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Io e il mio DOC (Disturbo Ossessivo Compulsivo)

Io e il mio DOC (Disturbo Ossessivo Compulsivo)

01 Febbraio 2022 Bruno Marzemin
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Bruno Marzemin
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È diventata pratica comune fare “outing” di questi tempi. Outing, inteso come rivelare qualcosa di sé scomodo ad alcuni, ma importante per noi stessi. Ecco. Questo che stai per leggere, cara lettrice o caro lettore, è l’ennesimo articolo a tema, dove rivelerò qualcosa di mio al pubblico, un qualcosa di intimo e delicato, tenuto nascosto per anni – decenni – e rivelato solo a pochi confidenti.

Il motivo? È presto detto: “Mal comune, mezzo gaudio”. Probabilmente molte persone sono nella mia stessa situazione, e leggere questa esperienza di vita potrà dar loro qualche speranza in più, e sentire un po’ di sollievo. Un po’ di serenità, e mi auspico che possano trovare qualche strategia da mettere in atto per stare meglio – che però non riporterò qui. Starà a voi sceglierla.

Iniziamo quindi col presentarmi: mi chiamo Bruno, ma il nome, in questo caso, è relativo. Faccio 50 anni a marzo 2020 (auguri? Grazie, gentilissimi). Di professione faccio lo psicologo dal 2004 (anno in cui mi sono iscritto all’Ordine degli Psicologi). E psicoterapeuta. È sempre stata una vocazione, un sogno, che mi ha fatto fare tanti sacrifici, e che reputo essere il più bel lavoro del mondo.

Disturbo Ossessivo Compulsivo

Ma veniamo ora all’outing vero e proprio: chi è, cosa è questo “DOC” che appare nel titolo di questo scritto? È un acronimo, e sta per “Disturbo Ossessivo Compulsivo”. Vi lascio un paio di minuti per cercarlo su Google.

Fatto? Bene. Beati voi: io passai mesi sopra manuali e testi a tema, quando ero all’Università. Poi lo ripresi nella pratica clinica di tutti i giorni. La definizione credo quindi che sia chiara a tutti: consiste in una sorta di pensieri e/o comportamenti che la persona fa “per forza” e che compromette in modo più o meno significativo la vita di tutti i giorni. La persona deve fare questi rituali, deve pensare certe frasi, pena un aumento di ansia non gestibile – o difficilmente gestibile – dalla persona. Ansia che ti fa pensare che i tuoi cari potrebbero morire, tu potresti ammalarti di una malattia incurabile, potresti perdere coscienza e non riprenderti mai più. Cose allegre, insomma…

Il respiro cambia, il cuore va a mille se non fai quei passi in più o non dici quella sequenza di frasi. Provi a ribellarti a questo malessere, ma è difficile. Dio com’è difficile! Vedi le mani tremare, ti isoli da tutto e da tutti, ti metti in un angolo, rannicchiato, e piangi, ma in silenzio. Che altrimenti potrebbe accorgersi tua mamma, tua sorella, tuo padre, e sentirti dire che “non sei normale”.

A queste parole neghi l’evidenza: fanno male. Sentire quelle parole pronunciate da un tuo caro fanno davvero male. Capisco che a dirle sia magari un conoscente, la tizia conosciuta al bowling un sabato sera con cui hai scambiato due parole, ma pensi: “chi se ne importa? Tanto non ci rivedremo più”. Ma in quel caso è tua madre, che ti guarda con pietà, e intuisci i suoi pensieri che non voglio essere rivelati.

Non vi ho raccontato finzioni: sono attimi che ho vissuto realmente in prima persona. Ho davvero una sorella, più grande di qualche anno, e ho avuto, come tutti, due genitori. Quelle scene che vi ho raccontato sono autentiche.

Le mie prime esperienze con questo DOC (in inglese si dice OCD, “Obsessive-Compulsive Disorder”, ma in italiano fa più effetto, dai. Io e il mio DOC, quasi a dire: “Io e il mio dottore personale”. Un paradosso: un dottore che in realtà è la mia tortura giornaliera. Un controsenso) risalgono a quando ero piccolo. Credo di aver avuto 4 o 5 anni: dovevo mettere tutto in ordine altrimenti sentivo che un qualcosa dall’esterno mi avrebbe ferito, fatto male e avrei sofferto. Allora prima di mettermi a letto dovevo compiere una piroetta, e se non la facevo in un certo modo dovevo rifarla. E se non era perfetta rifarla ancora, e ancora, e ancora. Fino quasi a piangere. Era il decennio 1970-1980: un piccolo appartamento a Vicenza, quattro anime. I bimbi dormivano assieme, e quindi condividevo la cameretta con mia sorella, che non capiva quello che stavo facendo, con la logica conseguenza di un litigio, dove io avevo la peggio. Sempre. I fratelli minori non sono sempre quelli più avvantaggiati, sappiatelo!

Gli anni passavano e stavo bene solo quando ero in compagnia, assieme ad altri coetanei: in quel caso i pensieri e i comportamenti non li ascoltavo e non ci davo retta. Stavo bene, ridevo, scherzavo ed ero di compagnia. Se l’avessi fatto sarei stato escluso, come stava accadendo in famiglia, dove ero percepito come “diverso”. In quinta elementare rischiai di essere bocciato: motivo? Ero sempre fuori con gli amichetti, e a casa ci stavo solo per mangiare e per dormire. Se faceva freddo c’erano gli scantinati delle case, e ci si ritrovava lì, a parlare, a giocare, a crescere.

Vedevo però negli occhi degli altri bambini la differenza: li guardavo nostalgico, perché sentivo che ero diverso da loro. Non avevano i pensieri che avevo io. Non si mettevano ad aprire e chiudere un panino più volte perché altrimenti sarebbero stati colti da maledizioni o cose brutte.

Non sapevo dove sbattere la testa, in tutti i sensi.

Non c’erano tutte le squadre di psicologi, assistenti sociali, personale sanitario presente ora nelle strutture e attorno a noi. Erano gli anni ’80. E anche se ci fosse stato uno psicologo scolastico non ci sarei voluto andare: troppa era la paura di essere stigmatizzato e fatto passare come “quello con problemi”. Mia madre e mio padre vedevano i miei comportamenti come un qualcosa che sarebbe passato col tempo; quando, disperato, correvo da lei, mi tranquillizzava quando poteva, mi diceva che sarebbe passato tutto, che non era così grave. In effetti, c’erano altri problemi: la casa, i soldi che mancavano a fine mese, la volontà di dare un futuro ai loro piccoli, facendoli stare in un appartamento dignitoso, non facendo mai mancare loro il pane e qualche vizio (i giocattoli, i libri).

Quando ero a casa, costretto, (come l’influenza, o quando tutti gli amici erano da parenti. Odiavo le domeniche per questo: tutti da zii e cugini, e quindi ci si trovava di meno. Al contrario del sabato…) passavo il tempo a costruire modellini astronavi in legno o con quel che avevo sotto mano, a imitare mio padre che aveva l’hobby del fai-da-te. Mi bastava un pezzo di compensato e della colla per creare navi spaziali e oggetti simili. In quel modo, concentrandomi su qualcosa, sentivo meno i pensieri e i comportamenti da fare.

Per un periodo di tempo – anni, a dire il vero – pensai seriamente di essere indemoniato, o comunque invaso da qualche spirito sovrannaturale. Capitava che lo dicessi al sacerdote dove andavo a confessarmi, e ne uscivo sollevato, in quanto quando entravo in Chiesa ero contento e provavo serenità. Diversamente, avrei agito in modo opposto. Però i pensieri restavano, come le convinzioni.

La svolta

Fino a quando ci fu un punto di svolta.

Devo aver avuto 17 anni, e Natale era alle porte. Vicenza è una città meravigliosa, credetemi, e piazza dei Signori, con la Basilica Palladiana che fa da cornice, è un bel vedere. Metteteci la neve e le bancarelle, che una volta venivano fatte all’interno dei portici della Basilica. Capitò quindi che mi trovai a passare un pomeriggio, con alcuni compagni di classe. Un libro, tra i tanti ordinati in quel lungo tavolo, mi colpì: “Ipnosi e Suggestione”, di Sigmund Freud. Un libretto da poche lire, tascabile, apparentemente insignificante. Freud ne avevo già sentito parlare a scuola, durante le ore di psicologia. Lo acquistai con gran timore, perché parlava di possessioni e argomenti simili. Lo lessi inizialmente con molto timore, che svanì, quando capii che davvero tutto quel mio sentire non era dato da forze occulte, ma era un prodotto dell’ansia, delle preoccupazioni. Mi sentii sollevato. Direi, rinato!

Il problema però rimaneva. I pensieri che andavano “in loop” restavano, e i comportamenti pure. Se decidevo di non farli, ecco quest’ansia che sopraggiungeva. E avevo poco da fare. In alcuni momenti me ne infischiavo, e non ci davo più retta. In altri momenti iniziavo a tremare.

Gli anni, intanto, passavano. All’Università venni a conoscenza, durante l’esame di Psichiatria, dell’esistenza degli psicofarmaci. Volli provare: in effetti, l’ansia calava, all’inizio della somministrazione. Ma poi tornava. Le prime volte, con qualche goccia di benzodiazepina, eri colto da benessere. Ma finito l’effetto potevi tornare al punto di prima. E non ti bastavano più cinque gocce come da prescrizione, ma provavi con due, tre in aggiunta. Capii che non era una soluzione valida. Inoltre avevo mia madre che senza la compressa per dormire diceva che non avrebbe preso sonno e avrebbe passato la notte in bianco. La passava lo stesso, ma non smise mai di prendere quella pastiglia. No, non funzionava.

Gli psicofarmaci vanno bene solo per le crisi acute, ma poi basta: il cervello si condiziona e modifica la propria attività (per i curiosi invito a leggere il testo “Le pillole più amare”, di J. Moncrieff, Giovanni Fioriti editore, 2020).

Diedi anche una parte di un esame universitario sul DOC: affrontai il nemico a viso aperto. Faceva male studiare certi testi, in quanto mi ci ritrovavo completamente nelle descrizioni e nelle terapie da adottare. Gli anni passarono, diventai psicologo e dopo qualche annetto anche psicoterapeuta. 

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Iniziai a curare altre persone affette da questo disturbo. Non potevo dire loro che ne soffrivo anch’io, ma credo capissero che il dottore che avevano davanti li comprendeva per davvero. Vedevo i loro occhi, come quando ero piccolo. Sentivo sulla mia pelle le loro paure, ma restituivo loro sguardi di rassicurazione, di accoglienza, nei confronti di un uomo che si rapporta con un suo simile. Li ho fatti sentire meno soli.

Ho imparato che il DOC non te lo levi più. Sei costretto a conviverci e ci devi fare l’abitudine. Sai che quando iniziano i pensieri od i rituali devi attivarti perché c’è un qualcosa in quel determinato momento che ti fa stare a disagio. Un ricordo, una situazione, una frase detta o uno stato d’animo innescato da chissà cosa.

Mi è tornato molto utile associare liberamente in tanti momenti come questi, una tecnica che uso quotidianamente (Freud! Iniziai ad amarlo più di trenta anni fa e non ho mai smesso. Avrà avuto i suoi difetti come uomo – chi non li ha! – ma quello che ha fatto rimane una pietra miliare nella storia dell’essere umano. Potrò essere accusato che lo adoro tanto perché mi ha “salvato la vita”: non lo nascondo, ma ne guardo gli aspetti positivi e obiettivi. Senza l’opera ed i sacrifici del neurologo viennese la nostra società sarebbe completamente diversa).

A me torna utile, ma ognuno può – e deve – scegliere la propria tecnica terapeutica.

A quanti di voi che sono giunti fino a questo punto nella lettura, e si chiedono se faccio ancora rituali, pensieri e così via dico di sì: vi mentirei se dicessi il contrario. Che tipo di comportamenti? Dipende: dal guardare una certa piastrella bianca dopo che mi sono lavato la faccia a guardarmi in bocca in un certo modo e dopo aver fatto un certo movimento. Pensieri? Quelli li controllo facilmente, e sono passati i tempi dove mi sentivo costretto a ripetere – a bassa voce o in silenzio – certe “litanie”. Ho già messo in previsione, però, che con la vecchiaia, il cervello tornerà a rifare certi schemi, e torneranno i pensieri intrusivi. Non me ne faccio un problema ora: l’ansia la tengo a bada senza ricorrere a farmaci o alcool, e pensarci ora sarebbe una manifestazione di un problema che non c’è.

I comportamenti più bizzarri li faccio lontani da occhi indiscreti: il bagno è un’ottima stanza! E quando li faccio ho imparato a ritagliarmi alcuni minuti per capire cosa li scatena. Insomma, da una situazione spiacevole ne ricavo una soluzione ad un problema. Non posso lamentarmi, dai.

Vorrei però precisare due dati, due aspetti, prima di concludere:

il primo è che il DOC colpisce il 2-3% della popolazione mondiale (Fonte: Wikipedia, per farla semplice. Per chi fosse interessato mi scriva, che invio un bel po’ di bibliografia in merito). Quindi è un disturbo molto comune e che mette a disagio chi ne è colpito. Il fatto che mi sia deciso a parlarne pubblicamente aveva questo scopo: far arrivare il messaggio a chi ne soffre che non si è soli, e non si è diversi. La definizione di “pazzo” sta solo nelle menti ignoranti e limitate.

L’altro aspetto è che ci sono diverse forme di DOC: alcune colpiscono in forma leggera, altre in modo importante. Ci sono diversi fattori che intercorrono nella genesi, cui non sto qui a spiegare perché questo scritto non vuole essere un mini trattato sulla terapia di questo disturbo. Probabilmente, parlando di me, sono stato fortunato: non mi ha colpito in forma grave, non ho preso farmaci per anni che mi avrebbero potuto modificare la fisiologia e il funzionamento stesso del Sistema Nervoso Centrale e non ho avuto vicino a me delle persone che hanno contribuito a farmi stare peggio anziché stare meglio.

Certo, non è bello sentirsi dire dalla propria madre o sorella che “non sei normale”, ma col tempo il dolore passato nel sentire certe espressioni ho imparato a non portarlo in terapia, e so quanto pesanti siano certe affermazioni, che non vanno dette nemmeno per scherzo. I miei assistiti non li definisco “pazienti”: la tesi di specializzazione in psicoterapia l’ho scritta interamente senza usare quel termine. Li chiamo col nome, con “assistito” o “assistita”, “utente”. Se proprio devo, lo faccio se costretto per qualche relazione da inviare a colleghi. 

I problemi vengono sentiti più piccoli quando vengono condivisi

Concludo con una frase che non è mia, ma che lessi, in modo inaspettato, nel 2019, mentre ero in Irlanda a fotografare una scogliera:

Problems feels smaller when you share them”. Tradotto significa: “I problemi vengono sentiti più piccoli quando vengono condivisi”.

Liberarsi completamente dal Disturbo Ossessivo Compulsivo non è possibile, ma è possibile conviverci, questo si. Alla fine è il sapersi adattare che fa la differenza e la qualità nella vita.

Ah, dimenticavo: il Disturbo Ossessivo-Compulsivo non è lo stesso della Nevrosi Ossessiva Compulsiva. La differenza sta che nel DOC la persona sta male, nella nevrosi, invece, fa star male gli altri per una sorta di eccesso nella cura dei particolari e comportamenti. Anche in questo caso non mi dilungo e rimando ad altre letture e testi. Che invierò se me lo chiederete via mail o social.

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