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🍒🍒 IL MONDO DIVISO…DAL LINGUAGGIO

🍒🍒 IL MONDO DIVISO…DAL LINGUAGGIO

12 Maggio 2022 Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
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I tempi sono dominati dal caos, dal senso di sperdimento e dall’incertezza, il mondo è diviso ma anche il cielo lo è. Le tante divisioni di cui facciamo esperienza sono espressione di profondi cambiamenti in atto nella società, nella (geo)politica, nelle visioni del mondo, nelle nostre stesse vite, ma soprattutto sono determinate dal linguaggio, meglio dalla sua cacofonia attuale.

Il linguaggio è lo strumento cardine che noi umani utilizziamo per fare esperienza della realtà. Uno strumento oggi usato per lo storytelling sulla guerra in Ucraina per invitare tutti, in modo spesso ideologico, a stare da una parte sola, ma il cui uso descrive anche molto bene la sparizione di un mondo comune e l’affermarsi, in forme diverse, di un mondo sempre più diviso e divisivo, omologato e conformista, raccontato come libero ma sempre più spesso manipolato, censurato. 

Divisivo è il linguaggio dell’anomia del tutti contro tutti che domina online, divisivo lo è stato anche il linguaggio usato per raccontare la pandemia e le reazioni da essa generate. Lo sarà anche quello che verrà usato per raccontare la crisi economica emergente in formazione e le crisi che verranno. Il tutto mentre siamo impegnati nel processo difficile di costruire una nuova normalità. Se mai ce ne sarà ancora una! 


 

“Le parole sono pietre” – VERO!

“Le parole sono pietre” – FALSO!

E a me, buono o cattivo che sia, qualunque cosa faccia o dovunque me ne vada mi tirano le pietre, e sempre pietre in faccia prenderò!


 

🍒TACERE È IMPOSSIBILE 

Di fronte alle crisi che stiamo con sorpresa sperimentando e delle quali non tutti sono ancora consapevoli, si può reagire in modi diversi. Ci si può pessimisticamente rassegnare, ci si può interrogare criticamente su come siamo arrivati fin qui e su cosa fare per uscirne, si può agire concretamente per cambiare radicalmente le cose in modo da dare (immaginare) uno sbocco alternativo e innovativo alle crisi in atto, oppure si può tacere. Insomma, è tutto un problema di scelte. Non facili, spesso rinviate, ma sempre più urgenti e necessarie. Quella di tacere, all’apparenza la scelta più facile, è in realtà la più complicata, tanto siamo ormai abituati a dire la nostra su qualsiasi cosa, sostenuti in questo da strumenti potenti come quelli tecnologici e dai loro potenti e dominanti algoritmi. La scelta sbagliata però potrebbe aumentare le divisioni, far crescere il malcontento e la rassegnazione, preparare alle guerre future, non solo di parole. Scelte sbagliate sono oggi anche quelle di moltitudini di persone che si affidano solo e soltanto alle loro convinzioni e per le quali sono disponibili a combattere in modo ostinato e irragionevole, con rabbia e risentimento, con il semplice obiettivo di dimostrare di avere ragione o per ottenere ciò che ritengono loro spetti di diritto, costi quel che costi. 

🍒LIBERTA’ ASTRATTA, A PAROLE 

La parola più abusata di questi tempi inquieti è “libertà di informazione”, che poi è alla base della libertà di scelta, di orientamento. Di fronte alla censura russa in tempo di guerra (e prima) la libertà celebrata e rivendicata è quella di poter parlare, comunicare e informare dentro il nostro mondo libero e democratico. Il richiamo alla libertà avviene però, anche nei paesi cosiddetti liberi, all’interno di regole che tutti, per non essere ostracizzati, devono accettare e adottare. Regole di un gioco truccato costruito ad arte a cui tutti vorrebbero partecipare ma che è disponibile a pochi, coloro che sono cooptati da un talk show a un altro. Regole implicite di un gioco ingannevole ancora più grande a cui partecipano moltitudini e che si svolge tutto online, sui social. 

A parole viviamo tempi di grandi libertà, nei fatti la libertà è solo a parole. 

Le parole sono usate in modo nominalistico, conformistico e ideologico, sempre in modo politicamente corretto, dentro i canoni del pensiero dominante, che non prevede pensieri alternativi, diversi (non sto pensando a quelli di Orsini), controcorrente o radicali. Ne sono testimonianza alcuni talk show, in primis quello della Gruber, iconico nel rappresentare il tentativo delle élite dominanti di dare forma (sempre alle 8:30 please) non solo al mondo ma anche al linguaggio (provate ad ascoltare in modo critico e ironico Severgnini…) e alle sue forme. 

🍒LA BABELE DEL TERZO MILLENNIO 

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A impedire l’edificazione della torre di Babele fu la proliferazione, causata per volere divino, delle lingue che dettero origine alla incomunicabilità. Oggi l’incomunicabilità ha assunto due forme: la prima ha creato una crepa profonda tra il cosiddetto establishment e le moltitudini (quanti sono quelli che seguono un talk show? Pochi!), la seconda definisce la giungla delle piattaforme social dentro la quale trovano sfogo le frustrazioni di quanti, non potendo cambiare la loro realtà e il mondo, usano le parole e il linguaggio per manifestare il loro disagio, la loro rabbia e impotenza. In entrambi i casi a uscirne demolita, imprigionata e delegittimata è la parola. Strumentalizzata, abusata, storpiata e manipolata nei talk show, svilita, incattivita e brutalizzata online. Una parola che mentre celebra la nostra libertà di espressione, per usare le parole di Luca Ricolfi e Paola Mastroccola, “è eterodiretta, reindirizzata, ricreata artificialmente, imbavagliata, sorvegliata, censurata e autocensurata. Mai veramente libera […]”. 

La conseguenza è duplice: l’impossibilità di esprimere pensieri diversi e di sostenerli in modo paritario, la difficoltà a cambiare la realtà perché la parola, il linguaggio, lo storytelling hanno sostituito la realtà delle cose materiali. Ne è stata una testimonianza concreta tutta la retorica sullo smartworking che quasi mai ha toccato le condizioni materiali di coloro che ne venivano coinvolti. Ne è una testimonianza il fenomeno della “cancel culture” (cultura della cancellazione) che ha generato mostri (history e herstory, ecc.), ma soprattutto ha impedito di affrontare, nel concreto, problemi ben più reali come quelli dei migranti, dei neri, degli anziani, della sessualità nel terzo millennio, ecc. 

🍒UN LINGUAGGIO SENZA RISPETTO 

Il linguaggio divisivo che sperimentiamo lo è anche per la sua mancanza di rispetto e per la sparizione del dialogo. Un linguaggio che esprime la furia di tutti contro tutti, che racconta l’impotenza di chi sta male e vorrebbe fare qualcosa per stare meglio ma si rende conto della propria inutilità, scarsa autostima e impossibilità di cambiare le proprie condizioni materiali di esistenza. Senza rispetto è anche il linguaggio televisivo di molti talk show, costruiti con ostentazione per élite benpensanti, a tratti intimidatori e linguisticamente manipolatori. In mancanza di rispetto e diventati abili nel praticare la brutalità del linguaggio siamo sempre pronti a scontri improvvisi, a comportamenti aggressivi, espressione di una indifferenza crescente verso gli altri, di tensione diffusa ma soprattutto di instabilità e malessere psichico dalle conseguenze imprevedibili. 

Nell’impossibilità, non solo percepita ma concreta, di non poter cambiare le cose, è facile sentirsi abbandonati e soli, di sperimentare la paura che sempre accompagna oggi il lavoro precario o da imprenditori di sé stessi. Così, mentre si pratica la comunicazione con tutti, si allargano le reti di contatti e si usa il linguaggio per interagire con essi, mai come oggi ci si sente soli, isolati, separati dagli altri visti come potenziali concorrenti, abbandonati a sé stessi, soprattutto nei propri ambienti di lavoro. E a esserlo non si è da soli ma in tanti, moltitudini! Tutti pronti, anzi disponibili a usare la parola, il linguaggio, per trasformare le proprie sofferenze e frustrazioni in tempeste dettate dalla voglia (necessità) di imporre i propri punti di vista, il loro ordine delle cose. Per dirla con le parole di Eric Sadin “[…] negli anni del post coronavirus, emergerà un altro tipo di fascista. Sarà fatto […] di folle di individui che si affidano solo e soltanto alle loro convinzioni forgiate dal risentimento e che sono decisi ad accaparrarsi, costi quel che costi, la loro fetta di torta.”. Nella speranza che la torta non sia un posto a tavola in uno dei tanti talk show che saranno sopravvissuti. 

E voi cosa ne pensate, del linguaggio e non solo?

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