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GOING BYE BYE

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13 Giugno 2021 Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
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Cosa succede se invece di navigare online si va a spasso? Come ci si sente se al posto di affidarsi ai GPS si decide di mettersi in viaggio con vecchie mappe cartacee che offrono indicazioni statiche, mai in movimento, e che mai forniranno informazioni sul tempo necessario o su quanto manchi alla destinazione? Cosa succede se rinunciamo a tutto questo per rimanere online, in viaggio dentro mondi virtuali chiusi come lo sono le piattaforme tecnologiche associate a molte APP usate da miliardi di persone? Cosa perdiamo se non pratichiamo l’atto vitale del viaggio, un’esperienza fondamentale per conoscere nuovi mondi ma soprattutto sé stessi?

Mettersi in viaggio non è solo una esperienza vitale ma anche l’unico modo per sperimentare ciò che oggi online è impossibile sperimentare. In primo luogo la distanza (fisica) nello spazio (fisico), anche quella breve, quella che vede un corpo spostarsi da un punto A ad un punto B. A seguire c’è il tempo con i shock temporali determinati dai fusi orari e dalla necessità di rimettere indietro le lancette dell’orologio (per chi ne ha ancora uno!) e dal fatto di ritrovarsi in posti nei quali il tempo sembra essersi fermato. Poi la separazione, che sempre si sperimenta nei momenti dell’addio e nei non ritorni, nella vicinanza in lontananza, nell’impossibilità di comunicare in presenza. Infine il piacere che sempre i sperimenta, dopo avere viaggiato dappertutto, di ritornare a casa. 

A motivare la partenza e il viaggio ci sono sempre mille ragioni, oggi anche quella di riprendersi la vita dopo la prigionia determinata da un virus maledetto che ha obbligato tutti a rimanere a casa e a cambiare programmi di vita. Ripartire oggi è un po’ come fuggire. Si fugge dalla paura del contagio e dal virus, si fugge dallo smartworking e dalla DAD, si fugge per dimenticare quello che è stato e una vita quotidiana che sconta gli effetti collaterali della pandemia, si fugge per uscire dai propri problemi, lavorativi, familiari, sociali, e i fugge anche per staccare la spina che in un anno e mezzo si era fusa fino a diventare non più estraibile o staccabile. 

Ci si mette in viaggio per soddisfare un’urgenza. Spesso semplicemente dettata dalla necessità di viaggiare, partire, andare lontano, girovagare, andare a spasso (Going Bye Bye), camminare, andare sulle vie dei canti, soddisfare l’impellenza al nomadismo (ben raccontato, nella tragicità del suo contesto, dal film Nomadland) che spinge da sempre gli umani a spostarsi, lasciarsi indietro qualcosa, mettere a tacere l’inquietudine che ha generato l’urgenza di (ri)mettersi in viaggio, nella certezza che ogni viaggio generi benessere e porti pace interiore. 

Chi come me ha avuto la fortuna di viaggiare a lungo e in largo, per motivi di lavoro e per svago, sa che molte cose belle si vedono dall’oblò di un areo.

Durante il mio primo volo da un oblò di un aereo Icelander, in volo verso gli Stati Uniti, ho visto l’isola senza alberi, l’Islanda terra di vulcani e geyser, popolata da tanti scrittori e da altrettanti troll ed elfi, per poi rimanere sveglio durante il sorvolo della Groenlandia, del Labrador, della Baia di Hudson e del Canada.

Sempre da un oblò ho riassaporato le letture dei tanti libri di Charles Bukowsky (uno degli autori più importanti degli anni 70 che ha mostrato ciò che a quei tempi sembrava un tabù, il lato oscuro della realtà) volando a lungo sull’immensa Los Angeles (con una superficie di 6299  KM quadrati)  prima dell’atterraggio nella città degli angeli.

Da un oblò ho visto la cordigliera delle Ande e i suoi ghiacciai prima di mettere i piedi a terra per arrivare, attraverso i boschi, al Cerro Torre, al Fitz Roy, alle torri del Parco del Paine e alla grotta del Milodonte (inevitabile dopo aver letto Bruce Chatwin).

Da un oblò, dopo 9000 chilometri di un volo partito da Mosca, ho percepito il miracolo paesaggistico delle terre desolate della penisola della russa Kamčatka (più grande dell’Italia), dei suoi innumerevoli vulcani attivi, delle sue estese taighe abitate da milioni di betulle e tundre desertificate dalla lava e ricoperte da muschi e licheni.

Da un oblò per anni, durante innumerevoli voli settimanali verso Londra o Amsterdam, ho guardato ossessivamente le Alpi con le sue montagne che, da montanaro, tanto amo, alla ricerca di vette innevate, valli oscure e profonde, località remote visitate e vissute a contatto coi i pochi abitanti che ancora le abitano.

Infine sempre da un oblò, durante i molti viaggi dagli Stati Uniti, ho atteso sveglio il momento in cui dal buio fuoriuscisse la luce e, nel passaggio dalla notte al giorno, nascesse la nuova alba carica di messaggi di continua rinascita e ripartenza ma anche di colori (nero, viola, rosa, rosa scuro, arancione, ecc.) che per la luminosità e la luce sono sempre caldi, avvolgenti, violenti, esplosivi.

Sempre da un oblò ho visto il Kilimangiaro in Tanzania, i vulcani del deserto di Atacama in Cile, i salar boliviani, le distese infinite dell’Australia e le sue poche montagne sacre, le terre desolate della Mongolia, le cime dell’Himalaya in Bhutan, Tibet e Nepal, i verdi paesaggi della Nuova Zelanda, i suoi fiordi, i ghiacciai e il Monte Cook, tutti paesaggi resi celebri dai film di Peter Jackson tratti dal Signore degli anelli di Tolkien, i vulcani e i ghiacciai dell’Alaska, e molto altro ancora. 

Quando si viaggia si pensa che nell’altrove verso cui si è diretti si troverà sicuramente qualcosa di diverso, di più interessante, di stimolante e migliore di quanto non si possa sperimentare nella vita abitudinaria e ripetitiva quotidiana. Non sempre è così.

Anche la vita routinaria può essere molto stimolante, interessante e motivante, basta sapersi guardare intorno, basta praticare empatia e generosità, alla base di ogni relazione e amicizia che funziona. Ormai viaggiare in posti ancora sconosciuti e originali è diventato praticamente impossibile. Grazie alle piattaforme tecnologiche tutti siamo stati (almeno virtualmente) in tutti i posti possibili immaginabili, tutti possiamo raccontare le emozioni vissute guardando video acchiappaclick per le storie che raccontano: paesaggi mozzafiato, orsi polari impegnati nella sopravvivenza quotidiana, scalate e viaggi in solitaria sui mari di tutto il mondo, ecc. ecc. Per molti poi viaggiare si riduce a entrare e uscire dentro gli aeroporti per vacanze mordi, compra, consuma e fuggi. Infine come non menzionare la somiglianza crescente, molto consumistica e omologata, di tutte le vetrine e vie dello shopping del mondo? 

Ciò che fa la differenza nel viaggiare è la capacità di emozionarsi, di sentirsi sperduti e sospesi, tra il luogo da cui si è partiti e la destinazione verso cui ci si è messi in viaggio e che potrebbe anche non essere mai raggiunta. Ci si perde anche con e per colpa del GPS, ma perdersi senza alcun supporto tecnologico regala emozioni diverse. Il GPS che sbaglia ruba attenzione e sguardi, genera sorpresa, disappunto (ma non era la tecnologia una scienza esatta?) e arrabbiature, lo sbaglio che nasce dalle proprie scelte o dai propri errori può essere all’origine di emozioni forti, dettate dalla fatica, dalla paura ma anche dalla meraviglia e dalla sorpresa. Nel mio viaggiare ricordo ancora quanto sia stato emozionante il cammino verso il Cerro Torre negli anni ’90, fatto di una partenza all’alba, di una fuga precipitosa per una tempesta di ghiaccio improvvisa ai piedi della vetta e per le difficoltà incontrate nella discesa a causa di rigagnoli d’acqua (al mattino) trasformatisi in torrenti. 

A far la differenza sono anche i compagni di viaggio, quando si viaggia in gruppo ma anche con familiari e/ amici. Le esperienze che ne derivano sono sempre molto umane, fatte di tante conoscenze, soprrese così come di tante litigate e frustrazioni. Esperienze che non sono assimilabili a quelle virtuali, semplici simulazioni di quelle reali e come tali, ingannatrici, fasulle e senza empatia. Online nessuna esperienza permette di abbandonare pregiudizi e certezze, anzi ne produce di nuovi in continuazione, come è evidenziato dai tempi correnti fatti di relazioni digitali attraverso profili digitali, false verità, verità alternative e teorie complottiste varie. Il viaggio al contrario permette di capire le diversità e le differenze, quanto si sia condizionati dai pregiudizi culturali e personali, quanto siano radicate le certezze sulle quali abbiamo costruito personalità e sguardi sul mondo, quanto sia reale la vita vera, concreta, rispetto a quella virtuale ma anche a quella immaginata. Ognuno potrebbe riferire esempi concreti di tutto ciò. Nel mio caso posso raccontare di quanto sia diverso vedere i sobborghi di Joahnnesburg in televisione o attraversarli in auto, quanto sia incommensurabilmente più emozionante vedere dei leoni o dei leopardi dal vivo in Tanzania  rispetto a quelli visti in mille documentari o video YouTube (pallide imitazioni del vero),  e dell’incomparabilità di un viaggio in alta quota sui vulcani del Cile o sulle montagne dell’Himalaya rispetto a quanto si può vedere online o in TV. 

Viaggiare favorisce le relazioni interpersonali e nuove conoscenze. Le une e le altre favoriscono la messa in discussione delle verità consolidate con le quali ci si è messi in viaggio, aprono mente e cuore, aprono orizzonti nuovi verso altri viaggi futuri ma anche verso nuove amicizie da coltivare nel tempo. 

Tante ragioni per mettersi in viaggio, per staccare la spina tecnologica, per ossigenarsi, soprattutto dopo un anno in carenza d’ossigeno, per essere testimoni del mondo che cambia e soprattutto per allenarsi in modo da tenersi sempre pronti, una volta tornati a casa, a ripartire.

Se possibile sempre in lentezza!


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