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Utenti, consumatori e aziende tecnologiche

Utenti, consumatori e aziende tecnologiche

26 Luglio 2019 Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
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Le grandi aziende tecnologiche, con le loro piattaforme, stanno prendendo il controllo del mondo, ma alla maggioranza degli utenti e dei consumatori sembra interessare poco o niente. Privacy, diritti violati, pratiche monopolistiche, uso illegale di dati e informazioni non sembrano catturare alcun interesse reale tra le folle tecnologiche che frequentano il mondo digitale online. Un problema se si pensa al ruolo che la tecnologia ha assunto nel definire la vita cognitiva e reale di tutti i giorni, la società così come il futuro della nostra specie.

La narrazione a cui si assiste online sta tutta dentro una sceneggiatura già scritta, da altri. In particolare dagli stessi protagonisti della rivoluzione tecnologica che con le loro piattaforme stanno puntando al dominio del mondo. I racconti, le conversazioni e i messaggi sono quasi sempre incentrati sulle novità funzionali e applicative, sui vantaggi e i benefici, sulle possibilità di guadagno e di business. Quasi mai lo sono su tematiche fondamentali come quelle che oggi interessano la privacy e l’uso dei dati personali, i diritti acquisiti (scuola, sanità, mobilità, ecc.) oggi messi in discussione dall’affermarsi di nuovi modelli di business fondati sul soluzionismo (Uber, Amazon, AirBnb, ecc.), la libertà di scelta, gli effetti sulla vita sociale ed economica, culturale e politica, ecc.

L’indifferenza che le folle tecnologiche mostrano nei confronti di questi temi è tanto più sorprendente e rumorosa in un momento, quello attuale, che vede molte società tecnologiche messe sotto tiro da istituzioni e dipartimenti della giustizia con interventi anti-monopolistici, antitrust, ecc. e per punire le loro violazioni alla privacy e alle leggi fiscali. Il silenzio delle folle tecnologiche è assordante anche nel dibattito pubblico, che pure c’è e sta aumentando, su problemi che sembrano non avere alcun diretto collegamento con la tecnologia ma che invece ce l’hanno. Le problematiche sono quelle dell’aumento della precarietà del lavoro e delle disuguaglianze, dei prezzi delle case in aumento (colpa della gentrificazione prodotta dagli effetti di AirBnb), dell’aumento della congestione del traffico (Uber, Lyft, ecc.). Su tutto ciò il silenzio, forse dettato dalla scarsa conoscenza, dall’insipienza e dalla stupidità, delle folle tecnologiche è assordante. Lo è di più anche perchè le fonti di informazione e gli strumenti di conoscenza disponibili sono in costante crescita. Grazie ai media tradizionali, ad analisti e regolatori vari, organizzazioni civili e tante singole persone che si stanno convertendo alla tecnoconsapevolezza e ad avere una relazione critica (scettica e cinica al tempo stesso) con le tecnologie attuali.

Indifferenza e silenzio sono manifestazioni evidenti di una complicità diffusa che lega milioni di utenti e consumatori alle piattaforme tecnologiche che utilizzano. Nonostante il dibattito in corso e l’aumento delle critiche ai proprietari delle piattaforme tecnologiche, Facebook non sembra perdere numeri elevati di utenti, il motore di ricerca di Google continua a essere (per pigrizia?) il più utilizzato e Amazon spopola e cresce come non mai. E’ come se un numero crescente di individui fosse diventato un semplice ingranaggio di una megamacchina digitale nella quale le persone hanno assunto il ruolo di merce e di consumatori al tempo stesso. Sono merce perché producono i dati e le informazioni che vengono poi vendute e usate per fare loro proposte allettanti o per soddisfare i loro bisogni della vita digitale online. Sono consumatori perchè obiettivo/target principale di ogni piattaforma tecnologica è la loro fidelizzazione, attraverso la personalizzazione della comunicazione e per convincerli a comperare e consumare di più.

Silenzio e indifferenza prevalgono anche nei confronti di altri ambienti e piattaforme come Uber, AirBnb, ecc. che stanno cambiando interi ambiti di vita e di business e lo fanno incuranti delle numerose storie che sui media stanno evidenziando comportamenti, modelli di business e strategie non propriamente rispettosi della privacy, della legalità e degli operatori coinvolti. Sull’indifferenza così come sulla pigrizia e la disattenzione puntano molte delle piattaforme online e chi le possiede. Perché dovrebbero preoccuparsene se le folle tecnologiche non leggono le norme sulla privacy, non verificano il loro aggiornamento frequenti e non modificano adeguatamente i parametri che le definiscono? Perché dovrebbero farlo se il ruolo di Facebook nelle elezioni politiche del 2016 è un dibattito relegato all’interno di gruppi limitati di persone e sempre minoranza sono quelle che hanno voglia di parlare di problematiche quali: il ruolo di Amazon nel distruggere il commercio di vicinato, eliminare la concorrenza e distruggere interi settori della distribuzione e del retail, il regime di monopolio raggiunto da poche aziende sul mercato pubblicitario, il ruolo dei social nella diffusione di idee complottistiche, fake news e idee che alimentano populismi e sovranismi vari, emergenti allo stesso modo in diverse parti della Terra.

Silenzio, indifferenza, unitamente a superficiale disattenzione e scarsa conoscenza, sono tanto più preoccupanti quanto più è diffusa l’idea che stare dentro le nuove realtà dei servizi tecnologici, con i loro sistemi di gratificazione e compensazione e i loro sistemi di gamificazione, produca effetti positivi con scarse conseguenze negative sulla vita individuale delle persone. Questa idea non nasce spontaneamente ma è sostenuta costantemente da azioni di abile manipolazione, una tra tutte quella mirata a convincere che online sia in atto semplicemente uno scambio. L’utente regala le informazioni che lo riguardano e in cambio riceve servizi e strumenti utili a soddisfare i suoi bisogni e desideri, risparmiando tempo e denaro, vivendo meglio, felici e contenti.

Pigrizia e dipendenza dallo strumento tecnologico spiegano solo in parte i comportamenti di molti consumatori e utenti online. Incide l’ignoranza delle logiche e degli algoritmi delle piattaforme, delle finalità e dei modelli di business di chi le possiede e la non conoscenza in generale. Quella che suggerirebbe sempre di riflettere su sé stessi e sulle realtà nelle quali si è coinvolti o nelle quali si trova a interagire con lo scopo di comprendere per poter meglio scegliere e decidere.

Una prima conseguenza di un approccio complice e remissivo nei confronti delle piattaforme tecnologiche è un generale appiattimento, anche cognitivo, intellettuale e culturale, vissuto come scelta di libertà ma in realtà determinato da comportamenti conformistici legati alla volontà di seguire i trend emergenti e farsi influenzare dai memi messi in circolazione dai tanti influencer a caccia di notorietà ma soprattutto di lauti guadagni. Comportamenti omologati, non dissimili da quelli che si stanno diffondendo in politica, che oggi stanno premiando nei sondaggi il leader emergente del momento e che trovano riscontro in migliaia di messaggi e post sui social la cui caratteristica principale è la vuotezza, la scempiaggine, l’intolleranza e la violenza.

Se questa è la realtà percepita cosa si dovrebbe fare per coinvolgere un numero maggiore di persone nella riflessione critica che sta animando il dibattito sugli effetti della tecnologia e sul ruolo di chi la produce e la possiede? Servirebbero iniziative finalizzate a far conoscere e a istruire ma anche a educare ad un uso tecnoconsapevole, critico e più attento dei mezzi tecnologici. La maggiore conoscenza e la migliore comprensione che ne deriverebbero potrebbero aiutare a valutare criticamente sia il mezzo sia il proprio modo di usarlo. Una valutazione utile sia per analizzare effetti e implicazioni sia per diventare maggiormente consapevoli e assumersi le re responsabilità dei propri gesti. L’esito finale dovrebbe essere una maggiore coscienza di sé stessi capace di trasformare l’oggetto che le piattaforme tecnologiche vogliono che noi diventiamo in soggetto, o di essere sia l’uno sia l’altro.

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