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Nel pieno di una grande transizione: la formazione di un ecosistema digitale compiuto

Nel pieno di una grande transizione: la formazione di un ecosistema digitale compiuto

01 Febbraio 2021 Il sociologo digitale
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Credo che nessuna persona intelligente, orientata eticamente e attenta al bene comune possa avere creduto e potrà credere che la tecnologia sia la risposta a tutto. Anche ai bisogni sociali, culturali, conviviali, emozionali che ci caratterizzano come persone, individui, cittadini. Il problema che abbiamo è restituire umanità e spirito sociale a grandi moltitudini di persone che negli ultimi 30/40 anni sono cresciuti in contesti dominati da un consumismo esasperato, da una esagerata propensione a rincorrere i simboli del successo, a privilegiare le apparenze, le immagini e un agire mai disinteressato e sempre finalizzato.


L’era che viviamo è digitale e molto tecnologica
. È mediata tecnologicamente, dominata dai dati, dall’automazione, dalle macchine, dalle piattaforme, dagli assistenti personali e dalle intelligenze artificiali. Una società digitalmente modificata, per essere conosciuta, letta, interpretata e compresa suggerisce il ricorso a nuovi concetti, nuovi metodi investigativi e approcci sociologici, nuove definizioni, con l’obiettivo di investigare con maggiore accuratezza le interazioni tra dati, persone e tecnologie. 

L’analisi dei fenomeni sociali dell’era digitale obbliga a prestare attenzione alla proliferazione delle tecnologie e dei media digitali nella vita delle persone e nei loro comportamenti. Sempre nella consapevolezza che approcci, concetti e categorie usate nelle pratiche sociologiche, oggi come ieri, possano influenzare la ricerca stessa. La sociologia può oggi fornire un grande contributo al dibattito in corso sugli effetti della tecnologia e può fornire una visione alternativa (non tutti i dati possono essere ridotti a dati comportamentali) su come oggi possiamo conoscere la società, anche attraverso i dati e gli strumenti digitali (smartphone, piattaforme, APP, ecc.) che la caratterizzano.

Di tutto questo abbiamo deciso di parlarne con alcuni sociologi (sociologi digitali?), con l’obiettivo di condividere una riflessione ampia e aperta e contribuire alla più ampia discussione in corso. 

In questo articolo proponiamo l’intervista che Carlo Mazzucchelli  ha condotto con Giorgio Trianisociologo e giornalista. Consulente di marketing&communication


Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione sull'era tecnologica che viviamo? Qual è il suo rapporto con le tecnologie e quale l’uso che ne fa nelle sue attività lavorative (sociologia digitale)?

Mi occupo da anni di previsioni, di report sulle tendenze che curo per conto di imprese e enti pubblici. Soprattutto in ambito marketing e comunicazione.

Il futuro è per me un tema di lavoro quasi quotidiano e, logicamente, in questa prospettiva la tecnologia soprattutto i suoi effetti comunicativi e sociali è diventata una tema obbligato.

Anche perché da quasi 10 anni coordino il master in “ Comunicazione digitale, mobile e social” all’Università di Parma, dove insegno anche al Corso di Giornalismo.

La tecnologia accelera in ogni ambito della vita sociale, produce cambiamenti dirompenti (disruptive) nelle vite delle persone. Ne condiziona i comportamenti e i modi di percepire, conoscere e interagire con le molteplici realtà (fattuale, virtuale, digitale, ecc.) esperienziali individuali e sociali. Tutto ciò rappresenta una grande sfida per le pratiche sociologiche e la sociologia. Lei cosa ne pensa? Come descriverebbe una realtà nella quale il web e i media sociali sono diventati un’infrastruttura sociale (mobilità, auto senza autista, Internet degli oggetti, intelligenze artificiali, ecc.) diffusa come lo sono da tempo l’elettricità e i media tradizionali? Non crede che per comprendere le trasformazioni in atto servano nuovi approcci, metodologie e pratiche?

Ormai siamo nel pieno di una grande transizione e la formazione di un eco-sistema digitale compiuto e nell’ordine delle cose che stanno accadendo e che accadranno a breve. Con velocità maggiore ed effetti dirompenti sull’intera nostra organizzazione sociale.

Le novità sono tante e a differenza del passato oggi investono tutti i campi e tutte insieme. Le rotture sono infatti quasi simultanee e ovunque di tratta di affrontare e mettere mano a problemi inediti. Per quanto lee logiche e le dinamiche siano sempre le stesse che hanno caratterizzato le grandi fasi di svolta dei due ultimi secoli. Ciò che fa l’assoluta differenza è però il peso che hanno assunto strumenti e applicazioni tecniche, processi di automazione, scienze cognitive e AI

 

Come è cambiato l’ambito della sua attività nell’era digitale? La tecnologia ha cambiato mente e corpo, quest’ultimo trasformato da protesi e tecnologie indossabili, ma anche in termini simbolici fino alla sua negazione. La realtà si è fatta multipla, fatta di realtà virtuali e parallele, tanti nonluoghi (M. Augè) nei quali si vive un continuo presente (hic et nunc), spesso superficialmente, attraverso superfici di uno schermo, e in velocità. Ne deriva un affanno esistenziale fatto di solitudine, individuale e sociale, di perdita di senso. Lei cosa ne pensa? Cosa serve oggi per alimentare una presa di coscienza sulla contemporaneità e una lettura critica delle nuove realtà digitali? Che funzione ha in tutto questo la sociologia? Ha senso una sociologia digitale e in cosa si distinguerebbe dalla sociologia classica? 

Lo spaesamento è un rischio molto presente. Essere ovunque e da nessuna parte: fa parte del mondo digitale. Della facilità con cui, per evocare un’immagine quasi stereotipa, sappiamo tutto di sconosciuti e possiamo parlare in tempo reale con una persona dall’altra parte del mondo mentre non conosciamo o poco i vicini di casa. Vicino e lontano, basso e alto, presto e tardi non corrispondono più alle tradizionali categorie di spazio e tempo.

Logico che le categorie interpretative devono adeguarsi. D’altra parte è sempre successo ogni qualvolta il mondo e la società hanno registrato importanti fasi di svolta. La sociologia non può che prenderne atto. Però onestamente non credo serva un’altra, l’ennesima e forse nemmeno necessaria, sotto disciplina o specializzazione. Insomma eviterei la sociologia digitale

 

Viviamo tempi alla fine dei tempi, siamo testimoni di un salto paradigmatico verso scenari futuri imprevedibili, che per alcuni potrebbero essere distopici. La trasformazione in atto obbliga tutti a riflettere sul fenomeno della pervasività e dell'uso diffuso di strumenti tecnologici ma anche sui loro effetti. Qual è la sua visione dell'era tecnologica che viviamo e che tipo di riflessione dovrebbe, secondo lei, essere fatta, da parte di sociologi, antropologi, filosofi e scienziati, ma anche di singole persone?

Credo che la domanda sia già una risposta. Una realtà e una società in grande sommovimento ci obbligano a studiarle, a cercare di capirle, di interpretarle. In modi che interpellano tutti i saperi

 

Per molti di noi, cresciuti nell’era definita della postmodernità, il pensiero di Zygmunt Bauman è diventato un punto di riferimento solido e costante. Chi non ha riflettuto sulla modernità liquida, sul bisogno di comunità e sulla solitudine del cittadino postmoderno? Le sue riflessioni hanno obbligato a interrogarci anche sulle tecnologie e le loro rivoluzioni, sul loro ruolo nella contemporaneità e i loro effetti. In una realtà nella quale siamo sempre più online, prigionieri dentro mondi paralleli e virtuali è forse arrivato il momento di interrogarsi criticamente sul concetto di liquidità. La realtà attuale, anche per effetto del coronavirus, sembra essere diventata pesante. La realtà fattuale ha preso l’avvento su quella virtuale, si è solidificata facendo emergere tutto ciò che di reale esiste: precarietà, povertà, disuguaglianze, solitudine, emarginazione, ansia e malattie psichiche. Lei cosa ne pensa? Sono ancora valide le categorie di Bauman o non dovremmo forse rileggerle e modificarle alla luce della nuova realtà pandemica?

Bauman è stato un eccellente sociologo, i cui studi e riflessioni conservano una solida attualità. Ma allo stesso modo di altri grandi pensatori che continuano a essere straordinarie fonti di ispirazione e analisi. Da Max Weber a Wrigth Mills, dai sociologi di Francoforte a Deleuze, per citare alcuni autori che mi sono cari.

Quanto alla società liquida aggiungerei che ora è anche gassosa, aerea, impermanente. Le bolle d’aria più dei fluidi ci restituiscono una realtà sfuggente, che cambia molto rapidamente, in modi repentini e imprevisti. Esplosivi. Virali, per evocare anche il virus e la pandemia che stanno dando il colpo di grazia definitivo alla società che si è sviluppata a partire dal secondo dopoguerra e che è prossima a congedarsi.

 

Secondo Franco Ferrarotti la pandemia non ha solo dimostrato la sua forza ma anche che il futuro non è della tecnologia. Quest’ultima ha favorito la globalizzazione ma ad averla realmente attuata è stata il coronavirus. L’incertezza che ne è derivata, su scala mondiale, non può trovare risposte nella tecnologia ma solo in una umanità capace di riconoscere i propri limiti. Grazie alla pandemia oggi c’è la possibilità di ripensare il futuro a misura d’uomo per rifondarlo su categorie nuove, non necessariamente quelle emerse in questa era digitale fatta di volontà di potenza, funzionalismo, narcisismo esagerato, visibilità ma anche servitù e complicità con le macchine sulle quali abbiamo fatto eccessivo affidamento fino a diventarne dipendenti. Oggi più che mai serve ciò che le macchine non hanno: progettualità, volontà, responsabilità, consapevolezza, empatia, solidarietà, senso della comunità e iniziativa umana. Lei cosa ne pensa. Che riflessioni le suggeriscono queste idee di Ferrarotti? Cosa fare per un futuro diverso?

Credo che nessuna persona intelligente, orientata eticamente e attenta al bene comune possa avere creduto e potrà credere che la tecnologia sia la risposta a tutto. Anche ai bisogni sociali, culturali, conviviali, emozionali che ci caratterizzano come persone, individui, cittadini. Il problema che abbiamo è restituire umanità e spirito sociale a grandi moltitudini di persone che negli ultimi 30/40 anni sono cresciuti in contesti dominati da un consumismo esasperato, da una esagerata propensione a rincorrere i simboli del successo, a privilegiare le apparenze, le immagini e un agire mai disinteressato e sempre finalizzato.

 

La pandemia ha imposto in molti ambiti personali e lavorativi l’uso della tecnologia per interagire socialmente così come per lavorare e fare didattica. Il telelavoro esiste da anni, lo smartworking che molti scoprono oggi viene da lontano (in Italia primi anni 80) ma per ragioni culturali non si è mai affermato. Lo smartworking non è che uno dei tanti cambiamenti in atto. Forse più importanti sono il cambiamento (agile) delle forme organizzative, la flessibilità lavorativa e organizzativa, la gestione del tempo, di lavoro e tempo libero, come flusso continuo di entrambi, la mobilità, la parità di genere, ecc. Da sociologo/a come valuta ciò che sta succedendo nel mondo lavorativo e nella realtà esistenziale di ognuno sempre più determinata tecnologicamente?

Credo che se non ci abbandoniamo al pessimismo, dobbiamo convenire che la società digitale offre molti vantaggi. In parecchi casi fantastici. In tre mesi, da quando l’anno scorso è scattato il ,lockdown, il paese ha fatto un balzo di 3 o 4 se non 5 anni. Il commercio elettronico è cresciuto più di quanto non fosse accaduto dal 2011 al 2019. I lavoratori in smart working era circa 700 mila a inizio 2020 e alla fine dell’anno erano quasi 8 milioni. I servizi di messaggeria sono cresciuti a doppia cifra.

Ovviamente come ogni progresso c’è anche un lato oscuro. Sta a noi massimizzare i vantaggi ( ad esempio potere fare una riunione stando a casa e nel contempo preparare il pranzo e badare ai figli) e minimizzare gli impatti negativi ( massimamente l’isolamento sociale).

 

Miliardi di persone sono oggi dotate di smartphone usati come protesi tecnologiche, di display magnetici capaci di restringere la visuale dell'occhio umano rendendola falsamente aumentata, di applicazioni in grado di regalare esperienze virtuali e parallele di tipo digitale. In questa realtà ciò che manca è una riflessione su quanto la tecnologia stia cambiando la vita delle persone (High Tech High Touch di Naisbitt) ma soprattutto su quali siano gli effetti e quali possano esserne le conseguenze.  Stanno cambiando i concetti stessi con cui analizziamo e cerchiamo di comprendere la realtà. La tecnologia non è più neutrale, sta riscrivendo il mondo intero e il cervello stesso delle persone. Come stanno cambiando secondo lei i concetti che usiamo per interagire e comprendere la realtà tecnologica? Quali strumenti interpretativi e mappe sono necessari per comprendere il nostro essere sempre più online (in Rete)? In che modo la sociologia può oggi aiutare nel cogliere le nuove composizioni sociali (reti, comunità, tribù, gruppi, ecc.), nel cogliere le somiglianze e le differenze da esse emergenti, nell’interpretare le relazioni fattuali e quelle virtuali e come esse siano condizionate dal mezzo tecnologico? Ritiene anche lei che la tecnologia non sia più neutrale?

La prima legge di Kranztberg ( Age of information)  diceva, con grande anticipo, che “La tecnologia non è buona  né cattiva e nemmeno neutra”. E’ uno splendido gioco di parole che ribadisce che anche le cose che fanno bene ( l’acqua, la vitamina C, l’aspirina) se prese in dosi eccessive possono nuocere alla salute. Il Pc,il web, i social sono come l’auto e la Tv: è l’uso equilibrato che ci salva e ci fa stare bene.

 

Una delle studiose più attente al fenomeno della tecnologia è Sherry Turkle. Nei suoi libri Insieme ma soli e nell'ultimo La conversazione necessaria, la Turkle ha analizzato il fenomeno dei social network arrivando alla conclusione che, avendo sacrificato la conversazione umana alle tecnologie digitali,  il dialogo stia perdendo la sua forza e si stia perdendo la capacità di sopportare solitudine e inquietudini ma anche di concentrarsi, riflettere e operare per il proprio benessere psichico e cognitivo. Lei come guarda al fenomeno dei social network e alle pratiche, anche compulsive, che in essi si manifestano? Cosa stiamo perdendo o guadagnando da una interazione umana con la realtà sempre più mediata da dispositivi tecnologici?

I problemi psicologici e sociali posti dai social network sono ampiamente conosciuti. Comincia esserci un’ampia letteratura e cominciamo tutti, non solo gli studiosi, a renderci conto dei rischi e dei danni che i social network generano. Perché mancano leggi e regole, in grado di normare attività e modalità di comunicazione che sono nuovi. Che si sono diffuse su scala planetaria nell’ultimo decennio. Serve dunque, urgentemente, una nuova legislazione che a partire dai dati personali stabilisca i limiti, anche di mercato, dei media sociali. Insomma è il Far Web che va scongiurato.

Si deve però ricordare che sempre ad ogni fase di passaggio epocale, ovvero con la comparsa di un nuovo medium ( dalla scrittura alla radio, dal cinema alla tv)la società è stata investita da grandi entusiasmi ma anche da forti tensioni, paure, dubbi, resistenze. Per effetto delle inedite possibilità di comunicazione e di relazione offerte   più di cent’anni fa dal telefono o più recentemente da internet.

E’ servito e serve che entrando nei costumi&consumi di massa il nuovo medium venga metabolizzato, normalizzato. Dunque si stabilisca un codice di comportamento regolato da leggi adeguate ma prima ancora da un comune sentire, che possiamo chiamare galateo, buona educazione, osservanza dei limiti, consapevolezza di ciò che si sta facendo.

Secondo Richard Sennet, autore del medium libro L’uomo artigiano, basta un’intuizione per dare senso e concretezza a bisogni diffusi. Serve anche cooperazione (legami), abilità (lavorare bene) e fierezza per le cose ben fatte, nella realtà fattuale così come in quella online. Il sapere che sta alla base dell’artigianalità si basa sui legami. Non soltanto mutualistici, di cooperazione e collaborazione ma anche di competenze dialogiche. In rete tutti operiamo per accrescere le nostre reti di contatti ma non sempre i legami che ne derivano servono al nostro essere artigiani in termini di relazionalità, di reale cooperazione e collaborazione. Lei cosa ne pensa. Qual è il ruolo della tecnologia nel definire gli ambiti delle competenze necessarie, delle professionalità del mercato e del lavoro in generale?

Ribadita la centralità culturale e sociale, oltre che economica, della tecnologia, mai come oggi così pervasiva, credo che più della tecnicalità, pure necessaria in ogni ambito professionale, ovvero sapere fare, sia più importante sapere come si fa. Anche perché a fare saranno sempre più le macchine, le applicazioni automatiche e robotiche, le app e i tool digitali. Dunque la conoscenza, il sapere ( anche adattarsi alle diverse situazioni)saranno fondamentali per padroneggiare umanamente un’evoluzione tecnologica che se ben governata sarà un eccezionale fattore di progresso.

Ma che è a forte rischio ( anche qui in misura mai conosciuta prima d’ora)di produrre disastri epocali. Tuttavia tra utopisti e distopisti è preferibile e consigliabile posizionarsi tra coloro che procedono con coraggiosa e ottimistica cautela. Preoccupati ma consapevoli che come umanità abbiamo attraversato negli ultimi due secoli sconvolgenti trasformazioni sociali, ma alla fine ne siamo usciti più progrediti e migliori

Chiudo con un auto-promo che anche il modo per dire che queste mie veloci considerazioni hanno anche una base più solida di ricerca e di analisi critica negli ultimi quattro saggi in cui ho affrontato i tre temi principali della contemporaneità ( l’eccesso, la velocità, l’istantaneità o adessitudine). L’ingorgo. Sopravvivere al troppo ( Eleuthera 2010 e 2013); Il futuro è adesso.Società mobile e istantocrazia (San Paolo 2014), Giornalismo aumentato (Angeli 2017); Allegre apocalissi. Il (passato) futuro che ci attende ( Castelvecchi 2018

 

 

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