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30 Giugno 2021 Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
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Una volta ero obbligato alle ferie, oggi faccio vacanze. Tante, Covid permettendo, mettendomi in viaggio dopo aver viaggiato leggendo.
Il mare non è mai stato tra le mie mete preferite ma è d’obbligo. Un modo per evitare di nutrirsi di vitamina D per tutto il corso dell’anno.

La meta preferita è sempre la montagna, alla quale collego le mie radici e che considero duratura, densa di natura e cultura, oggetto di narrazioni millenarie ma anche di tutto ciò che oggi contrasta con la digitalizzazione del mondo: durezza, fisicità e materialità, resistenza, sacralità, segretezza, senso dello spazio e del tempo, resistenza all’addomesticamento, libertà (ossigenata), concretezza (sono fissate al suolo con la forza del loro peso!), spiritualità (sciamanica), capacità di sorprendere e alimentare l’immaginazione. 

Per molti oggi la montagna è diventata una semplice locuzione per condividere quanti (montagne di) problemi ci si trova ad affrontare e da quanto lavoro siamo sommersi, anche se poi buona parte di queste locuzioni sono semplici sassolini ingigantiti ad arte per sembrare montagne.   

Per molti di più la montagna è solo uno strumento utile alla vita digitale ed estetizzante che conducono online. Più che la montagna curano le sue immagini, usate per raccontare natura, eroismo, viaggi, e molto altro, anche senza averne avuto alcuna esperienza diretta. Non con lo sguardo perso dentro le immagini (che si sa vengono condivise in un baleno…) su uno schermo, ma fisicamente dentro la grandiosità degli spazi naturali o impegnati in ardue salite, spericolate scalate e innumerevoli sfide che solo la natura e la montagna sanno regalare. 

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Per me la montagna non è solo pratica montanara, via di fuga, luogo di esplorazione e scoperta, ricerca di silenzio e ritiro nella natura, occasione di viaggiare, ma anche cultura, dalla quale discende un modo particolare di guardare (dall’alto? vista panoramica e prospettica!) e sperimentare il mondo, percepire e vivere la realtà, oggi anche quella virtuale. 

Oggi la montagna è diventata meta di moltitudini che la assalgono senza reverenza alcuna con telefonini dalla telecamera sempre attiva che uccide emozioni, vista, sentimenti e partecipazione fisica. La montagna consumata perde ogni incanto, diventa semplice inquadratura e cornice di una realtà esistenziale virtualizzate e mediata tecnologicamente. Ma soprattutto impedisce di comprendere che la montagna è una semplice porta di accesso a esperienze oggi percepite come impossibili e declinabili in concetti quali: invisibilità, inconoscibilità, eternità, infinito. Tutte esperienze oggi vanificate dentro il brusio perenne delle piattaforme che hanno trasformato il mondo e la realtà in semplici ambienti computazionali, programmabili e prevedibili. 

Nulla di più diverso dal trovarsi a sperimentare di persona l’orlo di un abisso, la scalata a un ottomila, un trekking al Cerro Torre o al Fitz Roy, la fatica necessaria a scalare un vulcano in Kamchatka o un vulcano cileno nel Deserto di Atacama (mio punto più alto raggiunto: 6050 metri di altitudine), ecc. ecc. 

Oggi, mentre il Canada e i ghiacciai dell’Alaska stanno ‘bollendo’, la montagna è diventata un barometro del cambiamento climatico. Ma forse potrebbe anche esserlo del disincanto tecnologico che, per il momento sottotraccia, sta emergendo. 

Nello smettere la mascherina se si decidesse anche di vivere la montagna senza mediazioni tecnologiche e sconnettendosi dalla Rete, forse la respirazione tornerebbe più rapidamente alla normalità. E con l’ossigenazione potrebbe fluire più rapidamente il pensiero critico che ci manca e di cui, forse, abbiamo più bisogno del vaccino di cui oggi tutti parlano.

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