare, ma ritengo che la società in cui viviamo fatichi a sfruttarne il reale potenziale. Se ci pensiamo noi stessi abbiamo in tasca una potenza di calcolo superiore a quella che mandò sulla Luna l’Apollo 11, ma la usiamo per guardare video, fare foto, non perderci mentre guidiamo nella città in cui siamo nati e poco altro.

Prendiamo il mio lavoro, aiutiamo le aziende ad essere più efficienti rivedendo i flussi informativi e gestionali in chiave informatica, eliminando la carta ed il ciclo della stessa. Questo comporterebbe però un processo di revisione dei flussi produttivi, informativi e gestionali, ma sono attività che raramente trovano l’interesse dei clienti. Spesso finiamo per riprodurre quanto in essere, solo eliminando la carta.

Per l’efficientamento se ne riparlerà in futuro, eppure il potenziale tecnologico si esprimerebbe meglio lì.

La tecnologia accelera in ogni ambito della vita sociale, produce cambiamenti dirompenti (disruptive) nelle vite delle persone. Ne condiziona i comportamenti e i modi di percepire, conoscere e interagire con le molteplici realtà (fattuale, virtuale, digitale, ecc.) esperienziali individuali e sociali. Tutto ciò rappresenta una grande sfida per le pratiche sociologiche e la sociologia come disciplina. Lei cosa ne pensa? Come descriverebbe una realtà nella quale il web e i media sociali sono diventati un’infrastruttura sociale (mobilità, auto senza autista, Internet degli oggetti, intelligenze artificiali, ecc.) diffusa come lo sono da tempo l’elettricità e i media tradizionali? Non crede che per comprendere le trasformazioni in atto servano nuovi approcci, nuove metodologie e pratiche? 

La tecnologia fa passi da gigante ed ormai è più pervasiva di quanto crediamo, ma anche meno di quanto pensiamo.

Inoltre tendiamo a dare una visione eccessivamente messianica o diabolica alla tecnologia, dimenticandoci che questa esiste e si incardina su un ecosistema sociale, fatto di etica, economia e relazioni non tecnologiche. Prendiamo ad esempio il caso di Cambridge Analitica. L’utilizzo di AI e machine learning ha effettivamente favorito la Brexit, ma non è stata la tecnologia a creare gli elettori pro-Brexit. Ha contribuito a mobilitarli e li ha fatti sentire parte di un qualcosa di più grande, dandogli vita e corpo. Ma c’erano già. La tecnologia si è quindi incardinata su qualcosa che pre-esisteva.

Sicuramente sarà quindi necessario studiare nuove metodologie, soprattutto qualitative, per trattare quantità di dati sempre più importanti. Contare quanti tweet contengono un determinato hashtag è oggi semplice, molto meno è comprendere quali valori vengono assegnati a quell’hashtag da migliaia di persone con background culturali e sociali anche molto differenti. Inoltre si dovrà fare attenzione a non dare un peso eccessivo a strumenti che, in quanto tali, rimangono pur sempre degli strumenti. Si veda la crisi che sta colpendo i Social media più affermati come Facebook e Twitter, e al flop che stanno affrontando i vari multiversi.

 

Come è cambiato l’ambito della sua attività nell’era digitale? La tecnologia ha cambiato mente e corpo, quest’ultimo trasformato da protesi e tecnologie indossabili, ma anche in termini simbolici fino alla sua negazione. La realtà si è fatta multipla, fatta di realtà virtuali e parallele, tanti nonluoghi (M. Augè) nei quali si vive un continuo presente (hic et nunc), spesso superficialmente, attraverso superfici di uno schermo, e in velocità. Ne deriva un affanno esistenziale fatto di solitudine, individuale e sociale, di perdita di senso. Lei cosa ne pensa? Cosa serve oggi per alimentare una presa di coscienza sulla contemporaneità e una lettura critica delle nuove realtà digitali? Che funzione ha in tutto questo la sociologia? Ha senso una sociologia digitale e in cosa si distinguerebbe dalla sociologia classica? 

Personalmente credo si debba evitare la nostalgia dei bei tempi andati. Già nel 1903 George Simmel, nella sua descrizione del cittadino metropolitano moderno (del tempo ovviamente), parlava di soggetti apatici e a-sentimentali, in quanto oberati di stimoli. Oppure pensiamo alle famose fotografie dei mezzi pubblici di New York negli anni ’30, in cui tutti i passeggeri sono isolati nella lettura del loro giornale (https://www.sadanduseless.com/evil-iphones/). Non credo che la sensazione di solitudine sia quindi legata all’avvento di nuove tecnologie, ma che le preceda.

Sicuramente la tecnologia può contribuire ad aumentare dei fenomeni che la pre-esistono. Però è anche vero che le nuove tecnologie hanno anche aumentato gli spazi d’incontro – pur se non in presenza. Spesso quando si affronta questo tema si parla dei giovani (che poi in Italia sei giovane fino a 40 anni quindi la categoria sarebbe da chiarire), del loro spaesamento e della loro incapacità di relazionarsi all’altro, di vivere il presente e le emozioni che esso porta. Ma, soprattutto, del loro assentarsi dal reale per ri-vivere nel mondo online, della loro solitudine nel qui e ora, a favore di una socialità fittizia e distorta. Ma siamo sicuri che sia una loro scelta? Cosa offre la nostra società ai giovani? Faccio una riflessione limitata alla mia esperienza personale.

Trenta anni fa passavo tutti i miei pomeriggi giocando in cortile con i miei coetanei. Poi qualcuno ha iniziato a lamentarsi, e sono comparsi cartelli che proibivano di giocare in cortile. Così noi bambini e adolescenti siamo andati ai campetti delle parrocchie vicine e al parco giochi. Ma anche qui, piano piano, sono comparse restrizioni di vario tipo. Risultato: oggi di quattro campetti ne è rimasto aperto solo uno, ma due ore al giorno e serve la supervisione di un adulto. Mentre al parco giochi non può entrare chi ha più di dodici anni. Quindi, dove vanno i nostri giovani? Online, spinti da quelli stessi adulti che li criticano per essere sempre online.

Ben venga quindi un approccio critico alla nuova realtà digitale che sta sviluppando un linguaggio suo, che evolve e muta continuamente. Ma non isoliamola analiticamente dal resto. La sociologia dovrebbe tornare ad interrogarsi sul proprio essere, dovrebbe tornare a sviluppare un approccio che miri a comprendere la società nella sua complessità. Cosa che ha smesso di fare da oltre 50 anni. Altrimenti i nuovi sociologi digitali non faranno altro che inseguire una chimera che muta più rapidamente di loro, adattando o creando nuove categorie che sono già vecchie alla prima pubblicazione scientifica. Basti pensare al declino di Facebook e all’ascesa di Tik Tok e altri social network di cui non sai dell’esistenza sino a quando non li vedi sullo smartphone del figlio/nipote. 

 

Viviamo tempi alla fine dei tempi, siamo testimoni di un salto paradigmatico verso scenari futuri imprevedibili, che per alcuni potrebbero essere distopici. La trasformazione in atto obbliga tutti a riflettere sul fenomeno della pervasività e dell'uso diffuso di strumenti tecnologici ma anche sui loro effetti. Qual è la sua visione dell'era tecnologica che viviamo e che tipo di riflessione dovrebbe, secondo lei, essere fatta, da parte di sociologi, antropologi, filosofi e scienziati, ma anche di singole persone? 

Forse dovremmo piuttosto riflettere su cosa siamo diventati e su cosa stiamo diventando. Come ci spiega Bauman, la società liquida è la conseguenza di uno sviluppo capitalistico e consumistico sempre più spinto e vorace. Siamo sempre meno cittadini e sempre più consumatori/produttori. Si parla di diritto alla disconnessione non perché si voglia imporre a persone ossessionate dalla tecnologia di disconnettersi, ma perché si vuole proteggere chi si disconnette da pressioni lavorative o stigma sociali. La riflessione dovrebbe quindi essere sull’origine della nostra ossessione per la tecnologia. È davvero una nostra scelta? Porta i benefici che immaginiamo?

Una seconda riflessione dovrebbe poi essere, ma abbiamo risorse naturali per tutto questo? La colonizzazione cinese dell’Africa per reperire minerali rari utili a sostenere lo sviluppo tecnologico, il tasso di suicidi nelle fabbriche di microprocessori e le immense discariche di rottami tecnologici cedo siano campanelli d’allarme da non ignorare.

 

Per molti di noi, cresciuti nell’era definita della postmodernità, il pensiero di Zygmunt Bauman è diventato un punto di riferimento solido e costante. Chi non ha riflettuto sulla modernità liquida, sul bisogno di comunità e sulla solitudine del cittadino postmoderno? Le sue riflessioni hanno obbligato a interrogarci anche sulle tecnologie e le loro rivoluzioni, sul loro ruolo nella contemporaneità e i loro effetti. In una realtà nella quale siamo sempre più online, prigionieri dentro mondi paralleli e virtuali è forse arrivato il momento di interrogarsi criticamente sul concetto di liquidità. La realtà attuale, anche per effetto del coronavirus, sembra essere diventata pesante. La realtà fattuale ha preso l’avvento su quella virtuale, si è solidificata facendo emergere tutto ciò che di reale esiste: precarietà, povertà, disuguaglianze, solitudine, emarginazione, ansia e malattie psichiche. Lei cosa ne pensa? Sono ancora valide le categorie di Bauman o non dovremmo forse rileggerle e modificarle alla luce della nuova realtà pandemica? 

Sicuramente la pandemia ha dato uno scossone all’ordine sociale artificiale in cui viviamo. Ad esempio abbiamo scoperto che i lavoratori essenziali non sono i CEO o i grandi finanziari, ma piuttosto cassieri, infermieri, fattorini e operai. Insomma, i meno pagati e più esclusi dalla nostra società patinata, che stanno nuovamente scivolando nel dimenticatoio. Facendo una similitudine, io credo che il successo di Bauman sia dovuto al fatto che ha urlato, o meglio scritto ma con un linguaggio per tutti (cosa rara per un accademico), che il re è nudo. Che l’ordine sociale che abbiamo imparato a conoscere, e a cui siamo stati educati, non è fisso, non è monolitico ma soprattutto non è giusto. Alzi, è mutevole, liquido, capriccioso e fuori controllo. Il che non è necessariamente negativo. Pensiamo a cosa questo ha comportato per le minoranze sessuali, o per le persone con disabilità. Se non può esistere la categoria del “normale”, non può esistere la categoria del “deviante”. Finalmente possiamo ammettere in pubblico le nostre fragilità, e cercare assieme una soluzione senza essere stigmatizzati come deboli, emozionali o quant’altro.

Il lavoro di Baumann è quindi quanto mai attuale, soprattutto nel mondo della tecnologia dove il “nuovo” ormai non dura più di qualche mese. Inoltre Baumann, sempre in tema di smascheramento, ci ricorda che la catastrofe verso cui corriamo è legata al nostro meccanismo di produzione della ricchezza, che, come scrive in Liquid Times, esiste e si riproduce fagocitando le risorse economiche, sociali e culturali create prima dell’avvento del capitalismo. Quanto potrà ancora andare avanti? Dobbiamo riprendere, per l’ennesima volta, le teorie di Marx? O sarà la crisi climatica a risolvere per noi questi dubbi?  

 

Secondo Franco Ferrarotti la pandemia non ha solo dimostrato la sua forza ma anche che il futuro non è della tecnologia. Quest’ultima ha favorito la globalizzazione ma ad averla realmente attuata è stata il coronavirus. L’incertezza che ne è derivata, su scala mondiale, non può trovare risposte nella tecnologia ma solo in una umanità capace di riconoscere i propri limiti. Grazie alla pandemia oggi c’è la possibilità di ripensare il futuro a misura d’uomo per rifondarlo su categorie nuove, non necessariamente quelle emerse in questa era digitale fatta di volontà di potenza, funzionalismo, narcisismo esagerato, visibilità ma anche servitù e complicità con le macchine sulle quali abbiamo fatto eccessivo affidamento fino a diventarne dipendenti. Oggi più che mai serve ciò che le macchine non hanno: progettualità, volontà, responsabilità, consapevolezza, empatia, solidarietà, senso della comunità e iniziativa umana. Lei cosa ne pensa. Che riflessioni le suggeriscono queste idee di Ferrarotti? Cosa fare per un futuro diverso? 

Concordo con le parole di Ferrarotti, ma sono sinceramente molto scettico sul fatto che la nostra società abbia imparato la lezione. Temo anzi che, proprio per contrastare questo fenomeno, aumenti la spinta al consumo (e non uso) di nuove tecnologie dalla scarsa utilità, soprattutto in ambito privato e familiare. Anche la crisi del 2008 doveva insegnarci molto sulla sostenibilità della nostra economia drogata da plusvalenze finanziare ed irreali. Eppure poco è cambiato.

A mio avviso questo dipende dall’incapacità, molto diffusa soprattutto in Italia, di valutare e di auto-valutarci, e quindi di imparare dal passato. La valutazione e la riflessività sono i cardini della progettualità, ma temo siano competenze sempre più rare. A partire da una politica sempre più divisiva e che ormai sa solo autoassolversi, e che volente o nolente è il tornasole della nostra società. Se davvero Baumann ha ragione nella sua visione pessimistica di un futuro liquido, anche l’umanità e l’empatia sono destinate a ridursi. La realtà sociale in cui agiamo è in costante mutamento, e previene la formazione di legami sociali forti al di fuori dalle cerchie istituzionali (compagni di scuola, parenti o compagni di squadra), motivo per cui spopolano le app di incontri. Non riusciamo a crearci dei programmi di vita di ampio respiro, e quindi, come suggerisce il sociologo polacco, preferiamo avere molti piani B a breve termine. Come possiamo sviluppare umanità e empatia verso persone che viviamo come puramente transitorie nel nostro cammino?

Credo che per ottenere un futuro più a misura d’uomo ci si debba fermare un attimo, tarpando la nostra ossessione per la produttività ed il guadagno. Riflettere su cosa davvero vogliamo e forse riusciremo, tutti assieme, a ricalibrare il nostro futuro su traiettorie più “umane”. Ma dovrà essere uno sforzo di tutti, intimo e personale. La pandemia ci ha dato questa possibilità, congelando la nostra vita e consentendoci di riflettere. Non a caso ne è seguito un massiccio numero di licenziamenti, divorzi e ritiri dal mondo del lavoro. Questi, pur essendo eventi traumatici, sono rotture che possono portare ad un migliore benessere individuale e di comunità.

 

La pandemia ha imposto in molti ambiti personali e lavorativi l’uso della tecnologia per interagire socialmente così come per lavorare e fare didattica. Il telelavoro esiste da anni, lo smartworking che molti scoprono oggi viene da lontano (in Italia primi anni 80) ma per ragioni culturali non si è mai affermato. Lo smartworking non è che uno dei tanti cambiamenti in atto. Forse più importanti sono il cambiamento (agile) delle forme organizzative, la flessibilità lavorativa e organizzativa, la gestione del tempo, di lavoro e tempo libero, come flusso continuo di entrambi, la mobilità, la parità di genere, ecc. Da sociologo/a come valuta ciò che sta succedendo nel mondo lavorativo e nella realtà esistenziale di ognuno sempre più determinata tecnologicamente?

Per quella che è la mia esperienza diretta nel settore informatico, l’uso dell’AGILE e delle sue metodologie si sta effettivamente diffondendo. Lentamente e con grosse difficoltà, ma si sta diffondendo. Ma, nuovamente, è una diffusione vincolata al modello di produzione capitalistico attuale. Le innovazioni infatti, tecnologiche o organizzative, si diffondono se e solo se hanno un valore economico. Ad esempio, siamo sempre più produttivi, ma non diminuiscono le ore di straordinario. Oppure, adottiamo metodologie AGILE sulla carta, ma se manteniamo un pricing a prodotto, a cosa serve lavorare per sprint?

Inoltre, se allarghiamo il nostro sguardo al di fuori dell’Italia, vediamo come la nostra gestione del tempo lavorativo in occidente subordina la gestione del tempo altrui. I team Indiani con cui collaboro di frequente sono composti di persone che vivono la notte per essere operativi durante le mie ore d’ufficio. Con tutti i danni fisici e sociali che il lavoro notturno comporta.

Nuovamente, credo che il problema vada inquadrato da una prospettiva più ampia. Può il dipendente resistere a pressioni formali e informali e non rispondere a email “urgenti” fuori orario? Può un genitore libero professionista coniugare il lavoro di cura con le necessità di risposte in tempi rapidi che le nuove tecnologie impongono? Ovviamente sì, in teoria. Ma in pratica?

In una società costruita sulla posizione lavorativa, sul capitale economico accumulato, e sulla capillare e pervasiva diffusione della tecnologia che comporta una permanente connessione, stiamo ulteriormente abbattendo le barriere tra il sé pubblico (il lavoratore/consumatore) ed il sé privato (il cittadino, la madre, il nipote) a scapito di quest’ultimo. Non a caso sempre più giovani disattivano la suoneria del cellulare, preferiscono paghe più basse ma garanzie di maggiore libertà, e sognano una vita meno tecnologica. Sarebbe interessante studiare queste nuove tendenze di rifiuto della tecnologia, o di uso più consapevole.

 alaska

 

Miliardi di persone sono oggi dotate di smartphone usati come protesi tecnologiche, di display magnetici capaci di restringere la visuale dell'occhio umano rendendola falsamente aumentata, di applicazioni in grado di regalare esperienze virtuali e parallele di tipo digitale. In questa realtà ciò che manca è una riflessione su quanto la tecnologia stia cambiando la vita delle persone (High Tech High Touch di Naisbitt) ma soprattutto su quali siano gli effetti e quali possano esserne le conseguenze.  Stanno cambiando i concetti stessi con cui analizziamo e cerchiamo di comprendere la realtà. La tecnologia non è più neutrale, sta riscrivendo il mondo intero e il cervello stesso delle persone. Come stanno cambiando secondo lei i concetti che usiamo per interagire e comprendere la realtà tecnologica? Quali strumenti interpretativi e mappe sono necessari per comprendere il nostro essere sempre più online (in Rete)? In che modo la sociologia può oggi aiutare nel cogliere le nuove composizioni sociali (reti, comunità, tribù, gruppi, ecc.), nel cogliere le somiglianze e le differenze da esse emergenti, nell’interpretare le relazioni fattuali e quelle virtuali e come esse siano condizionate dal mezzo tecnologico? Ritiene anche lei che la tecnologia non sia più neutrale? 

Ritengo che la tecnologia sia di per sé neutrale, ma come per ogni mezzo se ne può fare un uso politico e quindi non neutrale. Emblematici sono i casi dell’energia nucleare e di internet. Su internet possiamo trovare, per ogni evento o fatto scientifico, informazioni e versioni anche molto discordanti: si pensi ai vaccini. Internet però è neutrale, perché consente l’accesso a tutte le informazioni (motivo per cui i governi e le corporation di tutto il mondo cercano di imporvi sempre maggiori controlli). Ma non possiamo certamente ritenere neutrale un motore di ricerca, ad esempio Google, che ci profila e ci mostra solo quello che potrebbe essere in linea con i nostri consumi – anche culturali.

Siamo quindi condizionati, è innegabile, da quanto deciso da terzi che limitano il nostro uso dei mezzi tecnologici. Ma, onestamente, nemmeno prima eravamo liberi di scegliere, influenzati come siamo dalla famiglia, dal limitato accesso alle informazioni, dal nostro gruppo di pari, dalla mentalità di paese in cui cresciamo, dalla morale religiosa e via discorrendo. E poi, sinceramente, quanti di noi saprebbero muoversi nel web senza Google? E quanti ne avrebbero davvero interesse?

La sociologia ha quindi il dovere di portare alla luce tutti quei meccanismi che influenzano le nostre azioni sociali, inclusi le nuove influenze tecnologiche. La sociologia deve procedere con la sua analisi delle forze sociali e, nel caso di Internet e della tecnologia, delle forze private, quali Google e Facebook per fare un esempio, che influenzano le nostre scelte.

Dobbiamo però non cadere nel tranello dei bei tempi passati. È infatti innegabile che applicazioni di incontri sentimentali e non, svolgano un importante ruolo di spazio pubblico e di incontro in una società che restringe sempre di più le nostre possibilità di incontrare nuove persone. Giusto o sbagliato che sia l’algoritmo, queste applicazioni consentono, ad esempio, ad un lavoratore che si è appena trasferito a Milano e che non conosce nessuno, di partecipare ad una partita di calcetto con sconosciuti che come lui hanno la passione per il calcio. Persone che nella sua routine casa-lavoro non avrebbe mai incontrato. Oppure di trovare l’anima gemella in un mondo in cui è sempre più difficile gestire relazioni faccia a faccia. Colpa della tecnologia se questi due esempi di “solitudine nella moltitudine” sono fenomeni sempre più reali? In parte, ma la sociologia non deve fare l’errore di isolare, come si farebbe in laboratorio, l’aspetto tecnologico dal restante ecosistema sociale.

 

La rivoluzione tecnologica è sotterranea, continua, invisibile, intelligente. È fatta di componenti software miniaturizzati, agili e leggeri capaci di apprendere, di interagire, di integrarsi e di adattarsi come se fossero neuroni in cerca di nuove sinapsi.  Questa rivoluzione sta cambiando le vite di tutti ma anche la loro percezione della realtà, la loro mente e il loro inconscio. Modificati come siamo dalla tecnologia, non ci rendiamo conto di avere indossato delle lenti con cui interpretiamo il mondo e interagiamo con esso. Lei cosa ne pensa?

Come ci insegna Goffman (Frame Analysis, 1972), noi con le lenti ci siamo nati. La tecnologia ne aggiunge sicuramente di nuove, forse aprendo con più vigore alla falsa sensazione di libertà ed indipendenza. Prendiamo la fotografia. L’uso degli effetti grafici è sempre più diffuso, anche grazie alla capillare diffusione di strumenti di fotoritocco. L’utilizzo edonistico di questi mezzi ci permette di rendere le nostre foto delle vere e proprie opere d’arte, trasmettendo a chi le osserva esperienze e sensazioni non vere, artificiali. Trasmettendo quello che noi avremmo voluto fosse la nostra esperienza “reale”. Queste foto migliorano un qualcosa di, in qualche modo, deludente. Non è forse questo l’utilizzo principale che si vuole fare, anche a scopo commerciale, della realtà aumentata? Farci indossare un vestito che non abbiamo, farci sembrare chi non siamo, portarci dove non possiamo permetterci di andare?

Vi è una certa tendenza ad utilizzare la tecnologia per ridefinire il discorso sociale che ci riguarda. Per apparire più felici alle feste (le foto rimangono, i ricordi sbiadiscono), per apparire più efficienti (chi lo saprà mai che prima di rispondere alla mail stavamo guardando la TV dal divano di casa?), per apparire più belli, e così via. Quello di cui siamo spettatori è quindi una rielaborazione del sé calcolata e voluta. Ma spesso calcolata male perché, in primis, comunicare bene è difficile, e poi perché se mettiamo assieme un centinaio di foto prese da Internet vediamo che si assomigliano tutte. Infatti quello che andiamo a pubblicare non è un prodotto per noi, ma un prodotto per gli altri di cui cerchiamo l’approvazione. Pertanto tendiamo ad applicare quello che riteniamo essere il gusto comune, di fatto omologandoci. Indossiamo quindi più o meno volontariamente delle nuove lenti sociali, magari scegliendo i filtri Instagram più alla moda.

Una seconda riflessione però è d’obbligo, e riguarda la comunicazione verbale. Come evidenziato da molti studi sulla comunicazione mediata dalla tecnologia, si stanno riducendo le nostre capacità di parlare nel qui ed ora, preferendo una comunicazione dilazionata dal mezzo tecnologico. Le dichiarazioni d’amore si fanno via messaggio scritto o vocale, ma solo dopo averle preparate nel dettaglio. Non si fanno più nell’immediatezza della conversazione. Certo, anche una volta si facevano via bigliettino scritto a mano e romanticamente decorato. Ma la tecnologia oggi ci apre infinite possibilità di controllo del canale comunicativo. Pensiamo solo alla possibilità di cancellare quanto scritto senza dover buttare via un foglio intero. O alla possibilità di programmare temporalmente l’invio delle email, facendogli pensare che siamo già operativi alle 7 del mattino quando in realtà siamo ancora a letto. Ecco, controllando la comunicazione verso gli altri possiamo cercare di influenzare le lenti attraverso cui verremo osservati. Credo che la comunicazione politica attuale ne sia un perfetto esempio.

Da ultimo, la tecnologia indossabile è sicuramente una nuova frontiera che merita di essere esplorata. Ha indubbi vantaggi dal punto di vista terapeutico, ma, al di fuori dei malati cronici, quanti di noi si fanno remore a mangiare una fetta di dolce in più nonostante lo smartwatch ci dica che, per le calorie che abbiamo consumato oggi, una carota sarebbe sufficiente? Hanno davvero un impatto positivo sulla vita delle persone che li indossano? O sono solo un ulteriore nevrotico stimolo che ci fa sentire inadeguati nei confronti di una bellezza fisica standard che non potremo mai raggiungere? 

yellostown 

Una delle studiose più attente al fenomeno della tecnologia è Sherry Turkle. Nei suoi libri Insieme ma soli e nell'ultimo La conversazione necessaria, la Turkle ha analizzato il fenomeno dei social network arrivando alla conclusione che, avendo sacrificato la conversazione umana alle tecnologie digitali,  il dialogo stia perdendo la sua forza e si stia perdendo la capacità di sopportare solitudine e inquietudini ma anche di concentrarsi, riflettere e operare per il proprio benessere psichico e cognitivo. Lei come guarda al fenomeno dei social network e alle pratiche, anche compulsive, che in essi si manifestano? Cosa stiamo perdendo o guadagnando da una interazione umana con la realtà sempre più mediata da dispositivi tecnologici? 

I social network sono un fenomeno complesso e di grandissimo interesse, ma credo che, come per altre tecnologie, lo siano soprattutto per le nostre generazioni che li hanno visti nascere. Che ne sono stati investiti e trasformati. Non mi sembra infatti che nessuno dei miei coetanei si preoccupi dei possibili effetti delle onde radio FM, o del linguaggio scurrile di certi programmi radio. Ad esempio, le principali vittime dei social, cioè coloro che ne fanno un uso sempre più compulsivo e patologico, sono soprattutto i nati prima degli anni ’80. I giovani, e ancor più i giovanissimi, ne fanno un uso molto più utilitaristico e consapevole, come dimostra la crisi dei social tradizionali.

Certo, la loro pervasività rimane un dato inconfutabile, ma il merito non è tutto loro. Non sono forse i genitori, consumatori abituali ed entusiasti di social, che danno i tablet ai figli piccoli per distrarli? Di fatti educandoli, male, all’uso compulsivo della tecnologia. Non sono i genitori che gli regalano smartphone costosi e inutili per poterli contattare in qualunque momento della giornata? Educandoli alla perenne reperibilità. Non sono proprio le casalinghe ed i soggetti in età prossima alla pensione, o i neo pensionati, ad essere i più attivi e compulsivi partecipanti a gruppi e chat più o meno complottiste?

Sicuramente osserviamo un calo delle relazioni umane non mediate dalla tecnologia, ma questo non è necessariamente un problema. Anzi, potenzialmente è un bene. Ci consente di mantenere contatti a lunga distanza. Ci permette di condividere emozioni, video, musiche e quant’altro che a parole faremmo fatica a descrivere. Piuttosto, il problema è se la crescita della comunicazione mediata avviene perché viviamo in una società che limita sempre di più l’incontro fisico tra le persone. Lo limita nello spazio in quanto piazze, cortili, androni, parchi e altri luoghi pubblici sono sempre più regolati e controllati. Lo limita nel tempo, perché oggi non basta che lavori una persona in una famiglia, devono lavorare tutti. Ed il tempo speso al lavoro è sottratto al tempo della comunicazione e del contatto faccia a faccia con chi vogliamo noi. Infine lo limita nelle nostre menti, in quanto siamo una società edonistica e schiacciata dal desiderio di apparire. Nella realtà non possiamo ottenere il pieno controllo della nostra immagine, mentre sui social ci possiamo provare.

 

Secondo Richard Sennet, autore del libro L’uomo artigiano, basta un’intuizione per dare senso e concretezza a bisogni diffusi. Serve anche cooperazione (legami), abilità (lavorare bene) e fierezza per le cose ben fatte, nella realtà fattuale così come in quella online. Il sapere che sta alla base dell’artigianalità si basa sui legami. Non soltanto mutualistici, di cooperazione e collaborazione ma anche di competenze dialogiche. In rete tutti operiamo per accrescere le nostre reti di contatti ma non sempre i legami che ne derivano servono al nostro essere artigiani in termini di relazionalità, di reale cooperazione e collaborazione. Lei cosa ne pensa. Qual è il ruolo della tecnologia nel definire gli ambiti delle competenze necessarie, delle professionalità del mercato e del lavoro in generale?

Personalmente rimango dell’idea che la tecnologia amplifica la nostra capacità di fare rete, ma non migliora le nostre capacità, né modifica le nostre buone intenzioni. Cooperazione e collaborazione erano e rimangono merci che, almeno nel mondo del lavoro, scambiamo per finalità personali. La tecnologia permette scambi più rapidi e ad ampio raggio, ma non ne migliora la qualità.

Sicuramente però, la tecnologia permette a tutti di accedere a persone portatrici di saperi esperti. Pensiamo all’e-learning: non è più necessario viaggiare chilometri per accedere ad un corso specialistico (ma anche frequentare le elementari), si può seguirlo online. Tendiamo a pensare che però queste siano esperienze limitate dall’assenza di presenza, magari memori delle più che proficue chiacchierate che facevamo con i nostri compagni di università. Momenti in cui si condivideva cosa si era capito e in cui ci si faceva forza. Questo però non è strettamente vero. Ad esempio nel mondo IT i corsi professionalizzanti sono tutti online da parecchi anni (Microsoft, Oracle, Apple, SQL, Python, etc.), con rarissimi incontri di persona. L’assenza di contatti informali è stata sostituita con chat room e blog che assolvono perfettamente alle necessità formali e informali dei partecipanti. Distopico? Forse, ma sicuramente efficace per un mondo del lavoro sempre più connesso, in cloud e slegato dai fusi orari.

 

Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l'iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a? 

Credo che per i lettori di Solo Tablet possa essere davvero interessante leggere gli studi effettuati su Second Life, l’antenato degli attuali metaversi.

Basta una breve ricerca su Google Scholar per accedere a oltre 25.000 articoli scientifici pubblicati partire dal 2019. Qui si possono trovare interessanti spunti sul rapporto delle persone con la tecnologia e la sua possibilità di portarci in un altrove fisicamente e temporalmente indefinito. Nonché sulla possibilità di liberarci di tutte le etichette sociali che ci sono state “appiccicate” sin dalla nascita, creando la proiezione della nostra visione ideale di noi stessi.

Come temi sicuramente includerei, visto il periodo, l’impatto ambientale delle nuove tecnologie. Quanto costa al pianeta la nostra foto del cenone di Natale pubblicata su Instagram? Chi sta sostenendo i costi di questo sviluppo tecnologico? Forse questo potrebbe aiutarci a riflettere sulle nostre reali necessità tecnologiche. 

 

Cosa pensa del nostro progetto SoloTablet? Ci piacerebbe avere dei suggerimenti per migliorarlo! 

Credo sia un progetto interessante e di valore, soprattutto perché porta una visione umanistica su soggetti che troppo spesso riteniamo essere indipendenti dalla sfera umana. Come dicevo all’inizio la tecnologia si incardina su strutture sociali pre-esistenti, studiarla ignorando l’ambiente in cui si muove rischia di essere un mero sforzo estetico. Credo che forse beneficerebbe di una tavola rotonda che possa portare a una discussione “live” ed attuale tra amatori, esperti e curiosi. E credo che dovrebbe essere un’esperienza da condividere nelle scuole e tra i giovani, con chi davvero vive la tecnologia di oggi, e vivrà, o forse progetterà, quella di domani.

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