Io abito la possibilità /

Fra 100 anni, la gentilezza che sarà

Fra 100 anni, la gentilezza che sarà

27 Gennaio 2020 Anna Maria Palma
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Se fosse disponibile una hit parade delle domande più pronunciate nel mondo, forse la regina sarebbe il “come stai?”. Come stai, due parole capaci di divenire “jazzisticamente” saluto, domanda, vascello che collega un “io” ad un “tu”, manifestazione di interesse, “metodo” per arrivare rapidamente alla sostanza di una conversazione e tanto altro.

Si apre qui il mio “cinema interiore”, quella pellicola di immagini, parole, sensazioni che prendono vita dentro di me ogni volta che mi viene posta questa domanda.

Come stai…e mi accorgo che il titolo del film che dentro di me comincia ad andare in onda non riguarda la vita per così dire in generale, riguarda le mie relazioni.

Sono immagini di persone, persone della mia vita. A volte sono io con loro, altre loro con me o anche solo io, altre ancora sono episodi, animati da parole, emozioni “ricordate”, fotografie spezzettate che si trasformano in una miscela il cui sapore emerge in una risposta: “sto bene” o quando desidero essere più prudente “abbastanza bene”.

Sembrerebbe che non sia possibile vivere la vita in generale ma solo nel particolare. E ogni particolare ha sempre a che fare con una relazione appena andata in onda.

Anche adesso, proprio ora, il treno della relazione sta transitando. Scendo da un treno, salgo su un altro: con chi o con che cosa mi trovo in relazione in questo istante?

Esistono così tante relazioni e per ognuna di loro immagino esista una stazione.

La stazione delle relazioni affettive e gentili con tanti occhi morbidi ad aspettarmi, occhi che mi cercano. Quella delle relazioni “ad intermittenza” con uomini e donne, “tipi”, che sanno quel che vogliono e che si fermano ad aspettarmi solo quando ho un pacco, un dono, un messaggio da consegnare loro. E poi c’è la stazione delle relazioni “d’uso”, luogo di persone senza occhi e con grandi mani, che sanno muoversi veloci, prendere ciò che serve e andarsene in lunghi cappotti scuri, eleganti solo da dietro.

Di stazione in stazione la vita si distende, qualche vola si adagia comoda, altre si agita per scappare via, via da stazioni vuote, fatte di vuoto, dove il neoliberismo ha contagiato le relazioni, aromatizzandole con il ketchup del “do ut des”, privandole di qualsiasi senso della direzione umana.

Mi accorgo di desiderare stazioni animate dalla gentilezza, e da questo treno, il treno delle relazioni, mi chiedo in quali stazioni fermerà fra 100 anni.

Tolstoj in “Guerra e pace” sostiene che non è stato Napoleone a portare i francesi a Mosca ma è stato il desiderio dei francesi di andare a Mosca ad aver “generato” un Napoleone che li ha poi portati a Mosca.

Mi immagino per un attimo di essere una viaggiatrice del XXII secolo che risponde, attraverso una tecnologia estremamente complessa, ad un messaggio, “come stai?”, apparso sulla mia retina. Formulo la risposta da inviare direttamente dal mio cervello, una foto di 100 anni fa e due parole , “sto bene”. Invio. Nella foto c’è una persona dallo sguardo disteso, un sorriso misurato, “senza architetture”, che aspetta qualcuno a braccia aperte, alzate, “rivolte”. In un balzo di fantasia immagino che si trovi alla stazione della gentilezza. Sento il cuore muoversi, qualche lacrima scendere, mi sono commossa. So perché gli sono profondamente grata.

 

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