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🌗 Le conversazioni di cui abbiamo bisogno

🌗 Le conversazioni di cui abbiamo bisogno

09 Giugno 2020 Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
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I post di Linkedin sono strumenti di conversazione.
Attraverso di essi si costruisce il proprio Sé digitale e non solo.

La conversazione digitale è però diversa da quella che avviene nella vita reale. La prima è in assenza, la seconda in presenza, la prima è spesso veloce e frammentata, la seconda è empatica, cinetica, non condizionata dal pensiero binario tecnologico.

Dopo essermi chiesto dove vanno a finire i post di Linkedin ho provato a riflettere sulle conversazioni che li caratterizzano.

Positivamente sorpreso dai molteplici contributi ricevuti sul mio ultimo articolo (🌗 Che fine fanno i post su Linkedin? 🌗) ho deciso di approfondire il tema che nei commenti ricevuti, tra tutti è emerso come quello più interessante: la conversazione. Declinata al digitale ma che, proprio per questo, entra in relazione, condiziona e si ingarbuglia con quella in presenza, fisica e reale, trasformandola da aperta e spontanea, empatica e intima, in artefatta, artificiale e superficiale, fasulla e ritoccata, adattata al contesto tecnologico e alle sue piattaforme, all’immagine più che alla relazione, all’ascolto, al dialogo e all’introspezione.

Conversazioni e storytelling

La conversazione interessa le forme della narrazione (lo storytelling), il capitale relazionale degli individui e delle loro reti sociali, delle organizzazioni e delle aziende. E’ strumento fondamentale per dialogare, per imparare a ascoltare, per personalizzare la comunicazione, per costruire e coltivare relazioni. Un mezzo utile per dare forma a rapporti tra emittente e ricevente, domanda e offerta, produttore e consumatore. Rapporti di lungo termine, improntati sulla conoscenza, sull’interazione, sulla reciprocità e co-creazione di valore, di vantaggi e benefici, sul coinvolgimento empatico ed emotivo, sulla fiducia.

Sposare le forme dialogiche e conversazionali della comunicazione obbliga gli individui a (ri)attivare occhi, orecchie e disponibilità al dialogo, anche con l’aiuto della tecnologia, delle sue piattaforme e dei suoi molteplici canali. Facendolo bisogna predisporsi a apprendere nuovi linguaggi (quelli dei potenziali interlocutori o recettori) e loro punteggiatura, imparare a ascoltare, dialogare, rispondere a tono, prestare attenzione alla semantica e ai simboli (parole in primis ma anche emoji e faccine varie) o significanti utilizzati.

Per le aziende l’adozione dello strumento conversazione obbliga a scegliere approcci metodologici e filosofici nuovi, finalizzati a conquistare (l’obiettivo) la fedeltà per la Marca, i suoi marchi e la fedeltà del cliente, costruendo un rapporto relazionale e collaborativo con esso (il fine), attraverso nuove forme, modalità e strumenti di comunicazione (il mezzo).

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La conversazione al tempo della pandemia

Per molti il tempo della pandemia ha segnato il ritorno a quelle che Sherry Turkle chiamerebbe le conversazioni necessarie. La forzata prigionia ha creato l’atmosfera giusta per dialogare di più, sul divano, mano nella mano, occhi negli occhi, alla voluta e desiderata distanza fisica, con empatia e ritrovata allegria.

Meglio però non farsi illusioni, la fuga dalle conversazioni necessarie verso quelle superficiali digitali, si è forse interrotta ma non si è fermata. La maggior parte del tempo pandemico è stata usata online, per rimanere connessi e collegati, per paura di essere scollegati e dimenticati, per svagarsi, giocare e soprattutto non riflettere e pensare, per non dover dialogare con genitori o partner, per soddisfare la bulimia consumistica facendo acquisti online.

La conferma è venuta dall’aumento (+300 milioni) degli utenti globali di Internet, dal maggior tempo passato in simbiosi con lo smartphone, dall’aumento esponenziale della fruizione di video e videochiamate (+100%), dal boom di permanenza dentro piattaforme tecnologiche social (+70%), dall’incremento di APP scaricate (200 milioni di nuovi utenti per Zoom) per comunicare in digitalese, fino alla crescita costante del tempo passato davanti a uno schermo televisivo su piattaforme streaming come Netflix.

Molti sociologi hanno celebrato il tempo della pandemia come un ritorno alla socialità domestica e familiare, la riscoperta di abitudini e pratiche sociali ormai dimenticate o rese obsolete dall’avvento dell’era tecnologica. Pochi di loro hanno però evidenziato il ritorno alla conversazione, semplicemente perché non c’è stato. Come se la fuga da essa sia stata confermata nella vita sociale quotidiana, pur in un momento nel quale si sarebbe potuto sperimentare la conversazione come pratica empatica, fatta di contatti fisici e di sguardi, di domande e risposte in presenza, di capacità di ascolto, disponibilità e sollecitudine verso gli altri, di “intimità, comunità e comunione” (Turkle).

Forse la fuga dalla conversazione in presenza è stata determinata dalla difficoltà a trovare argomenti giusti su cui confrontarsi.

Unico tema sempre presente è stato il Coronavirus, nelle sue varie declinazioni di Covid-19, epidemia, pandemia e pestilenza, e i suoi effetti in termini di confinamento fisico, assenza di lavoro e preoccupazioni associate, sparizione della socialità e costrizione a convivenze forzate, spesso in ambienti angusti, non necessariamente desiderate. Per non parlare del disappunto, della paura e della rabbia repressa che hanno caratterizzato l’intero periodo della prima fase della pandemia. Di questi temi si è parlato molto anche online ma più come via di fuga verso la liberazione della mente dalle preoccupazioni da coronavirus. Una via di fuga percorsa parlando di cucina e ricette, attività e allenamenti per tenersi in forma, di relax casalingo, smartworking, effetti sull’economia. Forse non è stato un caso che la conversazione online abbia interessato in particolare le generazioni più giovani (25-34 anni).

Cosa ci stiamo perdendo online

La frequentazione di tante persone delle piattaforme digitali (simulacri della realtà, i non-luoghi di Marc Augé) e il modo con cui lo fanno evidenzia un cambiamento, probabilmente irreversibile già avvenuto (🌒 Ma di cosa parliamo?). A guidare la ricerca di contatti, il legame e la conversazione è spesso un qualche tipo di interesse egoistico e utilitaristico che cambia il modo di stare insieme, le ragioni della convivenza, le forme di interazione, della partecipazione e della collaborazione, l’abitudine a confrontarsi, l’uso del linguaggio e della conversazione per farlo.

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Cittadini digitali consapevoli

La costante ricerca del do ut des della conversazione racconta l’insicurezza, l’ansia e la solitudine (condivido dunque sono, esisto perché condivido, mi commentano quindi sono) di molti comportamenti, affetti e sentimenti. Si sta su piattaforme che chiamiamo social ma, se si scava sotto la superficie glamour del termine, si scopre un elevato livello di individualismo e narcisismo, di scarsa sensibilità e socialità, quasi nessuna voglia di comunione (alla faccia di Zygmunt Bauman e delle sue teorie decennali sulla postmodernità segnata da liquidità e voglia di comunità).

Socialità e comunità sono da sempre elementi caratterizzanti una infinità di spazi della vita reale quali stazioni per la mobilità e sale d’aspetto, bar e ristoranti, circoli e palestre, teatri e piazze urbane. Tanti posti da sempre riconducibili a luoghi di chiacchiere, sguardi, contatti fisici e conversazioni, seppure spesso su argomenti sempre uguali (tempo, calcio, ritardo dei mezzi di trasporto, politica, ecc.), trattati in modo veloce, distratto e non necessariamente approfondito.

Oggi i luoghi della realtà sono stati sostituiti da spazi virtuali nei quali più che la comunità o la socialità conta l’essere connessi e online, la rappresentazione di Sé, la visibilità dell’ego nella forma di un profilo e delle sue attività. Gruppo, comunità, rete sociale non sono più, antropologicamente o sociologicamente parlando, entità sociali basate sulle persone che le frequentano o le costituiscono con le loro diversità e voglia di interazione sociale.

Sono semplici involucri mutanti e temporanei di azioni ed eventi che girano intorno a singoli individui (tutti vogliono essere #influencer): ogni entità vale nel momento in cui io mi aggrego e dura per quanto essa presti attenzione a quello che io faccio, spesso in un preciso momento di tempo (del doman non v’è certezza, noi viviamo il presente continuo). In assenza di interesse o al termine dell’azione agita per crearne, si passa rapidamente a un altro gruppo, a una diversa comunità o pagina web. Questo tipo di esperienza incide e modifica in profondità le forme della comunicazione e del linguaggio, così come le sue modalità conversazionali e relazionali.

La falsità della socialità e della convivialità online ha creato un grande vuoto sociale che tanti si illudono di riempire con le loro conversazioni e attività digitali. Il vuoto è innanzitutto emotivo. Ciò che conta è la gratificazione immediata, la velocità con cui arriva, la sua imprevedibilità (“hai visto chi mi ha condiviso, commentato?”). Pesa meno la conversazione capace di suscitare affetti ed emozioni, come se invece di esseri umani fossimo semplici algoritmi o robottini interconnessi che interagiscono sulla base di programmi intelligenti.

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Come dovremmo conversare

Nonostante le tante diversità individuali, la conversazione implica principalmente un aspetto cinetico, un rapporto attivo basato su elementi semplici come l’ascolto, l’attenzione, la curiosità, il linguaggio, anche non verbale, il tono e le punteggiature della comunicazione compresi i silenzi. 

La conversazione oggi prevalente ha poche di queste caratteristiche. E’ stata sequestrata dalla tecnologia che ci tiene in pugno così strettamente da aver trasformato, in modo magico, il dispositivo mobile in un falso sé, che si è sostituito alla nostra interiorità.

L’obiettivo è stato raggiunto grazie a semplici meccanismi di interazione, basati su gratificazioni e ricompense, assimilabili a quelli che fanno funzionare slot machine e mantengono a esse legati giocatori di tutte le età, uniti tra loro dalla dipendenza dalla macchina e dal gioco. La dipendenza e il legame sono tanto più forti quanto maggiore è la schiavitù al pensiero binario della tecnologia. Un pensiero che impedisce la lentezza, la riflessione, l’elaborazione di pensiero e la conversazione. In primo luogo con sé stessi e poi con gli altri. Non è un caso che si continui a consultare compulsivamente il proprio dispositivo per verificare se sono arrivati MiPiace o nuovi commenti e che si reagisca ad essi in tempi accelerati, con testi striminziti e abbreviati, spesso associati a simboli, immaginette o faccine varie.

La diffusione di questo tipo di conversazioni e la fuga da quelle della vita reale, non può non allarmare, dovrebbe essere, anche su piattaforme come Linkedin, oggetto di maggiore attenzione, approfondimento e riflessione. Cosa che non succede.

Anche quando se ne parla, la conversazione è legata a concetti quali efficienza e efficacia (misurate quasi sempre quantitativamente più che qualitatvamente). In pratica una conferma dell’affermarsi di quello che il filosofo Galimberti ha definito l’inconscio tecnologico. Un inconscio calibrato sulla produttività, più sulle cose e sui numeri che sulle persone. Ma soprattutto un inconscio dalla forza (pre)potente tipica della volontà di potenza della tecnologia che suggerisce (impone) che siccome tutti fanno così si deve fare così. Sottomessi a questo inconscio stiamo cambiando i nostri comportamenti, le nostre relazioni e anche le nostre conversazioni. Lo si fa perché si ha la netta percezione che se non si fa così si finisce per essere tagliati fuori.

Il cambiamento avvenuto è evidente in molte conversazioni digitali: sparizione dell’empatia, reazioni binarie e veloci, asfissia del pensiero e afonia e frammentazione del linguaggio, scarsa cura per la semantica, scarsa cura etica della comunicazione (basta pensare agli odiatori seriali e a tante reazioni online). Il cambiamento non è definitivo, la conversazione digitale non ha sostituito quella empatica ma convive con essa. Il problema non sono le tecnologie usate o le piattaforme frequentate, ma la scarsa (tecno)consapevolezza e lo scarso impegno nel farne un uso diverso. Ad esempio continuando a avere fiducia della propria immaginazione e del suo ruolo attivo nel contrastare il conformismo indotto dall’inconscio tecnologico. Un uso diverso delle tecnologie, permetterebbe un uso diverso del tempo e delle nostre vite. Si ridurrebbero anche l’ansia da prestazione e lo stress, il surplus informativo e cognitivo, forse anche la schiavitù dal lavoro. Intendendo per lavoro tutte quelle attività tecnologiche che ci legano alla macchina.

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La gentilezza che ci manca

La conversazione, soprattutto quella digitale è spesso caratterizzata dall’assenza di gentilezza. Eppure trattarsi bene e trattare bene non dovrebbe essere né difficile né complicato. Neppure quando la relazione è digitale, virtuale e mediata tecnologicamente.

La gentilezza che ci manca suggerisce un intervento urgente finalizzato a promuoverla come strumento necessario a superare le difficoltà relazionali e di ascolto, a contrastare il proliferare in Rete di pratiche che si caratterizzano nella loro carenza di sensibilità e di attenzione verso l’altro (odiatori e leoni da tastiera e non solo), di comportamenti odiosi e umanamente discriminanti e cattivi, a favorire il dialogo coltivando con gentilezza relazioni autentiche, assertive, empatiche, compassionevoli e amicali. L’urgenza è tanto più grande quanto maggiore è il nostro affidarsi a profili e media tecnologici, sfruttati per alimentare ego narcisistici con i quali si rincorre una felicità individuale illusoria, attraverso le varie vite virtuali che la tecnologia ci regala. 

Nella vita reale è possibile costruire relazioni interpersonali e sociali praticando conversazioni gentili. Lo è anche online e per di più conviene! Essere gentili è un passo necessario per liberarsi dalla sudditanza del mezzo tecnologico e delle sue forme della comunicazione prevalenti. E’ un modo per togliersi le catene dell’acquario digitale nel quale si sono affermate interazioni basate sulle gratificazioni artificiali, sulle risposte immediate e da tante manipolazioni algoritmiche.

Anche online, così come nella vita reale, l’esercizio della gentilezza passa attraverso il recupero della lentezza, quasi mai favorita dall’interazione digitale, della pratica dell’attenzione verso gli altri (dietro un profilo digitale c’è quasi sempre una persona) ma anche verso sé stessi, di forme di educazione dimenticate ma sempre più necessarie come le buone maniere, la capacità dialogica e comportamenti finalizzati a trattarsi e a trattare bene.

La gentilezza, anche quella digitale, è un valore ma anche un percorso, un viaggio da compiere, con sé stessi e insieme agli altri. Mettersi in viaggio richiede forti motivazioni. Tutti possono intraprendere il viaggio della gentilezza. La meta non è la falsa felicità dello storytelling felicitario prevalente online, da tutti facilmente, anche se illusoriamente, raggiungibile. La meta è impegnativa, nomadica, circolare, sfidante, implica il coinvolgimento di mente, corpo ed emozioni. Non basta essere cortesi e praticare le buone maniere per essere gentili nelle conversazioni digitali. Bisogna praticare il senso di appartenenza (ho riguardo per), verso l’altro, la comunità, il genere umano. “E’ sentirsi parte di qualcuno facendo parte delle sue storie e narrazioni, esperienze ed eventi, è riguardare e riguardarsi” (Anna Maria Palma). La sua pratica obbliga alla lentezza e suggerisce la consapevolezza. La prima permette di imparare ad ascoltare, a percepire, pensare e riflettere su ogni aspetto e momento della conversazione, la seconda favorisce l’attenzione, la responsabilità, il rispetto e la cura di sé stessi e dell’altro.

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Alcune considerazioni finali

Abitando le piattaforme tecnologiche dei social, compresa quella di Linkedin, si ha spesso l’impressione di essere all’interno di mondi caratterizzati da tanta solitudine, da cui derivano ansia, stress, noia, ricerca continua di conferme e gratificazioni come se uno schermo o un MiPiace fosse la soluzione. Forse per questo ci si affida così ciecamente alla conversazione digitale dimenticandosi che ne esiste un’altra, più potente e soddisfacente, nella vita reale.

La fuga dalla conversazione in presenza ha ripercussioni importanti su tutti come singoli individui e cambia il modo di essere e vivere in socialità e comunità con gli altri. L’importanza della conversazione in presenza è tanto più grande oggi che tutti sembrano avere sposato lo smartworking o l’incontro a distanza come la modalità principale di interazione lavorativa, scolastica, personale, ecc.

La tecnologia è stata di grande aiuto durante tutto il periodo della pandemia e lo sarà ancor più per quelle future che arriveranno. La pandemia ha però enfatizzato anche il bisogno e il ruolo della conversazione a tu per tu, in presenza, empatica e dal vivo. Se si è colto questo bisogno e si è diventati maggiormente consapevoli, si sarà forse capito che una possibile soluzione sta nel non ritrovarsi sempre da soli con i propri dispositivi tecnologici.

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