HABEAS DATA

10 Giugno 2021 Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
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In un’era nella quale il corpo è diventato digitale e virtuale più che l’HABEAS CORPUS forse sarebbe meglio richiedere a gran voce un HABEAS DATA. Una richiesta rivolta ai potenti e potentati di turno (i Signori del Silicio e i padroni delle Piattaforme?) per immunizzarsi dal potere. Una nuova Magna Carta per cui forse varrebbe la pena di lottare se non si vuole subire l’innovazione e la volontà di potenza della tecnologia nella sua fase attuale della sua evoluzione. Un modo per rimanere umani e non soggiacere ai comandi e al potere delle macchine.

Di cosa parliamo

Il contesto è quello paventato da un numero crescente di cittadini sensibili alla sparizione della privacy, un contesto caratterizzato da una sempre maggiore sorveglianza resa possibile dagli sviluppi della tecnologia e da una crescente diminuita trasparenza da parte dei poteri, governi e non solo, che queste tecnologie gestiscono e utilizzano. 

L’habeas data richiama l’habeas corpus, il principio codificato nel lontano 1679 (Habeas Corpus Act), alla base della giurisprudenza contemporanea, che sanciva l’obbligo da parte delle autorità di rendere noti data e causa dell’arresto di una persona. Un modo per sancire l’inviolabilità personale e di certificare la possibilità di verificare la validità o meno di una azione giudiziaria o poliziesca. 

L’habeas corpus è uno dei diritti democratici più importanti. Nell’era della digitalizzazione dei corpi e della virtualizzazione dei profili personali l’habeas data potrebbe essere reclamato come il principio su cui fondare un nuovo diritto, quello di poter sempre controllare la propria proiezione digitale online e i dati personali e sensibili che la rappresentano. Dati raccolti, archiviati e conservati da entità di varia natura, pubbliche (governi, istituzioni, servizi addetti alla sicurezza nazionale) e private (Signori del silicio, multinazionali, padroni di piattaforme tecnologiche, ecc.) e sui quali è urgente, oltre che utile, chiedere la massima trasparenza per evitare violazioni della privacy, intrusioni e abusi vari, tutti resi possibili oggi da tecnologia, sempre più spesso usate per finalità di sorveglianza e controllo. 

Perché dovremmo richiedere un Habeas Data

La tecnologia e le sue piattaforme ci hanno indotto dentro una servitù volontaria, vissuta come gratificante e felicitaria. Ne è derivata una delega al controllo dei nostri dati (per esempio i dati raccolti dalle videocamere e da sistemi di IA per il riconoscimento facciale) da parte di altri e una rinuncia a gestirli in proprio. Forse per una mancata consapevolezza di quanto sia importante poterli controllare e gestire ma anche di come vengano utilizzati da parte di coloro che, grazie ai dispositivi, alle piattaforme e ai servizi tecnologici che offrono, se ne sono impossessati.

Il tutto avviene in un contesto da selvaggio West, senza regole e con nessuna legislazione ad hoc già definita e operativa. Nel frattempo, proliferano ovunque iniziative e sistemi, governativi e privati, finalizzati al riconoscimento, facciale, alla raccolta di dati e alla sorveglianza. In particolare, nelle aree metropolitane, diventate rapidamente terreno di sperimentazione di nuove e sempre più potenti, invisibili (droni, miniaturizzazione, ecc.) e sofisticate tecnologie.

Tutto ciò sembra generare scarsa attenzione mediale ma anche individuale. Lo storytelling dei media è caratterizzato da elevato conformismo e servilismo verso i potenti tecnologici che governano il capitalismo delle piattaforme e non svolgono alcuna azione civica e culturale per far crescere coscienza e consapevolezza sul fenomeno. I singoli cittadini, ma anche l’opinione pubblica, non sembrano ancora consapevoli dei rischi a cui si sono volontariamente esposti per rivendicare un maggior rispetto della privacy e della riservatezza dei loro dati. Forse sono addirittura inconsapevoli di quante e quali tecnologie siano già state applicate nei quartieri e negli spazi da essi abitati per intercettarli, filmarli, tracciarli, ascoltarli, fotografarli e seguirli. Molti convinti ormai dell’ineluttabilità della sorveglianza e pronti a manifestare un sano realismo come l’unica soluzione possibile.

La consapevolezza dovrebbe nascere dalla semplice constatazione di quanto i dati personali e sensibili siano diventati accessibili e trasparenti e dalla conoscenza di quanto questi dati siano diventati oggetto di scambio e merci preziose che alimentano un nuovo tipo di far west, tutto digitale, nel quale si scontrano entità diverse, tutte occupate in schedature, profilazioni varie e ossessive, impegnate nel rigettare e combattere ogni tipo di controllo e sempre pronte a violare eventuali leggi deliberate per proteggere la privacy delle persone. Per raggiungere questa consapevolezza serve però una risposta culturale e un impegno, personale, sociale e politico, per recuperare e promuovere i diritti delle persone. Uno di questi, messo a rischio dal potere degli algoritmi sempre a caccia di dati e informazioni, è il diritto alla libertà e alla democrazia.

A fare la differenza è l’avanzata delle intelligenze artificiali, in molti casi antropomofizzate, ma soprattutto tanto pervasive da essere diventate invisibili compagne di vita, sempre più mimetizzate, impegnate a farci sentire la nostra insufficienza e ad offrirci il loro supporto e aiuto. Mai gratuito!

La loro invadenza senza limiti rappresenta oggi una sfida che tutti dovrebbero raccogliere per condizionarne gli sviluppi tecnologici futuri ma soprattutto per difendere diritti, valori, libertà. E nel farlo proteggere la democrazia attraverso la richiesta e l’imposizione di leggi utili a porre confini precisi da non superare con l’obiettivo di governare l’evoluzione delle nuove tecnologie e in particolare di quelle più avanzate come le intelligenze artificiali.

Noi siamo i nostri dati

Internet, le piattaforme social, le nuove tecnologie dell’informazione hanno cambiato il nostro modo di essere ma anche il nostro Sé, le nostre relazioni con gli altri, il mondo e la realtà. L’uomo si è digitalizzato, da cybernauta è diventato semplice flusso di informazioni e profili digitali. Il tutto è avvenuto rapidamente ed è stato favorito dalla percezione delle innumerevoli opportunità e vantaggi offerti dalla tecnologia. L’entusiasmo, il piacere e le gratificazioni ricevuti hanno impedito di riflettere sui rischi, sulle nuove sfide imposte dall’innovazione e dalla rivoluzione tecnologica, sul prezzo da pagare. Perché, ormai lo hanno capito in molti, un prezzo da pagare c’è: la sparizione della privacy e l’assoluta trasparenza regalata a potentati pubblici e privati bulimici, sempre a caccia di dati e informazioni per raggiungere i loro obiettivi di business e di guadagno.

Se noi siamo i nostri dati, dovremmo avere il diritto, individuale ma anche sociale, alla loro riservatezza e protezione, alla tutela nazionale, europea e globale. Il diritto di cittadini non solo incarnati ma anche digitali e che devono poter stare online, abitare le piattaforme social e la Rete senza perdere i diritti fin qui acquisiti. E ciò dentro contesti nei quali la percezione è che la privacy non esista più, anche perché non esiste più una sfera privata ma solo e soltanto scambi, condivisioni di dati e informazioni e relazioni online che danno forma alla rappresentazione dell’individuo online. Un individuo diventato trasparente sia a soggetti pubblici sia privati e che ha sempre più bisogno di essere tutelato nel suo corpo elettronico.

Magari con la sottoscrizione di un contratto, di una nuova carta dei diritti, un habeas data finalizzato alla protezione dei dati, alla tutela dinamica della sfera privata e dell’identità, a garantire al cittadino il diritto all’autodeterminazione informativa.

 

 

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