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Rimettere i conti: fra attaccamento e distacco.

Rimettere i conti: fra attaccamento e distacco.

10 Aprile 2022 Anna Maria Palma
Anna Maria Palma
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“Se puoi, scusami per i buchi che ho lasciato nel tuo steccato”.

Così si conclude un breve aneddoto che racconta degli effetti deleteri che possiamo produrre in una persona con il nostro dire e con il nostro fare.

Un anonimo ha scritto che le ferite procurate dalle parole, non guariscono.

Rimettere i conti ha a che fare con quell’azione che viene compiuta quando una persona è rimasta in una relazione, anche a lungo, una relazione apparentemente soddisfacente o comunque “tacitamente” soddisfacente e a un certo punto, per un qualunque motivo, decide di “rimettere il conto”.
Il “qualunque motivo” può anche essere fatto oggetto di esplorazione, ma normalmente questo avviene a posteriori, perché, in uno stato di malessere, ma direi anche in uno stato di profonda disconnessione e inconsapevolezza, si avverte preponderante il disagio e si ritiene che “rimettere il conto” sia la soluzione per affrontarlo.

Così si inizia a recuperare tutti quei momenti, tutte quelle situazioni nelle quali si può essere avvertita una mancanza di attenzione, fino ad una qualche significativa prevaricazione.

E perde di ogni valore il fatto che la cosa, quando si è verificata, sia stata portata alla luce e sia stata anche chiarita, siano state addotte spiegazioni o addirittura prodotte possibili scuse.

Singolare è la constatazione che niente di questi accaduti ha impedito di continuare a confermare la bontà della relazione, con manifestazioni esplicite di apprezzamento, di affetto, sottolineando la preziosità e l’unicità di ciascun componente della relazione stessa.

A un certo punto nella persona che ritiene di essere stata in qualche modo “violata” nasce l’urgenza di recuperare insistentemente, quasi irragionevolmente, una cronistoria di tutti quei momenti nei quali si è verificata quella lesione, considerata così grave da essere nuovamente sancita e sottolineata.

Rinnovare le scuse a cura della persona “imputata” di tutte le mancanze, scuse replicate per ritenere le stesse, seppure superflue e decisamente fuori contesto, una modalità per mettere a tacere ogni ulteriore arringa, non hanno posto alcun freno al proseguire delle invettive. Si comprende che si sta diventando un capro espiatorio di un processo non ben identificato, ma ogni parola, ogni silenzio, ogni azione o non azione non fermano chi sta, in maniera determinata, avvertendo il bisogno di “rimettere il conto” e di farlo anche pesantemente.

 

 

Cosa avviene ancora dall’altra parte? Chi sta ricevendo questo trattamento può attraversare tante fasi, desolazione, stupore, incredulità, dolore, richiesta di consapevolezza, rispetto…osa perfino fare appello al tanto dichiarato, forse abusato affetto. I flebili tentativi di ricondurre nostalgicamente ad una intesa affettuosa vengono rintuzzati, anzi strumentalizzati per sottolineare ancora il cattivo e inconsapevole iter relazionale, aumentando così la sensazione di inadeguatezza e di impotenza a recuperare.

 

Poi di fronte ad una ostinata intenzione di “abbattere il nemico”, o meglio quello che è stato identificato come nemico, sente il bisogno di proteggersi, quasi di difendersi da ogni tipo di incursione.

Teme il trillo del telefono, la notifica di un messaggio (prima quasi atteso, cercato…), di una mail, perché penso che nell’atto dello scrivere si riesce a sviluppare una tormentosa ricostruzione di fatti e…misfatti!

Smette di leggere missive, senza per questo voler punire o manomettere quel minimo di relazione che rimane in piedi: solo protezione.

Attraversa anche una fase in cui, come sente di avere nelle sue abitudini, si attribuisce una responsabilità, ma sa di averla ben riconosciuta al momento e anche condivisa. Però capisce che qui il rischio è che questa venga trasformata in colpa.

E poi arriva un sentimento di pudore per quanto intimo possa essere stato a più riprese lo scambio e come tutto questo divenire stia “imbrattando” ogni sentimento di affetto.

 

Inizia finalmente, per amore del proprio stato emotivo, un processo di “distacco” a cui si usa ricorrere quando ci si rende conto che l’attaccamento, forse l’eccessivo attaccamento sta producendo un dolore di una intensità, a tratti, insostenibile.

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Il processo di elaborazione permette di comprendere che i comportamenti agiti dall’altra persona potrebbero non essere indirizzati intenzionalmente verso l’altro, ma essere frutto di un profondo malessere.

Si può riuscire addirittura a recuperare quel senso di unicità della relazione, messa in evidenza dall’equazione di Dirac che dice: “Se due sistemi interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separati, non possono più essere descritti come due sistemi distinti, ma in qualche modo, diventano un unico sistema”.

Allora in virtù di quell’unico sistema si affaccia il senso della compassione e si comincia a considerare, meno reattivamente, i comportamenti dell’altra persona.

Il processo di evoluzione da questa dinamica procede con una accurata purificazione dei filtri della percezione per restituire ai vissuti la possibile maggiore distanza.

Torno alla frase usata in apertura: “Se puoi, scusami per i buchi che ho lasciato nel tuo steccato”. Frase che pone il sigillo a questo aneddoto:

C'era una volta un ragazzo con un brutto carattere.

Suo padre gli diede un sacchetto di chiodi e gli disse di piantarne uno nello steccato del giardino ogni volta che avesse perso la pazienza e litigato con qualcuno. Dopo i primi giorni, dopo aver piantato molti chiodi imparò a moderarsi e il numero di chiodi piantati nello steccato diminuì: aveva scoperto che era più facile moderarsi che piantare i chiodi.

Finalmente arrivò un giorno in cui il ragazzo andò dal padre e gli disse che per quel giorno non aveva piantato alcun chiodo.

Il padre allora gli disse di levare un chiodo dallo steccato per ogni giorno in cui non aveva perso la pazienza e litigato con qualcuno.

Finalmente poté dire al padre che aveva levato tutti i chiodi dallo steccato.

Il padre portò il ragazzo davanti allo steccato e gli disse: "Figlio mio, ti sei comportato bene ma guarda quanti buchi ci sono nello steccato. Quando litighi con qualcuno e gli dici qualcosa di brutto, gli lasci una ferita come queste.

 Anche se ti scuserai, le ferite talvolta lasciano  segni.

" E una ferita verbale fa male quanto una fisica".

Sarebbe bello poter dire a quella persona:

“Sono onorato di tutto ciò che rappresenti o hai rappresentato nella mia vita. Se puoi, scusami per i buchi che ho lasciato nel tuo steccato.”

Il massimo dell’evoluzione da questa dinamica è che se questa frase non dovesse mai arrivare, la persona a cui è stato rimesso il conto può riuscire perfino a trovare un buono stucco per i buchi lasciati nello steccato, una buona vernice per ricoprire lo stucco.

E questo non per far finta di niente, ma semplicemente per rinnovare la struttura dello steccato che garantirà una qualità della relazione in una dimensione diversa, considerando adesso la giusta distanza emotiva fra attaccamento e distacco.

Riscoprendo così il senso della frase “Mi fido di te vale più della frase Ti voglio bene”.

Così potremo dire ancora a quella persona solo ti voglio bene.

 

Lasciando a lei la responsabilità di considerare consapevolmente che il volere bene se non coincide con il trattare bene rischia di rimanere solo una bella frase.

Trattare bene, al di là di ogni possibile nonostante, è l’unica condizione per alimentare e mantenere la fiducia.

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