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Quanto ci stanno cambiando le immagini?

Quanto ci stanno cambiando le immagini?

03 Marzo 2017 Biancamaria Cavallini
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Biancamaria Cavallini
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Donald Norman sostiene che la tecnologia permetta la moltiplicazione delle opzioni di tempo e spazio e che risieda proprio in questo la sua forza.

Una macchina del tempo con teletrasporto integrato, insomma.

La metafora fa sorridere, eppure è (quasi) così: azzera le distanze e appiattisce la linea del tempo.

Permette di cenare con una persona che abita dall’altra parte del mondo attraverso una webcam, di esplorare luoghi che non si ha l’opportunità di raggiungere fisicamente, di scorrere ricordi dalla pagina del nostro social network preferito.

Sempre più spesso però, l’elemento travolgente della tecnologia non è né il tempo né lo spazio, quanto la sua consistenza: l’immagine.

È nata una nuova forma di linguaggio: i siti, di qualsiasi genere essi siano, sono condensati di colori e forme, instagram ha raggiunto 600 milioni di iscritti a fine 2016 e le emoij accompagnano ormai costantemente i messaggi di testo.

Sebbene il pensiero per sua natura si strutturi sia in parole che immagini, appare evidente come si stia sempre più orientando verso quest’ultime, consentendo di contenere contemporaneamente tutti gli stimoli a cui siamo esposti.  

Se le parole portano con sé una forma di pensiero genericamente logico-sequenziale, propria della struttura stessa del linguaggio, le immagini conferiscono infatti la possibilità di considerare contemporaneamente più elementi, abbattendo il muro della consequenzialità.

Interessante è anche un altro aspetto: se non conosciamo una parola, che sia della nostra lingua o di un’altra, dobbiamo apprendere le sue modalità e i suoi contesti di utilizzo per comprenderne a fondo il significato e poterla inserire nei nostri automatismi linguistici.

Lo stesso discorso può oggi essere fatto per gli stimoli visivi: il web è infatti sempre più popolato da immagini fra loro talmente simili da essere quasi diventate standardizzate, portatrici di specifici significati.

Di nuovo, lampante è l’esempio delle emoij, ma si è arrivati oltre: i social network ospitano immagini e fotografie che appaiono quasi pre-confezionate e che velocemente vengono colte, interpretate e associate a un concetto, anche in assenza di elementi verbali.

Si può pertanto parlare di automatismi illustrati?

A livello di comunicazione e marketing questo concetto è potentissimo, ma sono sempre più diversificati gli esempi in cui questi meccanismi si possono ritrovare.

Si pensi al curriculum.

Se prima suggerivo di inserire una fotografia per permettere a chi avrebbe letto di dare un volto al candidato, ora lo consiglio con ancora più convinzione: abbiamo imparato a ragionare per immagini e abbiamo sviluppato una sensibilità tale nell’interpretazione degli stimoli visivi, che la loro presenza è ormai fondamentale.

Oltretutto, se si considera l’uso crescente dell’infografica per la creazione di curriculum, ci si rende conto di quanto si sia già oltre la mera fotografia accanto al nome.

Biancamaria Cavallini

Psicologa del lavoro

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