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Kamchatka tra vulcani, orsi, risvegli e resurrezioni

Kamchatka tra vulcani, orsi, risvegli e resurrezioni

19 Agosto 2019 Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
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Scriveva Tiziano Terzani: “Ciò che è fuori è anche dentro ed è inutile andare a cercare nel mondo quel che non si riesce a trovare dentro di sé”.

Viaggiare è un po’ come morire. Si viaggia fuori e si viaggia dentro. Si muore e si muore lentamente anche dentro. La vita come il viaggio è però ricca di sorprese, improvvise rinascite e possibili resurrezioni. La Kamchatka, con i suoi vulcani ne è palese testimonianza, metafora perfetta per un racconto di viaggio che va oltre le sue immagini e le descrizioni dello stesso.

Papà è nato a Manchester, mamma a Bristol, e io a Londra: chi l’avrebbe mai detto che noi tre ci saremmo incontrati?” – Michel Pecheux 

Perché viaggi?  

Se si chiede a un compagno di viaggio perché viaggia la risposta non è mai precisa, raramente soddisfacente (Gli stupidi non vanno mai in vacanza). Il problema non è la lingua e neppure la comunicazione. Spesso manca la capacità di comprendere. La diversità delle certezze, delle paure individuali e dei concetti, impedisce una comunicazione efficace e la comprensione reciproca.

Si viaggia per motivi diversi: per curiosità, ricerca di novità e fuga dalla propria realtà quotidiana; per collezionare viaggi come si collezionano francobolli; per dimenticare la routine lavorativa, la precarietà o il mobbing a essa frequentemente associati; per lasciarsi alle spalle i propri problemi economici, di solitudine ed esistenziali; per soddisfare un’urgenza di viaggiare alla quale non è possibile resistere; per sfidare sé stessi andando alla ricerca di emozioni forti vivendo sul filo del rasoio.

E la lista potrebbe continuare. 

E guardo il mondo da un oblò!

La risposta possibile 

Una risposta valida alla domanda sul perché si viaggia si declina nell’opportunità di entrare in contatto con altre realtà, persone, esperienze, e di comprenderle.

Opportunità reale se il viaggio obbliga a condividere un rifugio e un’unica latrina insediati in un altipiano lunare della Kamchatka, non lontano dai vulcani Mutnowsky con i suoi geyser e fanghi bollenti, e Gorely con i suoi laghi colorati e nascosti (… non a caso non visti!).

Un’opportunità spesso sprecata da quanti sembrano essere stati dappertutto e interessati soltanto ad ampliare la lista dei posti visitati (Corea del Nord e Cecenia quando?) con l’obiettivo di avere ulteriori possibilità di arricchire le loro narrazioni.  

Un’opportunità limitata dalla dipendenza tecnologica (GPS, APP, sensori, mappe, ecc.) che impedisce ormai di perdersi o che forse ci mantiene perennemente (s)perduti dentro indicazioni e traiettorie digitali (gira a destra, poi a sinistra, ora ricalcolo ...) che ci impediscono di scegliere percorsi alternativi, di ingegnarsi per affrontare imprevisti e di lasciarsi guidare dai propri pensieri:

Ti muovi sulla destra poi sulla sinistra, Resti immobile sul centro.

Provi a fare un giro su te stesso, un giro su te stesso.

Fingi di riandare avanti con un salto, poi a sinistra con la finta che stai andando a destra...

Poi si aggiungono i pensieri, con un movimento indipendente dalla testa, dalle gambe, con un movimento dissociato dalla testa, dalle gambe.

I pigmei dell'Africa si siedono per terra. Con un rito di socialità. Tranquilli fumano l'erba.”

… cantava Battiato). 

Le persone fanno la differenza 

In ogni viaggio la differenza la fanno le persone, quelle che si incontrano in loco e i compagni di viaggio.

Tutti i viaggiatori veri hanno viaggiato da soli, molti hanno poi scoperto i vantaggi di un viaggio di gruppo, con persone con le quali condividere esperienze e fatiche, idee e racconti di viaggio (“il racconto del viaggio può suscitare altrettanto piacere del viaggio stesso” – Marc Augè), conoscenze e destinazioni, passioni e segreti nascosti. E con le quali instaurare relazioni interpersonali. 

Il gruppo, come ogni comunità umana, ha sempre il potere negativo di mettere le persone le une contro le altre o di suggerire quale persona possa fare da catalizzatrice dell’antipatia o del dileggio collettivo. Una persona (spesso una coppia) che può diventare la componente fondamentale del gruppo nel determinare la coesione, l’empatia e i rapporti tranquilli tra gli altri membri del gruppo. Una persona (coppia) in genere intelligente che comprende bene il ruolo che il gruppo gli/le ha assegnato e accetta di buon grado di giocarlo con simpatia, divertimento e generosità. 

Alla ricerca del primo sguardo e contatto!

Le descrizioni e i racconti che mancano 

Si viaggia raccontando esperienze di viaggio, condividendo luoghi visitati e nuove destinazioni. Se le esperienze sono condivise si rischia spesso di raccontare la stessa storia con semplici varianti nella trama o nella sceneggiatura. Mancano spesso i racconti che nascono dalla lettura. 

Viaggi e lettura sono strettamente collegati. Leggere prima di partire non serve solo a preparare(si) il viaggio ma anche ad andare oltre la superficie o a fantasticare. Aver letto Virginia Woolf rende più interessante la Gita al faro. Con Delitto e Castigo di Dostoevesky o i libri di Kafka si possono scoprire i segreti di San Pietroburgo o di Praga. Con i romanzi di Dickens Londra diventa più visitabile e interessante di quanto non lo sia con Google Maps. Con Sulla Strada di Kerouac si entra nel cuore degli Stati Uniti d’America ma ci si allena anche alla Vita. Con Impressioni di viaggio in automobile di Proust si può scoprire come era bello viaggiare in auto verso Lisieux senza GPS e satellitari vari. Infine, chi si muove ancora in autostop può fare un salto nel viaggio interstellare attraverso la Guida Galattica per autostoppisti di Douglas Adams (E grazie di tutto il pesce!). 

Leggere aiuta a capire le realtà visitate, a mettere da parte pregiudizi e verità comunemente accettate e spesso aiuta la conversazione, il dialogo, l’empatia e la relazione.

Perché continuare a viaggiare? 

Chiedersi perché si continua a viaggiare è come interrogarsi sul perché si continua a vivere. E’ una domanda che prima poi ogni viaggiatore e ogni individuo si pone. Non la si può scansare, soprattutto se l’individuo viaggiatore ha iniziato a interrogarsi sulla propria esistenza (Perché viviamo? è il titolo di un libro di Marc Augè). E spesso il viaggio serve proprio per questo! 

Dal viaggio si può uscire e rientrare (Patricia avrà sempre un’altra possibilità di visitare la Kamchatka), non così dalla propria vita. Il viaggio ha una durata delimitata, la vita anche ma non se ne conosce il termine esatto. Il viaggio può essere sostituito (il Madagascar al posto della Kamchatka), la vita non prevede alcun (ri)cambio. Il Gorely può essere visto un’altra volta, “la vita non può essere rigiocata”.

Un secondo viaggio è sempre possibile, la seconda vita no! 

 

Eppure una possibilità c’è! E’ quella suggerita da Francois Jullien che racconta l’emergere di Una seconda vita, affiorante a nostra insaputa, come la lava che risale le camere magmatiche dei vulcani della Kamchatka, determinando dentro di noi una trasformazione silenziosa.  La trasformazione determina una mutazione e racconta una maturazione che prevede la capacità di guardare alla morte come una scadenza. 

Ed è a “partire da lì che si definisce il secondo tempo da vivere”, scrive Jullien. Invece di perdersi nel presente continuo (oggi sintomo anche di stupidità, cinismo e nichilismo diffusi) di singoli atti e istanti che si bruciano nell’attesa o nei ricordi, ci si concentra sul nuovo inizio riprendendosi la vita, ridefinendo gli impegni e programmando nuovi viaggi. 

Questo approccio cancella la suddivisione classica della vita in giovinezza e vecchiaia e apre a nuove possibilità, compresa quella di connettere la prima alla seconda per una nuova ripartenza. Così facendo la vecchiaia non esiste più (“la vecchiaia non esiste, per rendersene conto basta arrivarci!” – Marc Augè), al limite ciò che esiste è il fatto di continuare a invecchiare. E all’invecchiamento si può resistere così come si resiste alla stanchezza che emerge dopo una scalata su un vulcano della Kamchatka. 

 

Un vulcano che, con la sua forza nascosta, è capace di sprigionare nuove energie in grado di rompere la crosta rocciosa che ostruisce e ostacola la sua attività eruttiva e il suo ritorno alla vita. Un vulcano metafora perfetta della ripartenza, della rigenerazione e della resurrezione. Un vulcano che con la sua forza reclama a gran voce la libertà di riprendersi la vita, con tutti i suoi spazi vitali, paesaggi esperienziali ed orizzonti. 

Il vulcano che riprende la sua attività lo fa valorizzando quello che per anni ha tenuto celato e accumulato nelle sue profondità. Riprendersi la (seconda) vita significa riuscire a valorizzare quello che era impedito dall’emergere e che ora, aiutato da scelte individuali e piccole trasformazioni non percepite, è riuscito a farlo. Così come la nuova lava si deposita su quella vecchia inglobandola e ridefinendone forme e colorazioni, la seconda vita ingloba la prima, trattenendola e determinandone un nuovo inizio. Una ripartenza che permette di superare i vincoli dell’età e trarre vantaggio dal tempo come una nuova libertà.

Per dirla con l’etnologo Marc Augè “Invecchio, dunque vivo. Sono invecchiato, dunque sono! 

Tornare a casa per ripartire di nuovo 

"La vera casa dell'uomo non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da fare a piedi”. – Bruce Chatwin 

Tutti desiderano tornare a casa (anche Ulisse), molti sono già pronti per ripartire di nuovo (lo stesso Ulisse). Di ritorno dalla Kamchatka la terra sotto i piedi può cominciare a scottare, come quella dei vulcani da poco calpestati. Chi sente i piedi scottare non è paralizzato dal domicilio ma è già pronto a ripartire. A mettersi in cammino per nuove mete itineranti ancora da scoprire, magari a piedi, in autostop, con uno zaino e un sacco a pelo, su un risciò o una nave cargo. 

La ripartenza e l’impazienza che l’accompagna non interessa solo la nuova meta ma il come ci si sente. Ogni viaggio è un guardarsi dentro utile per conoscersi meglio. Anche per affrontare situazioni di disagio determinate dall’età e dalla percezione di essere alla fine del viaggio! 

La risposta sta nel continuare a viaggiare, nel continuare a misurarsi con tutto ciò che sta fuori di noi, nell’insistere a fantasticare dando forma ai propri desideri e immaginazione, sapendo di avere comunque una seconda vita davanti a noi. Una vita che ci obbliga a un salto nel buio ma che è l’unica scelta possibile perché a essere un viaggio è la vita stessa. Il viaggio si può fare da soli o in compagnia. 

Se si trova un gruppo come quello della Kampactka meglio in compagnia!

 

La mamma orso di Caterina

 

 

L'orso drammatizzato di Fabrizio 

 

Il rosso di Irina

 

L'orso di Bruno

Federica in...cima a un vulcano fumante! 

 La grande vedetta veneziana

 

Stanchi e non ancora alla meta

Fuori dalla baia, in mare aperto


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