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🍒🍒UN MONDO DI MARZAPANE?

🍒🍒UN MONDO DI MARZAPANE?

14 Giugno 2022 Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
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La percezione è di vivere tutti dentro mondi tecnologici, di marzapane, che ci hanno cambiato fuori e dentro. Universi labirintici fatti di cavi, tubi, informazioni, dati, profili digitali, universi paralleli, protesi e realtà aumentate varie. Non so voi ma, in questi tempi di guerra, così come in quelli della pandemia, forse già anche molto prima, io ho sempre più l’impressione di vivere mondi illusori. Non virtuali, mondi nei quali non ho mai avuto problemi ad abitare, ma propriamente illusori, (de)finiti.

È come se da un certo punto in avanti la storia e le narrazioni che l’accompagnano non fossero più reali ma semplici operazioni di riciclaggio e ripescaggio (nella cache di Google il data trash è diffuso). Il tutto sembra essere avvenuto senza che ce ne siamo resi conto, il risultato però è lo stesso: il distacco dalla realtà e dal futuro, l’illusione della loro fine, la morte dell’immaginazione e l’impossibilità di pensare l’impossibile. 

🍒DENTRO UN GIARDINO ZOOLOGICO 

Non c’è stata alcuna fuga liberatoria verso un Oltre o Altrovi nei quali liberarsi dalle forze gravitazionali di tipo tecnologico, mediale, evenemenziale e consumistico, che oggi ci ancorano a quella che alcuni chiamano ancora modernità e per altri è post-modernità, per tutti era digitale.  Ciò che è avvenuto è stato, per dirla con Baudrillard, l’insediamento dentro un guardino zoologico per la specie umana. Siamo testimoni della fuoriuscita da un orizzonte gravitazionale fatto di spazio-tempo dalla durata sufficiente a dare un senso di realtà alle cose, verso universi di bit proliferanti in ogni direzione, su traiettorie accelerate nelle quali contano solo la velocità e la quantità dei messaggi, degli eventi, delle immagini, delle relazioni, del tempo, di qualsiasi cosa. 

Traiettorie accelerate sono anche quelle delle visioni dei personaggi de La casa di Marzapane di Jennifer Egan. Tutti persi dentro giochi di ruolo, portali, mondi alternativi, illusioni, sogni, molti di loro impegnati a riprendersi l’inconscio e a recuperare i ricordi per (ri)stabilire rapporti autentici con gli altri, con la realtà, con il mondo. Realtà e ricordi che sono ormai diventati sempre più virtuali e pubblici, dentro scenari inquietanti nei quali si fa fatica a separare l’umano dalla macchina, la logica umana dall’algoritmo, la realtà dall’illusione, l’aspetto di una persona dal suo avatar digitale, brand o icona, l’incontro incarnato da quello digitale e disincarnato, il presente dal passato (se non si riesce a ricordare il passato non esiste, è perduto) e dal futuro. 

Nel suo nuovo romanzo, del quale suggerisco la lettura, la Egan immagina che si possa creare un “distopico” Cubo della Coscienza caricando la memoria umana nel cloud in modalità condivisa, in modo da poter accedere a pensieri e ricordi di tutti coloro che hanno scelto di fare altrettanto. Una invenzione meravigliosa (si potrebbero rivitalizzare i malati di Alzheimer con la re-infusione di ricordi e coscienza), se non fosse che così facendo: si rinuncia alla propria privacy, ormai acritica scelta volontaria di molti in cambio di contropartite in apparenza remunerative e gratificanti; si viene sommersi dalle informazioni (sapere tutto porta a non sapere nulla e a uccidere l’immaginazione e le storie); e soprattutto si perde il contatto con la realtà. 

🍒RIPIEGATI SUL PRESENTE 

La realtà, che dovrebbe essere fatta di intimità, curiosità, vita sociale, incontri e rapporti autentici, fuga da un futuro ormai sostituito da un progressivo ripiegamento sul passato rivissuto come sempre presente, è oggi negata nel suo essere ibridata tecnologicamente. Dentro una normalità determinata dalla presenza costante di dispositivi digitali sempre accesi, connessi e attivi, di APP, piattaforme e social media che stanno plasmando i nostri pensieri, sentimenti e comportamenti, visioni e narrazioni del mondo, ma soprattutto scenari futuri. Una realtà la cui autenticità andrebbe richiamata con provocazioni e urla come fa Alfred, uno dei protagonisti giovani del libro della Egan, nel suo costante e perdente tentativo di indurre gli altri a provare a essere autentici (reali) in modo da non perdere irrimediabilmente la propria anima, che invece viene solidificata e alienata attraverso narrazioni conformistiche e ripetitive come quelle che caratterizzano l’era digitale moderna. 

La pandemia sembrava averci riportato per un momento alla realtà rivelandoci, con nostra meravigliata sorpresa, di non essere padroni “né a casa nostra né dei nostri corpi” (la realtà della realtà). Una rivelazione realistica, cinetica. Ma è stato solo un attimo, subito avvolto nella nebbia narrativa digitale e mediale che ha finito per dare forma a iper-realtà e iperspazi nei quali il senso, la verità e gli stessi fatti, la loro storia, sono andati perduti. Una perdita generata dentro i circuiti binari che si sono impossessati già da tempo dei nostri pensieri, del nostro linguaggio (“i limiti del linguaggio significano i limiti del mio mondo”), del senso e delle nostre esistenze, rendendo tutto frammentario, disarticolato, nucleare, binario appunto. 

🍒SEMPRE INGANNATI

Poco male se si vogliono sposare le idee di Donald Hoffman che con L’illusione della realtà ha raccontato, facendo ricorso alla filosofia, alle teorie della percezione, al marketing, alla teoria dei giochi e alla selezione naturale, come noi umani siamo sempre ingannati dal mondo che vediamo, perché ciò che percepiamo non è la realtà ma solo ciò di cui abbiamo bisogno per sopravvivere. Da qui la scelta di azioni utili, che possano servire ai propri sensi più per stare in vita in modo scaltro, utilitarista ed egoista, che per conoscere o cercare la verità. Nella convinzione che gli oggetti fisici siano assimilabili alle icone di uno smartphone, semplici simboli utili a permetterci di muoversi nel mondo in modo sicuro e con facilità. Più della verità insomma vale la capacità adattativa, ieri dentro un mondo fisico, oggi anche dentro un mondo virtuale. Mondi paralleli accomunati dall’inesistenza degli oggetti e dalla prolifica presenza di icone, sofisticate illusioni che chiamiamo realtà. 

Alla realtà non crede neppure il neurobiologo Beau Lotto. Per lui le nostre percezioni sono al 90% costruzioni del cervello e la vera realtà è pura illusione. Al poco che vedono i nostri occhi noi aggiungiamo sempre il molto, prodotto dal nostro cervello, che ci fa credere quello che vuole farci credere attraverso rappresentazioni. Una realtà sempre filtrata (il mondo non ha colori, noi li vediamo) che non vedremo mai accuratamente. 

D’altra parte, si sa che anche l’uno, l’Io, non esiste, perché si ritrova nell’Altro, nei molti, e questi non sono altro che tante sfaccettature dell’Io. L’Io è un semplice specchio dentro il quale tutto semplicemente si riflette. La mente stessa è una realtà costruita dal cervello e dagli stimoli ambientali. Impegnata nel separare le cose, creare spazio, tempo e mondi percepiti attraverso i sensi dà vita a realtà concettuali e illusorie, ossia idee generate dalla mente, semplici miraggi quantistici. Che esistono se si guarda da quella parte ma che scompaiono se si volge lo sguardo altrove (dentro uno specchio esisto, fuori non più). 

🍒MA LA REALTA’ È DURA A MORIRE 

Sarà pure una illusione ma la realtà, anche quella interna a noi e per Kant non del tutto indipendente dalla nostra visione del mondo, ci chiama perché è dura a morire. Il mondo sta fuori di noi indipendentemente dalla conoscenza che ne possiamo avere e dello storyelling post-moderno e interpretativo in auge del momento. Come se una interpretazione potesse esistere senza qualcosa da interpretare. Come se ogni interpretazione o narrazione non potesse essere sottoposta all’esame popperiano della sua falsificabilità. 

La realtà è la realtà così come una ciabatta è una ciabatta, direbbe Massimo Recalcati, ma la realtà non è il reale. Anche nelle nostre narrazioni odierne tendiamo infatti a adagiarci nella realtà, fatta di routinarie interpretazioni, rassicuranti evidenze, ripetizioni dell’uguale, che raccontano un ordine delle cose ritenute, da moltitudini, come evidente. Ma la vita non è mai routinaria, evidente, rassicurante. È fatta di spigoli, di incertezze e disordine, di negatività, di incubi, che non si possono espellere dal proprio orizzonte. Mentre continuiamo a vivere dentro le nostre illusioni e a raccontare la realtà come una continuità, il reale emerge, è irriducibile, rompe ogni schema non facendosi mai plasmare, addomesticare, ridurre da qualsivoglia narrazione. 

E come si manifesta oggi il reale? Nello scompaginamento della realtà, soprattutto di quella narrata (“il reale resiste al potere dell’interpretazione” - Lacan). Nelle crisi familiari così come in quelle esistenziali, nell’insostenibilità di un lavoro precario o nella perdita del lavoro, nella guerra e nella carestia, nella morte, nell’innamoramento (anche per una causa) così come nella rivolta. In tutto ciò che manifesta una esteriorità che vada oltre la sua semplice narrazione o interpretazione.   

Per rompere la narrazione bisogna smettere di cercare rifugio nel sonno della realtà e scegliere di affrontare il trauma del reale. Un trauma oggi declinato sempre più al plurale per le innumerevoli cisi di cui siamo testimoni e responsabili. Svegliarsi non dovrebbe essere un problema, considerando quanto sia aumentata la nostra conoscenza del mondo, Ma la conoscenza non basta, serve anche un rinnovato senso del “reale”, una maggiore consapevolezza e nuova responsabilità. 

 

“Un antico aneddoto taoista racconta che un tizio chiese a un saggio: “che cosa è la realtà?”, e il saggio rispose dandogli un pugno in faccia.”

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