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L’individuo ha smarrito la bussola per interpretare l’ambiente in cui si trova

L’individuo ha smarrito la bussola per interpretare l’ambiente in cui si trova

05 Ottobre 2022 Il sociologo digitale
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L’uomo contemporaneo ha così un compito morale: ricomporre la sua figura totale, ricostituire la sua vera identità, profonda e completa, recuperando i frammenti di sé proiettati all’esterno per tutti i secoli che hanno contraddistinto la precedente, fredda e parcellizzata, cultura alfabetica. Un compito arduo ed assai impegnativo, non più prorogabile nel tempo, di ricomposizione delle energie psichiche e sociali attraverso un processo di implosione elettrica.

L’era che viviamo è digitale e molto tecnologica. È mediata tecnologicamente, dominata dai dati, dall’automazione, dalle macchine, dalle piattaforme, dagli assistenti personali e dalle intelligenze artificiali. Una società digitalmente modificata, per essere conosciuta, letta, interpretata e compresa suggerisce il ricorso a nuovi concetti, nuovi metodi investigativi e approcci sociologici, nuove definizioni, con l’obiettivo di investigare con maggiore accuratezza le interazioni tra dati, persone e tecnologie. 

L’analisi dei fenomeni sociali dell’era digitale obbliga a prestare attenzione alla proliferazione delle tecnologie e dei media digitali nella vita delle persone e nei loro comportamenti. Sempre nella consapevolezza che approcci, concetti e categorie usate nelle pratiche sociologiche, oggi come ieri, possano influenzare la ricerca stessa. La sociologia può oggi fornire un grande contributo al dibattito in corso sugli effetti della tecnologia e può fornire una visione alternativa (non tutti i dati possono essere ridotti a dati comportamentali) su come oggi possiamo conoscere la società, anche attraverso i dati e gli strumenti digitali (smartphone, piattaforme, APP, ecc.) che la caratterizzano.

Di tutto questo abbiamo deciso di parlarne con alcuni sociologi (sociologi digitali?), con l’obiettivo di condividere una riflessione ampia e aperta e contribuire alla più ampia discussione in corso. 


 

In questo articolo proponiamo l’intervista che Carlo Mazzucchelli ha condotto con ANTONIO SIBILIA, sociologo

Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione sull'era tecnologica che viviamo? Qual è il suo rapporto con le tecnologie e quale l’uso che ne fa nelle sue attività lavorative (sociologia digitale)?

Un caro saluto a tutti i lettori, sono Antonio Sibilia, ho 29 anni e mi sono laureato al corso magistrale di Turismo, Territorio e Sviluppo Locale presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca.

Ho lavorato per circa un anno presso gli uffici del marketing territoriale del Comune di Sesto San Giovanni (Milano), successivamente ho svolto la professione di responsabile della comunicazione politica e capo dell’ufficio stampa presso il Comune di Sesto San Giovanni, oltre che essere insignito del ruolo di Portavoce, spin doctor e social media manager del Sindaco, Roberto Di Stefano, durante l’intero periodo della campagna elettorale per le elezioni amministrative del 2022, culminate con la sua riconferma al ballottaggio. In questo momento sto per conseguire la terza laurea (seconda magistrale) in Analisi dei Processi Sociali presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca.

Con la rivoluzione digitale sono mutati per sempre i concetti di spazio e tempo, la rappresentazione individuale e collettiva della realtà, la relazione e l'esperienza. Con l'ossimoro metaforico “villaggio globale” il sociologo canadese Marshall McLuhan ha sottolineato come, con l'evoluzione dei mass-media, il mondo abbia assunto i comportamenti tipici di un villaggio.

È proprio in questo “villaggio” che attraverso il mio lavoro ho utilizzato i media digitali con il fine di promuovere la comunicazione e l’immagine del candidato Sindaco e della Giunta comunale di cui sono stato consulente. In questo modo ho potuto convogliare il consenso del corpo elettorale verso la parte politica che supportavo.

 

2. La tecnologia accelera in ogni ambito della vita sociale, produce cambiamenti dirompenti (disruptive) nelle vite delle persone. Ne condiziona i comportamenti e i modi di percepire, conoscere e interagire con le molteplici realtà (fattuale, virtuale, digitale, ecc.) esperienziali individuali e sociali. Tutto ciò rappresenta una grande sfida per le pratiche sociologiche e la sociologia come disciplina. Lei cosa ne pensa? Come descriverebbe una realtà nella quale il web e i media sociali sono diventati un’infrastruttura sociale (mobilità, auto senza autista, Internet degli oggetti, intelligenze artificiali, ecc.) diffusa come lo sono da tempo l’elettricità e i media tradizionali? Non crede che per comprendere le trasformazioni in atto servano nuovi approcci, nuove metodologie e pratiche?

L'avvento di Internet ha causato una vera e propria metamorfosi nella comunicazione tra le persone: essa si è trasformata nei suoi canali e nei suoi codici, tanto che gli strumenti di relazione tra i comunicanti appaiono infiniti e le distanze impercettibili.

Ciò ha generato due grandi conseguenze: una maggiore libertà di espressione perché le persone che interagiscono via computer sono isolate dalle regole sociali e questo le fa sentire al sicuro dal controllo e dalle critiche; ed una maggiore violazione delle norme sociali (le persone interagendo via pc tendono più frequentemente ad adottare comportamenti disfunzionali, come l’uso di insulti e di termini aggressivi). Inoltre, il Social Information Processing (Walther, Burgoon, 1992) sostiene che gli individui tendono a classificare se stessi e gli altri in categorie sociali in una modalità ancora più netta di quanto accada regolarmente nella vita reale offline. Questa tendenza comporta una predominanza dell’identità sociale su quella personale.

La comprensione dello sviluppo e degli effetti dei nuovi media rappresenta una sfida centrale per la società moderna. Come evidenzia Norman (2007): «La tecnologia ci pone di fronte a problemi fondamentali, che non possono essere superati basandoci su quanto abbiamo fatto in passato. Abbiamo bisogno di un approccio più tranquillo, più affidabile, più a misura d’uomo».

3. Come è cambiato l’ambito della sua attività nell’era digitale? La tecnologia ha cambiato mente e corpo, quest’ultimo trasformato da protesi e tecnologie indossabili, ma anche in termini simbolici fino alla sua negazione. La realtà si è fatta multipla, fatta di realtà virtuali e parallele, tanti nonluoghi (M. Augè) nei quali si vive un continuo presente (hic et nunc), spesso superficialmente, attraverso superfici di uno schermo, e in velocità. Ne deriva un affanno esistenziale fatto di solitudine, individuale e sociale, di perdita di senso. Lei cosa ne pensa? Cosa serve oggi per alimentare una presa di coscienza sulla contemporaneità e una lettura critica delle nuove realtà digitali? Che funzione ha in tutto questo la sociologia? Ha senso una sociologia digitale e in cosa si distinguerebbe dalla sociologia classica?

Nella società superrmoderna e iperglobalizzata, l’individuo ha smarrito la bussola per interpretare l’ambiente in cui si trova. Durante la nostra giornata non facciamo altro che altalenarci tra luoghi e nonluoghi (Augè, 1993), ed è proprio dall'incrocio di questi che nascono problemi dal punto di vista spaziale e temporale. Attraverso l'uso degli strumenti informatici abbiamo sostituito la comunicazione alla relazione e tale condotta è molto pericolosa – penso alla campagna elettorale che ho condotto a livello locale come consulente politico ed al rapporto che si è costruito tra il candidato (riconfermato sindaco) e il corpo elettorale della sua città –. I veri luoghi sono quelli in cui è possibile tessere relazioni sociali, amicizie, legami, in particolare la “relazione vera” nella sua essenza di “legame” necessita di spazio e di tempo. Per la trattazione di questo argomento trovo necessario collegarmi e ripercorrere il pensiero dell'antropologo Augè, il quale con la sua teoria dei non luoghi ci restituisce un interpretazione accattivante e predittiva sulle condizioni dell'individuo nella società attuale e futura.

L'autore definisce i nonluoghi in contrapposizione ai luoghi antropologici, quindi tutti quegli spazi che hanno la prerogativa di non essere identitari, relazionali e storici. Fanno parte dei nonluoghi sia le strutture necessarie per la circolazione accelerata delle persone e dei beni come autostrade, aeroporti e mezzi di trasporto, sia i grandi centri commerciali, i campi profughi, ecc. Spazi in cui milioni di individualità si incrociano senza entrare in relazione sospinti o dal desiderio frenetico di consumare o di accelerare le operazioni quotidiane o come porta di accesso ad un cambiamento reale o simbolico. I nonluoghi sono prodotti della società della surmodernità incapace di integrare in sé i luoghi storici confinandoli e banalizzandoli in posizioni limitate e circoscritte alla stregua di "curiosità" o di "oggetti interessanti". Il nonluogo per eccellenza è il centro commerciale, in cui il mondo con tutte le sue diversità è racchiuso. Secondo Marco Lazzari (2012) i nativi digitali sono nativi anche rispetto ai centri commerciali, nel senso che non li percepiscono come una cosa altra da sé: sfuggendo la retorica del nonluogo, i ragazzi sentono il centro commerciale come un luogo vero e proprio, di frequentazione non casuale e non orientata soltanto all'acquisto, dove si può esprimere la socialità, incontrare gli amici e praticare con loro attività divertenti e interessanti. Una ricerca effettuata in Italia su un vasto campione di studenti delle scuole superiori (Lazzari & Jacono, 2010) ha mostrato come i centri commerciali siano uno dei punti di ritrovo d'elezione per gli adolescenti, che li pongono al terzo posto delle proprie preferenze d'incontro dopo casa e bar. Lo stesso Augé, in effetti, ha successivamente convenuto che «qualche forma di legame sociale può emergere ovunque».

Tra i nonluoghi tipici della nostra epoca troviamo il cyberspazio. È possibile abitare il cyberspazio solo muovendosi: paradossalmente ad una massima mobilità della mente corrisponde la massima immobilità del corpo che rimane fermo, seduto davanti allo schermo. Oggi il confine tra il “mondo virtuale” e quello “reale” si è assottigliato in maniera considerevole (Lavenia, 2012). Per meglio comprendere l’idea di virtuale possiamo considerare che «tutto ciò che è creduto, è reale e come tale ha degli effetti» (Nardone, 2002).

Vivendo su un confine così labile le nostre vite sembrano paralizzate dalla paura: i giovani temono di non trovare un lavoro; i loro padri hanno il timore di perdere la pensione e di finire in miseria: sono queste le coscienze imprigionate in una solitudine forzata. Quindi non c’è assolutamente da meravigliarsi se la coscienze degli individui smarrite e sole a causa della liquefazione delle relazioni rimangono spesso e volentieri imprigionate nella Rete e nel suo cyberspazio, spazio virtuale che come abbiamo appena visto è un caso peculiare di nonluogo.

4. Viviamo tempi alla fine dei tempi, siamo testimoni di un salto paradigmatico verso scenari futuri imprevedibili, che per alcuni potrebbero essere distopici. La trasformazione in atto obbliga tutti a riflettere sul fenomeno della pervasività e dell'uso diffuso di strumenti tecnologici ma anche sui loro effetti. Qual è la sua visione dell'era tecnologica che viviamo e che tipo di riflessione dovrebbe, secondo lei, essere fatta, da parte di sociologi, antropologi, filosofi e scienziati, ma anche di singole persone?

Il sociologo Marshall McLuhan quasi mezzo secolo fa interpretò tutti i media, dall’alfabeto fonetico, alla stampa, al telegrafo, alla radio, all’abbigliamento, alla televisione, al denaro come metafore che portano, veicolano e insieme trasformano tutto ciò che toccano: il messaggio, ma anche le realtà umane, sia individuali che collettive. Naturalmente Internet non poteva nemmeno essere immaginato dall’autore al momento della stesura del suo libro, ma sembra esser stato da lui preconizzato, quasi previsto. Allo studioso si deve l’invenzione del concetto di “villaggio globale” e di “epoca elettrica”, in contrapposizione alla precedente, "meccanica”, che ha caratterizzato il secolo scorso ed è destinata ad un inarrestabile declino.

McLuhan, nel saggio Il Medium e il Messaggio, descrive il mondo incluso in un unico ampio spazio: una realtà vivente dispiegata in ogni suo punto sotto il medesimo orizzonte. Questa dimensione, anche se all’apparenza può risultare ristretta nei suoi confini, più piccola e familiare rispetto all’immagine misteriosa e sconosciuta che ancora la nascondeva e proteggeva fino a qualche decennio fa, tuttavia mai come nel tempo presente si manifesta tanto ricca di scambi, influenze e confronti tra tutte le sue parti improvvisamente vicine e collegate l’una con l’altra. Proprio la simultaneità e la possibilità continua dei contatti e dei rapporti di tutti gli esseri di questa realtà, d’un tratto ci impongono un risveglio a noi stessi, ci obbligano a togliere il velo che tanto a lungo ha celato la nostra vera identità. Quello che ad una prima lettura potrebbe, allora, sembrare il consueto discorso sui media, si trasforma invece per McLuhan in un impegno di ricerca di contenuti di natura filosofica, di derivazione esistenzialista, quali la verità ed il valore; termini importanti questi, dal sapore antico e mai così attuali.

L’uomo contemporaneo ha così un compito morale: ricomporre la sua figura totale, ricostituire la sua vera identità, profonda e completa, recuperando i frammenti di sé proiettati all’esterno per tutti i secoli che hanno contraddistinto la precedente, fredda e parcellizzata, cultura alfabetica. Un compito arduo ed assai impegnativo, non più prorogabile nel tempo, di ricomposizione delle energie psichiche e sociali attraverso un processo di implosione elettrica. Data l’importanza e l’ampiezza degli elementi in campo, l’esito positivo di questo processo di integrazione a livello planetario, lungi dall’essere garantito, rappresenta forse la sfida più grande che la nostra civiltà si trova ad affrontare nella sua storia plurisecolare.

5. Per molti di noi, cresciuti nell’era definita della postmodernità, il pensiero di Zygmunt Bauman è diventato un punto di riferimento solido e costante. Chi non ha riflettuto sulla modernità liquida, sul bisogno di comunità e sulla solitudine del cittadino postmoderno? Le sue riflessioni hanno obbligato a interrogarci anche sulle tecnologie e le loro rivoluzioni, sul loro ruolo nella contemporaneità e i loro effetti. In una realtà nella quale siamo sempre più online, prigionieri dentro mondi paralleli e virtuali è forse arrivato il momento di interrogarsi criticamente sul concetto di liquidità. La realtà attuale, anche per effetto del coronavirus, sembra essere diventata pesante. La realtà fattuale ha preso l’avvento su quella virtuale, si è solidificata facendo emergere tutto ciò che di reale esiste: precarietà, povertà, disuguaglianze, solitudine, emarginazione, ansia e malattie psichiche. Lei cosa ne pensa? Sono ancora valide le categorie di Bauman o non dovremmo forse rileggerle e modificarle alla luce della nuova realtà pandemica?

La pandemia è stata un terremoto che ci ha portato su sentieri nuovi favorendo un ripensamento del nostro vivere su diverse dimensioni. Uno shock che ha trasformato le nostre vite (almeno temporaneamente) e ci ha costretto a guardare le cose da un altro punto di osservazione, aiutandoci a sviluppare considerazioni che possono modificare il nostro modo di vivere e la nostra scala di priorità. In questo breve saggio ragiono su come questo sia avvenuto sui tre campi delle relazioni, dell’home working e della ripresa resiliente – penso al Piano nazionale ripresa resilienza (Pnrr) –.

Le due novità assolute di questa pandemia, sia rispetto alle guerre mondiali sia alle pandemie precedenti, sono il suo carattere davvero “globale-universale” e la comunicazione-informazione ormai “globale-capillare”, con conseguente controllo sulle nostre vite. Le nostre “bussole” – tornando ad un acronimo che ho utilizzato precedentemente – per il futuro, ovvero sussidiarietà, cultura, connessioni, formazione e senso di responsabilità, saranno sempre più necessarie solo se adeguate a un contesto diverso da quello passato e non potranno essere riproposte semplicemente come alternative a un mercato senza controllo, per inseguire una “decrescita felice” in contrapposizione alla globalizzazione.

Abbiamo ormai capito che uno sviluppo sostenibile ha bisogno di più ricerca, più tecnologia, più competenze. Viene da chiedersi, come cambierà la percezione del nostro corpo? Si accentuerà la tendenza già preponderante a viverlo staccato dalla mente e dai sentimenti o capiremo che raggiungere un’unità integrata delle varie parti della persona rende la vita più armoniosa oltre che difendere e curare più efficacemente il corpo stesso? Nella modernità liquida, il corpo sarebbe, secondo Zygmunt Bauman «l’unica certezza che ci rimane, l’isola d’intima e confortevole tranquillità in un mare di turbolenza e inospitalità… il corpo è diventato l’ultimo rifugio e santuario di continuità e durata… Da qui la rabbiosa, ossessiva, febbrile e nervosa preoccupazione per la difesa del corpo… il confine tra il corpo e il mondo esterno è una delle frontiere maggiormente vigilate e così gli orifizi corporei (i punti di ingresso) e le superfici corporee (i punti di contatto) sono oggi i principali focolai di terrore e di ansia generati dalla consapevolezza della mortalità, nonché forse gli unici».

Fa riflettere rileggere queste righe scritte tanti anni fa mentre ancora maneggiamo maldestramente le nostre mascherine per evitare che gli orifizi siano esposti al contagio. Il corpo sacralizzato come un santuario che custodisce un individuo-monade dentro una comunità-chiusa: è in questa serie di matriosche che si custodirebbe il simulacro di quella sicurezza identitaria che la liquidità aveva spazzato via e che ora, in un’epoca di possibili pandemie, sembra diventare una condizione normale e normativa. Il corpo, la sua cura, il suo benessere qualche anno fa ci ossessionava, lo coprivamo di tatuaggi e lo coccolavamo, sempre più spesso come fosse una realtà a se stante, staccato dalle altre parti di noi, dal nostro sé, dalla nostra mente e dal nostro cuore. Ora rileggiamo queste azioni per necessità e sopravvivenza.

Nella cultura giudaico-cristiana il corpo non va per conto suo, non è separato dall’anima o dalla mente. Sembra invece che, nella post-modernità (o surmodernità), questa unità di mente-corpo evapori sempre di più, e che si fondi piuttosto sulla tecnica, la sperimentazione e la libertà fino a raggiungere una potenza tecno-scientifica che parcellizza le varie parti del corpo (Sylviane Agacinski, 2020). E del resto, si sono moltiplicati, negli ultimi anni, gli studi che evidenziano come in questa crescente separazione tra mente e corpo si annidi l’origine delle diverse forme di fragilità della soggettività dell’individuo che invece avrà nel futuro post Covid-19 sempre più bisogno di unità e di consapevolezza.

6. Secondo Franco Ferrarotti la pandemia non ha solo dimostrato la sua forza ma anche che il futuro non è della tecnologia. Quest’ultima ha favorito la globalizzazione ma ad averla realmente attuata è stata il coronavirus. L’incertezza che ne è derivata, su scala mondiale, non può trovare risposte nella tecnologia ma solo in una umanità capace di riconoscere i propri limiti. Grazie alla pandemia oggi c’è la possibilità di ripensare il futuro a misura d’uomo per rifondarlo su categorie nuove, non necessariamente quelle emerse in questa era digitale fatta di volontà di potenza, funzionalismo, narcisismo esagerato, visibilità ma anche servitù e complicità con le macchine sulle quali abbiamo fatto eccessivo affidamento fino a diventarne dipendenti. Oggi più che mai serve ciò che le macchine non hanno: progettualità, volontà, responsabilità, consapevolezza, empatia, solidarietà, senso della comunità e iniziativa umana. Lei cosa ne pensa. Che riflessioni le suggeriscono queste idee di Ferrarotti? Cosa fare per un futuro diverso?

In un modo o in un altro, questa pandemia finirà tra un vaccino e l’immunità di gregge ma niente sarà più come prima. Quello che resta da pensare è come niente sarà come prima, infatti potrebbe essere peggio di prima. O meglio, è possibile che stia a noi deciderlo. Non è certo. Perché non è detto che siamo ancora in grado di fermare il meccanismo socioeconomico – il neoliberismo, il suo sistema di produzione e riproduzione sociale oggi globalizzato – di cui siamo diventati ingranaggi. Il meccanismo: l’economia capitalistica globalizzata, e la sua finanziarizzazione; l’usura senza resto di senso della Terra e di quelli che la abitano. Dove il Sacro è fuggito via dalla natura. Una volta il sacro era un bosco, una montagna.

Oggi devi spiegare che se uccidi l’Amazzonia, se tagli le vene alla sua linfa verde, ti stai tagliando il respiro all’altro capo del mondo – restando in tema di danni respiratori –. Anche quelli che in questo meccanismo-ingranaggio sono posti in posizione eminente, rotelle un po’ più grandi o molto più grandi, sono altrettanto fungibili e sostituibili da nuovi pezzi messi in produzione perché la scena possa andare avanti, tenuta su dallo stesso spettacolo. Ma chi è lo spettatore?

Sotto l’urgenza legittima della vita da salvare come presupposto di ogni vita, forte è la tentazione di convincersi che solo la mano ferma di un governo “autoritario” possa reggere le sfide della globalizzazione. Poca differenza fa, se questa forma “autoritaria” avrà la forma asiatica, russa, o americana: tutte le sue versioni passeranno per la capillarizzazione del controllo sociale, il “grande fratello” prossimo a venire, e non per salvare la società e l’umano ma il suo sistema di produzione. Infine solo nel gesto potremmo rincontrare l’altro, nel vivo contatto di una mano o di un bacio.

Paradossalmente è proprio il corpo che muore il vero argine all’umano non virtuale, ed è il motivo per cui tenacemente lo abbiamo difeso in questi anni di pandemia.

7. La pandemia ha imposto in molti ambiti personali e lavorativi l’uso della tecnologia per interagire socialmente così come per lavorare e fare didattica. Il telelavoro esiste da anni, lo smartworking che molti scoprono oggi viene da lontano (in Italia primi anni 80) ma per ragioni culturali non si è mai affermato. Lo smartworking non è che uno dei tanti cambiamenti in atto. Forse più importanti sono il cambiamento (agile) delle forme organizzative, la flessibilità lavorativa e organizzativa, la gestione del tempo, di lavoro e tempo libero, come flusso continuo di entrambi, la mobilità, la parità di genere, ecc. Da sociologo/a come valuta ciò che sta succedendo nel mondo lavorativo e nella realtà esistenziale di ognuno sempre più determinata tecnologicamente?

In momenti di crisi il lavoro agile è stato indispensabile per moltissime categorie. Tutte le ricerche (Telecom; Unicredit; Regione Lombardia) dimostrano che con l’home working aumenta la produttività e che ritornando in ufficio non cresce, ma diminuisce. In Italia il lavoro agile non si è sviluppato in passato perché i capi vogliono avere i loro dipendenti a portata di mano.

È una sorta di erotismo che prescinde dall’erotismo vero e proprio. Se gli togli il dipendente sottomano, il capo si sente depauperato del suo status sociale. Il lavoratore ha sicuramente i maggiori vantaggi dal lavoro agile: risparmio di tempo per i pendolari; risparmio di soldi, soprattutto oggi che il costo del carburante è schizzato alle stelle; risparmio del pericolo di incidenti lungo il percorso; più tempo per se stessi, per famiglia, amici, vicini di casa; si decide dei propri orari, si conciliano interessi e propensioni; si lavora in autonomia. Uno studio del 2015 dell’Università di Stanford ha rivelato che la produttività tra i dipendenti dell’agenzia di viaggi cinese Ctrip era aumentata del 13% con il telelavoro. Inoltre i vantaggi delle aziende sono molteplici: il posto di lavoro costa tra spazio, affitti, mobili, riscaldamento. Chi adotta il telelavoro ha meno costi. Si riduce anche la conflittualità tra le persone. Si inducono i capi a organizzarsi per obiettivo: e questo è un enorme passo avanti. Poi ci sono i vantaggi per la comunità: meno inquinamento, meno traffico, meno spese per le manutenzioni delle strade.

La critica viene mossa da chi sostiene che la gente a casa si deprime o vive isolata con il lavoro agile, ma si tratta di riorganizzarci, facendo combaciare la vita con il lavoro: mentre ora sono due cose separate. Ancora oggi si va in centro città per lavorare e si torna in periferia per dormire. Finiamo per essere estranei in entrambe le zone che frequentiamo. La periferia è vuota di giorno e il centro è vuoto di notte. Se invece abbiamo un solo quartiere per casa e lavoro, ci radichiamo e finiamo per esserne parte integrante.

8. Miliardi di persone sono oggi dotate di smartphone usati come protesi tecnologiche, di display magnetici capaci di restringere la visuale dell'occhio umano rendendola falsamente aumentata, di applicazioni in grado di regalare esperienze virtuali e parallele di tipo digitale. In questa realtà ciò che manca è una riflessione su quanto la tecnologia stia cambiando la vita delle persone (High Tech High Touch di Naisbitt) ma soprattutto su quali siano gli effetti e quali possano esserne le conseguenze.  Stanno cambiando i concetti stessi con cui analizziamo e cerchiamo di comprendere la realtà. La tecnologia non è più neutrale, sta riscrivendo il mondo intero e il cervello stesso delle persone. Come stanno cambiando secondo lei i concetti che usiamo per interagire e comprendere la realtà tecnologica? Quali strumenti interpretativi e mappe sono necessari per comprendere il nostro essere sempre più online (in Rete)? In che modo la sociologia può oggi aiutare nel cogliere le nuove composizioni sociali (reti, comunità, tribù, gruppi, ecc.), nel cogliere le somiglianze e le differenze da esse emergenti, nell’interpretare le relazioni fattuali e quelle virtuali e come esse siano condizionate dal mezzo tecnologico? Ritiene anche lei che la tecnologia non sia più neutrale?

Se già Nietzsche e Heidegger avevano evidenziato come la tecnica fosse un elemento determinante per la produzione ed elaborazione delle idee e degli strumenti culturali e cognitivi per la costruzione di significato, con l’avvento del web 2.0 il tema ha assunto una dimensione nuova e globale. Internet ha fornito un modello sociale basato su un’organizzazione a rete, contrapposto al modello tradizionale organizzato in modo piramidale. In questo senso, la Rete si è gradualmente imposta come nuovo luogo di costruzione della dimensione sociale dell’individuo, che grazie al web ora dispone di nuove modalità di partecipazione ai dibattiti pubblici sulle questioni di rilevanza sociale.

Con lo sviluppo delle reti web l’infosfera non solo si è enormemente espansa superando i tradizionali limiti di tempo e spazio, ma ha apportato un cambiamento qualitativo alla sfera pubblica, rendendola più simile almeno in linea di principio all’antica agorà ateniese, in cui la partecipazione da parte dei cittadini era più diretta e meno mediata da organi e strutture di rappresentanza. Al contempo il web forse comporta una minore messa in gioco. Sempre più spesso si vivono le nuove tecnologie come veri e propri luoghi dove rifugiarsi e allontanare le proprie paure, una sorta di nicchia impenetrabile e sigillata dove non ci si sente messi in discussione: naturalmente tale comportamento rivela una estrema fragilità nell'affrontare il mondo. Inoltre, i baby boomer possono essere afflitti dal digital divide, l’ormai nota differenza tra chi è in grado di accedere alle nuove tecnologie e chi ne è incapace del tutto o in parte.

Di solito è “tecno escluso” chi è anziano o povero. Questo fenomeno di distribuzione delle conoscenze è rilevante dal punto di vista antropologico perché taglia la società longitudinalmente, separando i giovani dagli anziani e non più trasversalmente, come accadeva al tempo in cui solo in pochi potevano accedere all’informazione.

9. La rivoluzione tecnologica è sotterranea, continua, invisibile, intelligente. È fatta di componenti software miniaturizzati, agili e leggeri capaci di apprendere, di interagire, di integrarsi e di adattarsi come se fossero neuroni in cerca di nuove sinapsi.  Questa rivoluzione sta cambiando le vite di tutti ma anche la loro percezione della realtà, la loro mente e il loro inconscio. Modificati come siamo dalla tecnologia, non ci rendiamo conto di avere indossato delle lenti con cui interpretiamo il mondo e interagiamo con esso. Lei cosa ne pensa?

Le tecnologie digitali sono diventate lo specchio che riflette la nostra condizione esistenziale moderna. Secondo Bauman (2012), il successo dei social è costruito sulla paura della solitudine in un mondo fatto di relazioni fragili. Il noto accademico polacco sostiene, partendo dalla semplice constatazione che passiamo una grande parte del nostro tempo davanti al “muro di vetro”, che la nostra vita si divide oramai in due mondi (del resto è l’avvento dell’online ad aver introdotto l’uso del termine offline riferito alla nostra vita). Inoltre afferma che la tecnologia non è un male in sé, è soltanto un mezzo: è l’uso che ne facciamo e la nostra incomprensione a snaturarne le potenzialità.

La Rete ci fa sembrare di vivere senza rischi, consentendo di relazionarsi solo con le persone che la pensano come noi e che condividono il nostro punto di vista. Se insorgono delle difficoltà, basta un click per cancellare tutto. Nei contesti virtuali infatti, gli individui hanno molta più libertà, possono scegliere chi vogliono essere, con quale identità presentarsi e in che modo vogliono costruire la propria rete di relazioni: il prezzo da pagare per questa grande libertà, però, è l’insicurezza. I legami così costruiti, infatti, sono instabili, insicuri e possono essere rotti facilmente.

Per Bauman, qual è la strada per uscire da questa condizione sociale di fragilità che cerca nella Rete il suo rifugio e la sua legittimazione? Innanzitutto nell’era digitale devono essere recuperati il dialogo e la cooperazione, è necessario mantenere vivo l’interesse per chi la pensa in maniera diversa dalla nostra e non accettare semplicemente e solamente di rispecchiarsi solo con chi la pensa allo stesso modo. La solidarietà, l’ascolto, la comunicazione vera, il rispetto di idee divergenti dalle nostre sono questioni fondamentali peri il futuro dell’umanità.

10. Una delle studiose più attente al fenomeno della tecnologia è Sherry Turkle. Nei suoi libri Insieme ma soli e nell'ultimo La conversazione necessaria, la Turkle ha analizzato il fenomeno dei social network arrivando alla conclusione che, avendo sacrificato la conversazione umana alle tecnologie digitali,  il dialogo stia perdendo la sua forza e si stia perdendo la capacità di sopportare solitudine e inquietudini ma anche di concentrarsi, riflettere e operare per il proprio benessere psichico e cognitivo. Lei come guarda al fenomeno dei social network e alle pratiche, anche compulsive, che in essi si manifestano? Cosa stiamo perdendo o guadagnando da una interazione umana con la realtà sempre più mediata da dispositivi tecnologici?

Tutti i nuovi gadgets tecnologici hanno radicalmente modificato il nostro modo di pensare e di comportarci. Io in prima persona viaggio spesso con i mezzi pubblici a Milano e non ho potuto fare a meno di notare che sistematicamente molti tutti i giovani, ma pure una bella fetta di popolazione adulta, una volta seduti, si isolano tra di loro stando incollati al loro smartphone, come se a nessuno importasse della relazione a tu per tu, come se nessuno ne fosse capace, emanando un incredibile senso di solitudine. Tutti usano questi strumenti tecnologici per ore, ma in realtà qual è il loro intento? Chiaramente non esiste un bisogno effettivo o un’urgenza reale, piuttosto pare che tutti lottino con una forza dai tratti misteriosi che li costringe ad un uso spasmodico, ossessivo e quasi infantile. Abbiamo tutti nel palmo della mano oggetti enigmatici, attraenti ed inquietanti che ci tentano costantemente e al cui richiamo non siamo capaci di opporre resistenza.

L’era digitale sembra aver regalato all’essere umano una nuova possibilità di “esserci” e di sperimentare se stesso attraverso una comunicazione di Sé e degli innumerevoli tratti del Sé che nel Web vengono messi alla prova, i quali trovano definizione e senso proprio nella possibilità di visualizzazione, risposta, condivisione e compartecipazione da parte della comunità virtuale. I social media rivestono quindi un ruolo chiave nelle relazioni interpersonali della società surmoderna: data la loro pervasiva diffusione e la loro straordinaria potenza comunicativa possiamo a pieno titolo considerarli il motore centrale che ha trasformato progressivamente la definizione della relazione di amicizia.

Nell’era social, il termine amicizia ha perso la sua forza, la sua solidità, si è liquefatto assumendo molteplici forme relazionali spurie. Le nostre amicizie, una volta “relegate sui nostri schermi”, siano qualcosa di più di una “forma di distrazione”? Secondo William Deresiewicz (2009), ex professore a Yale, l’amicizia si sta trasformando, sempre più, “da relazione a sensazione”. Numerose fonti riportano come la solitudine sia in aumento soprattutto tra i giovani e i giovanissimi (Murphy, 2010; Barford, 2013; Pirone e Caravaggi Mazzonna, 2013; Contri, 2009; Ficocelli, 2008), i quali, secondo la Società Italiana di Pediatria, sono sempre di più soggetti a problemi psichiatrici (PPN, 2012). Tuttavia la tecnologia risulta più attraente per le persone proprio dove sono più deboli e vulnerabili, promettendo di semplificare i rapporti umani e la vita, alimentando una fiducia crescente nella tecno-mediazione e nella virtualità e una parallela crescente sfiducia negli esseri umani (Turkle, 2012). la sfida antropologica di questo secolo sta nel fatto che l’uomo dovrà saper coniugare la dimensione virtuale con quella reale.

11. Secondo Richard Sennet, autore del libro L’uomo artigiano, basta un’intuizione per dare senso e concretezza a bisogni diffusi. Serve anche cooperazione (legami), abilità (lavorare bene) e fierezza per le cose ben fatte, nella realtà fattuale così come in quella online. Il sapere che sta alla base dell’artigianalità si basa sui legami. Non soltanto mutualistici, di cooperazione e collaborazione ma anche di competenze dialogiche. In rete tutti operiamo per accrescere le nostre reti di contatti ma non sempre i legami che ne derivano servono al nostro essere artigiani in termini di relazionalità, di reale cooperazione e collaborazione. Lei cosa ne pensa. Qual è il ruolo della tecnologia nel definire gli ambiti delle competenze necessarie, delle professionalità del mercato e del lavoro in generale?

Internet ha cambiato il nostro modo di lavorare, di divertirsi, di relazionare, di informarsi e comunicare.

Oggi assistiamo al trionfo della tecnologia, con le infrastrutture digitali che si sono potenziate durante la pandemia: home-working, didattica digitale, aiuto psicologico e psicoanalitico attraverso mezzi telematici, comunicazione attraverso canali social, pagamenti online, campagne di raccolta fondi, ecc. Si è verificata una sorta di “invasione del reale” nella tecnologia, che sta modificando il senso del rapporto fra i due mondi analogico e virtuale.

La relazionalità umana, la socialità e il lavoro hanno mostrato di poter godere di forme di resilienza grazie alla digitalizzazione delle connessioni e a una certa surrogazione digitale dei rapporti interpersonali e sociali. Di fronte alla crisi di interi settori produttivi, prima con il Covid e successivamente con la guerra e la crisi energetica e ambientale, un uso avvisato della tecnologia può mantenere alti livelli di produzione di beni e servizi, anche estendendo servizi in quasi gratuità. Già con la pandemia si è realizzato in tempo relativamente breve il trasferimento sulla rete dell’essenziale dell’attività economica, lavorativa, relazionale e educativa delle nostre società. In qualche modo, il sogno futuristico di una vita digitale si è avverato in modo rapido e inaspettato.

Quanto accaduto ci dà indicazioni anche sulle possibili trasformazioni future delle nostre società.

12. Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l'iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a?

Come bibliografia consiglio il saggio di Bauman Z., (a cura di) M.G. Mattei, La vita tra reale e virtuale, Egea Edizioni, Milano, 2014. Il testo consigliato è piacevole e scorrevole, e può essere interpretato e interiorizzato anche da chi cerca un primo approccio con la sociologia. In un prossimo approfondimento sarebbe interessante focalizzarsi sul ruolo del corpo nell’era digitale, ci si potrebbe domandare come cambia la sua percezione nella creazione dell’identità personale e della comunità.

Cosa pensa del nostro progetto SoloTablet? Ci piacerebbe avere dei suggerimenti per migliorarlo!

Un progetto che offre riflessioni profonde sulla società e sull’individuo è sempre un atto rivoluzionario, nel senso migliore del termine. L’approccio multidisciplinare amplia il ventaglio dei temi trattati, senza mai scadere nella superficialità.

Spero possa diventare un punto di riferimento nel panorama culturale italiano.

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