Lo smartphone è diventato misura di tutte le cose...

01 Ottobre 2017 Redazione SoloTablet
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Lo smartphone è diventato misura di tutte le cose, tu sostituiscilo con l'uomo

 

Secondo il filosofo sofista Protagora “l'uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono, e di quelle che non sono in quanto non sono". Il filosofo guardava all’uomo inteso come individuo e sottolineava la relatività della verità perché ognuno vede le cose alla sua maniera e in modo diverso (per ciascuno è vero ciò che gli appare). 

Oggi a essere misura di tutte le cose aspira la tecnologia, in particolare il suo gadget per eccellenza, lo smartphone, diventato strumento di verità e di interpretazione del mondo. L'uso che ne facciamo determina ciò che vediamo, ciò che ci piace, ciò in cui crediamo, come ci relazioniamo agli altri e quello che facciamo. Siamo sempre più il nostro smartphone! Lo smartphone con il display ammiccante e sempre acceso è diventato la misura di ogni cosa, come dispositivo, come media, come mezzo per percepire e interagire con il mondo, sia esso quello virtuale dei profili online o quello reale delle persone che li hanno creati. Lo smartphone è diventato un prodotto universale e strumento fondante della nuova realtà relazionale, cognitiva e psichica emergente ("posseggo uno smartphone, quindi sono"). 

L’interpretazione delle massime di Protagora è collocata in vicende ateniesi caratterizzate dall’emergere di una classe plebea che si opponeva a quella aristocratica detentrice del potere. Affermare che ogni uomo è misura di tutte le cose significava, in quel contesto, negare la pretesa degli aristocratici di essere gli unici a poterlo essere. Oggi grazie allo smartphone tutti possono aspirare a un proprio strumento di misura e di interpretazione del mondo anche se gli aristocratici posseggono un iPhone X o un Galxy Note S8 e i plebei odierni semplici dispositivi Android e cinesi di fascia bassa. 

L’uomo di Protagora era misura di ogni percezione e sensazione e soggetto creatore di verità, lo smartphone tende a generare verità oggettive determinate dalle interfacce di cui è dotato, dai meccanismi tecnologici su cui è costruito, dagli automatismi e gli algoritmi che lo animano e dall’introiezione da parte dell’utilizzatore delle regole che sottendono alle sue applicazioni e funzionalità. Quella che ne deriva è una cessione di libertà allo strumento e la perdita della capacità nel misurare le cose della vita. 

Il dibattito ateniese che si svolgeva tra intellettuali e potenti del tempo escludeva da esso le masse plebee. Discutere oggi dello smartphone significa al contrario partire proprio da ciò che le masse di consumatori fanno e dai loro stili di vita. I comportamenti che caratterizzano questi stili di vita evidenziano quanto lo smartphone sia diventato misura di ogni attività umana e strumento pervasivo di ogni comportamento individuale e sociale. Strumento di autorappresentazione psichica e percezione del Sé, di abilità lavorativa e professionale, di capacità comunicativa, interazione con la realtà, elaborazione intellettuale e cognitiva e di relazione umana. La pervasività rende impensabile ai più immaginare di guardare, interagire e interpretare il mondo senza uno smartphone con il suo occhio scrutatore e la sua fotocamera da selfie. Impensabile immaginare di dover tornare, per avere dimenticato o perso il proprio smartphone, a sperimentare la socialità e l’esperienza di gruppo con altre persone senza alcuna mediazione di tipo tecnologico. 

Comprendere quello che sta succedendo è molto difficile tanto siamo presi dentro l’ingranaggio e complici noi stessi della trasformazione tecnologica in corso. Creare realtà virtuali è diventato più semplice che crearne di reali. Nessuno suggerisce di rinunciare al dispositivo tecnologico ma tutti sono chiamati a  riflettere sulla differenza esistente tra condividere propositi, obiettivi e idee nei mondi virtuali digitali ed esistere come esseri umani che usano il linguaggio e le connessioni umane per arricchire la propria vita e quella degli altri. 

La riflessione dovrebbe partire dall’uso che dello smartphone viene fatto e dal fatto che non se ne può più fare a meno. Riflettere sul ruolo dello smartphone come misura di ogni cosa, osservando le proprie reazioni di stress, di infelicità e di panico in assenza di uno strumento che è ormai usato in situazioni di vita diverse, permetterebbe di rendersi conto della sua eccessiva importanza e presunta insostituibilità e di elaborare adeguate contro-misure.

Per farlo il primo passo è rimettere l'uomo al centro e relegare lo smartphone a semplice strumento. Evitando ad esempio di assegnargli il compito di regalare la felicità, di togliere dall'isolamento e di guarire dalla solitudine. Ridimensionato lo smartphone nella sua aspirazione a dominare il mondo, avremo la possibilità di riscoprire l'uomo di Protagora. Non più nella sua realtà di artigiano o plebeo ma di uomo tecnologico e digitale, capace però di liberarsi dagli automatismi tecnologici, di cui è oggi complice e schiavo, e ancora in grado di manipolare e cambiare il mondo per scopi non puramente utilitaristici e narcisistici. 

Lo smartphone è una metafora potente della nostra esistenza attuale e, come tutte le metafore, è talmente integrata nei nostri apparati logici da impedirne una sua rapida mutazione evolutiva. Eppure un cambiamento è necessario se l'uomo vuole evitare l'appiattimento percettivo e il prevalere di modelli generalizzati e automatici tornando a essere misura del mondo, nelle sue varie espressioni economiche, culturali, sociali e politiche.

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