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Case domotiche e piante da innaffiare

Case domotiche e piante da innaffiare

17 Dicembre 2020 Redazione SoloTablet
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Un racconto breve di Laura Bonaguro, scritto cinque anni fa ma che sembra scritto ieri. Al centro della narrazione c'è il GUERRIERO, un'opera artistica che nasce dal lavoro creativo della protagonista e dai suoi sogni (incubi), ma che è anche l'espediente per raccontare un futuro già qui. Un futuro alla Philip Dick o alla Ballard, nel quale le case sono fantasmatiche come quelle di Rachel Whiteread. Case dominate dalla tecnologia ma rese belle e abitabili da una semplice componente naturale fatta di piante che richiedono attenzione umana e cura costante. Molto prima del bosco verticale milanese, con i suoi sistemi di irrigazione automatizzata, la casa domotica del racconto suggerisce l'idea che la tecnologia non basti a rendere abitabile uno spazio. Forse è per questo che la proprietaria, sempre in viaggio, ricorre all'aiuto di estranei per abitare la casa e alimentare le sue piante. Su tutto continua a dominare il GUERRIERO, opera artistica e poco tecnologica. Un totem di ferro, rame e molto altro, che nella storia rimane comunque il vero protagonista! La scrittrice del racconto lo sa!

Un racconto di Laura BonaguroArchitetto e Interior Designer


Le chiavi sono un problema per Gina ma, come le capita spesso, lo rammenta solo al momento del bisogno. Non importa se succede un paio di volte al giorno, la limatura dei dentini per adattarli alla serratura ormai logora è lontana dalla hit parade delle cose da fare.

“Finirà che rimarrò chiusa fuori. Oppure dentro. Ora me lo segno” borbotta tra sé senza convinzione, armeggiando da improbabile scassinatrice con un battente che ostenta resistenza.

Alcuni minuti e una spalla storta nel reggere il sacchetto di carta traboccante di spesa scivola all’interno accompagnando l’imposta. Il frigorifero, sempre troppo pieno, è a pochi passi, proprio dietro un vecchio tavolo da lavoro con tanto di morsa a manovella salvato dalla discarica.

“La devo smettere di comprare tutta questa roba. La mangiassi almeno invece di passarla da qui alla pattumiera per raggiunti limiti di scadenza. Magari una di queste sere invito qualcuno” ripete a cadenza quasi settimanale. In realtà nessun altro essere animato varca ormai quella soglia da mesi. Esclusi ragni, mosche, zanzare più una lumaca di straforo col basilico.

Appoggiata la borsetta a terra, ripone in ordine meticoloso la merce acquistata: toglie frutta e verdura dai sacchetti di plastica, avvolge la lattuga nella carta e destina il tutto al ripiano meno freddo. Il contenitore per la carne separa il manzo dal maiale e dal pollo, quello dei formaggi evita il contatto diretto tra tipi diversi, non sia mai che si riproducano tra loro. Lo scatolame sembra possedere libertà maggiori all’interno dei pensili, tuttavia, soggiace all’apartheid: la zona del pomodoro da un lato, quella dei legumi dall'altro. Una calma solo apparente aleggia tra quei gesti ripetitivi e rassicuranti. Un bisogno di iper controllo nel tentativo metaforico, forse, di svernare in un lungo letargo in pace. Una telefonata improvvisa di Bruno interrompe il fastidioso cocciare di stoviglie, i cigolii dei mobili, l’accartocciarsi di imballi nella differenziata.

“ È fatta! ” strilla la voce allegra del gallerista. “ La tua scultura appena inserita a catalogo ha ricevuto un’offerta spudorata! ”

“ Scusa? ” risponde Gina ancora in fase di atterraggio dai suoi pensieri lunari. “ Ti riferisci a IL GUERRIERO? ”

“ A cosa sennò? È l’unica delle dimensioni del Colosso di Rodi che abbiamo scelto di fotografare senza esporre! Senti, l’architetto interessato ha ripetuto che per lei è un gioco da ragazzi occuparsi della consegna. E saranno a suo carico ogni costo e manovalanza ”

“ Ma era un oggetto di rappresentanza della collezione, si era deciso di inserirlo per pura immagine, per catalizzare interesse… Non era nemmeno prezzato. Come diavolo lo tirerò fuori da casa mia? Con la gru? Non ti rendi conto… ”

“ Bella, sei tu che non ti rendi conto, credimi ” Bruno cambia tono, irritato. “ Personalmente trovo le tue opere interessanti, evocative, ma sappiamo entrambi che commercializzarle è un’altra storia. Perciò non farmi impazzire. Mettiti in contatto con l’acquirente, trovate insieme una soluzione per trasportarlo, smontatelo in pezzi, non so, fai quello che ti pare. La mia percentuale è di 50 mila euro, regolati. Ti mando il contatto. Ciao ”

Gina resta imbambolata col cellulare in mano per un po’. Non  realizza nemmeno il calcolo della sua parte di guadagno, i suoi occhi vanno al lucernario e al disagio del rimuoverlo per il passaggio dell’ingombrante manufatto. L’idea di scomporlo la fa inorridire. Il titanico groviglio di rame, ferro e terracotta è letteralmente sorto dal pavimento della sua casa-laboratorio crescendo ritorto come un ulivo destinato a dure battaglie. Occupa in altezza l’equivalente di due piani abbondanti nell’angusto spazio ricavato da un magazzino industriale. Costruirlo ha richiesto uno sforzo notevole nonostante le scale a elica attorno alle pareti esterne lo circondassero in una specie di impalcatura. Per fortuna l'edificio adiacente di proprietà di un’azienda di forniture da giardino è  abbandonato,  l'ideale  se si utilizzano flessibili, saldatrici, strumenti rumorosi per la lavorazione dei metalli senza limitazioni di orari o decibel. La mancanza di un vicinato spesso ha i suoi pregi. Al diavolo la solitudine, eppoi sui social ci si vanta Single.

Mentre riflette sull’evoluzione della giornata, prova una sorta di dispiacere. Separarsi dal gigantesco compagno di monologhi notturni le procura quasi tristezza.

“ È pur sempre un pezzo di cuore plasmato in materiali di riciclo ” sussurra gesticolando nervosamente ma sobbalza all’improvviso al suono del telefono.

In risposta al “ Pronto? ” Una voce femminile le si presenta con naturalezza e giovialità.

“ Salve, sono l’architetto Lina Floris. Mi permetto di disturbarla perché non vedo l’ora di ricevere quella magnifica creazione appena acquistata alla Galleria Aquisgrana. Innanzitutto, complimenti! Lei ha realizzato un pezzo di una liricità commovente, è splendido ”

“ Grazie… ” riesce a bofonchiare Gina ma l’interlocutore va subito al sodo.

“ Il trasporto non sarà un problema. Dispongo di bravissimi impresari in grado di occuparsi di tutto. In quattro e quattr’otto preleveranno la scultura ripristinando eventuali interventi invasivi al suo locale. Non vi sarà disagio alcuno, nemmeno un briciolo di polvere sul tappeto ”

“ È rassicurante, la ringrazio, in effetti sono preoccupata, Il Guerriero è fragile e pesante e… ”

“ Sarà perfetto, lo vedrà con i suoi occhi ” Interrompe la voce sicura di sé. “ Desideravo soltanto chiederle se fosse disponibile ad accompagnarlo sino alla sua collocazione finale all’interno del mio patio. Ho bisogno della giusta inclinazione, della rotazione ottimale così da valorizzare ogni riflesso nelle varie ore del giorno ”

“ Sì, certo, sarà un piacere ” balbetta incredula la scultrice.

“ Benissimo ” le fa eco l’architetto. “ Domani è troppo presto? ”

Il D-Day inizia con un sole sfacciato già alle sette del mattino accompagnati da rumori di risveglio industriale: motori accesi, stridio di freni di veicoli in manovra, allarmi di posizione attutiti come fosse inverno sotto una fitta nebbia. La luce inonda senza filtri l’intero ambiente, il letto voluminoso con le lenzuola in pizzo della nonna, l’ottone dei tavolini dai quali riverbera in luccichii smaglianti. Gina è sveglia da un po’, mezza insonne e stropicciata, vestita dalla sera prima. Corre a rinfrescarsi legando i capelli e indecisa sulla colazione. Ora l’ansia è in possesso dello stomaco ben determinata a non mollare la presa visto il successo con il ritmo delle pulsazioni.

Il frastuono dei mezzi pesanti degli specialisti dell’insolito trasloco annunciano il loro arrivo ancor prima di suonare al portone. Otto uomini in elmetto giallo affaccendati su assi di legno, casse degli attrezzi, grandi rotoli per legature, si presentano con un cenno della mano alla vista della padrona di casa appena uscita. Giovanni, il capo di quello strano esercito di api operaie, porge a Gina i documenti di rito e inizia la supervisione.

“ Dovremo far saltare quelle vecchie cerniere del basculante, ne salderemo di nuove… la protezione in legno verrà applicata qui all’interno… la gru provvederà a sfilare la statua e a riporla in orizzontale sul tir… ” disse tra un ordine e l’altro, registrando l’intera conversazione sul suo cellulare. Gina si accorge di avere solo monosillabi a disposizione in risposta all’efficienza che le si palesa davanti. La sua bocca si chiude di rado, e l’unica frase emessa: No, no, non lo taglierò in due! dovrebbe riascoltarla dal vocale di Giovanni per essere sicura di averla detta.

“ Stia tranquilla, finiremo entro le 18.00 ”

17.48.

Il Guerriero, imbalsamato e messo in sicurezza sull’autoarticolato, è pronto per partire. Il lucernario è in fase di ritocco con la vernice sulle nuove saldature. Due ragazze tra secchi, stracci e aspiratori tolgono vecchi residui assieme ai recenti disordini.

Gina sale sull’auto di Giovanni diretta alla villa di Lina Floris. Con sua grande sorpresa non dovranno percorrere molta strada, in meno di due ore raggiungeranno la meta.

“ Buffo ” pensa l’artista. “ Vero che sto volutamente lontana da riviste, tendenze e soprattutto gossip, ma una dimora adatta ad ospitare un milite alto circa otto metri, di cui non ho mai sentito parlare, mi incuriosisce parecchio. Dev’essere bella e particolare. Però… Senta, mi scusi ” rivolgendosi ad un silenzioso Giovanni intento a seguire le indicazioni del navigatore. “ Avete intenzione di posizionarlo ora, il manufatto? Voglio dire, sono le sei, non faremo tardi? ”

“ Mi perdoni ” rispose Giovanni battendosi la fronte. “ Preso dal dirigere il lavoro ho scordato di chiederle se era al corrente dei dettagli dell’operazione. Sa, l’architetto tende ad essere sbrigativa. Precisa, meticolosa, pure tanto esigente, ma estremamente stringata se posso usare questo termine ”. Il coordinatore della squadra si gratta una guancia tenendo fermo lo sguardo sulla strada. “ È all’estero con un progetto importante perciò al nostro arrivo ci sarà un buffet per la cena. Finiremo intorno le undici, mezzanotte al massimo, cioè quando concordato ”

“ Non ero stata avvisata di questi dettagli, infatti speravo in un aggiornamento. Ho tentato di chiamare il numero che mi aveva lasciato ma l’utente è irraggiungibile ” ammette Gina in un misto di delusione e fastidio. “ Desideravo conoscere di persona un professionista che paga una somma simile a scatola chiusa! ”

“ Si farà sentire, abbia fede, tiene moltissimo a quest’opera ”.

La ragazza sospira. Sforare nell’orario in situazioni del genere è da mettere in conto ma un certo senso di vertigine si impossessa di lei. Ha la netta impressione di non essere stata brava nel gestire la sua parte nell’impresa e l’incertezza la paralizza.

“ Avrei dovuto pretendere ulteriori spiegazioni invece di limitarmi ai sì-sì, OK-OK. La solita stupida, ora è tardi. Ho detto sì anche all’orientamento del guerriero per un effetto speciale! Stupida-stupida-stupida. E adesso? ” sospira di nuovo.

Il GPS segnala destinazione raggiunta ma il paesaggio mostra prati, alberi, campi privi di abitazioni. Il nucleo più vicino dista almeno una decina di chilometri da quel piatto profilo collinare, poco sotto si scorge un fiume. La strada principale lo attraversa mentre una secondaria altrettanto larga, non mappata e imboccata all’improvviso, lo costeggia. Sembra più un torrente vista la portata d’acqua, con sponde sassose e biancastre. L’atmosfera polverosa dona una piacevole sensazione di vissuto d’altri tempi. In alcuni punti dove la riva lascia ampi spiazzi sinuosi vi sono cumuli di ghiaia. Eppure non vi è traccia di attività, non si notano segni di escavatori, nastri trasportatori o macchinari di alcun genere. In prossimità di una delle spesse anse ecco l’accostarsi dell’auto di Giovanni. L’uomo scende frettoloso impartendo ordini, apre il baule e comincia a posizionare coni a delimitare con esattezza il luogo di stop e scarico del prezioso gigante.

Gina scende incredula e confusa. Impiega qualche secondo a realizzare che la casa Floris sta sotto il livello stradale semi-nascosta da un tetto erboso. Una lunga scalinata in pietra parallela al ciglio scende di almeno tre piani. È a sbalzo, incassata nel muro cieco della costruzione anch’esso di pietra. La soglia in onice incastonata nell’unica rientranza rivela la presenza di una porta d’ingresso, la sola a giudicare dai prospetti esterni. Giovanni invece armeggia col cellulare, vi farfuglia parole incomprensibili poi digita un codice sopra una specie di placca lucida.

“ La grotta del tesoro, finalmente ” rompe il silenzio la ragazza entrando alle spalle del caposquadra. “ Giovanni, è mai stato qui? ”

“ Ieri per la prima volta ” L’uomo avanza di alcuni passi alla fioca luce di cortesia, sfiora un pannello con un led rosso intermittente e l’ambiente prende vita. “ Controllo tecnico necessario, ho la responsabilità dell’intera installazione ”.

L’ingresso è simile a un ponte che taglia in diagonale l’intero spazio e finisce a sbalzo sul torrente. Il pavimento intervalla riquadri luminosi, intarsi di legno e sassi rotondi. Il lato sinistro presenta tre accessi distinti in zone aperte che hanno tutta l’aria di portare alle camere da letto. Guardando sotto si individua un soggiorno smisurato, tra angoli di prato, rampicanti, sottili canali d’acqua iridescenti. Gli arredi sono semplici e lineari, accostati in gruppi come appartenenti a famiglie in competizione. Due pareti curve tremolano sotto leggeri rivoli d’acqua sulle quali una luce radente fa loro assumere tonalità argentee.

I due ospiti incedono in religiosa reverenza accompagnati dal calpestio che muta suono a seconda dei materiali su cui poggiano i piedi.

“ Niente male, vero? ” esordisce Giovanni dirigendosi verso una minuscola balconata tonda adiacente la vetrata che dà sull’esterno. Fa cenno a Gina di avanzare, chiude il corrimano e tocca un pulsante su di esso.

“ Ma è un ascensore! ” si sporge la ragazza divertita.

La piattaforma si abbassa e tocca il pavimento in prossimità di uno di quegli strani corsi d’acqua ammirati dall’alto. Di fronte, un vasto spiazzo leggermente rialzato, lastricato di marmo, fende con uno degli spigoli l’interno dell’edificio. È circondato su tre lati e l’ultimo affaccia proprio sulla riva del fiume. Un panorama squisito da rimanere incantati.

“ Qui, esattamente in quest’angolo, verrà posizionato il Guerriero ” Afferma con soddisfazione il capo della spedizione.

“ Oh, capisco. Quindi il mio compito è di scegliere in che direzione fissare il suo profilo migliore ”

“ Sì. Deve decidere lei in base agli accordi presi ” si affretta a concludere Giovanni mentre indaga sull’arrivo del mezzo.

Gina continua a girare su se stessa, zampettante come un cucciolo alle prese con un nuovo domicilio, guardando ogni scorcio e angolazione. Compiaciuta della location dove il suo compagno d’armi passerà il resto della sua vita, sceglie di rivolgerlo verso l’esterno, come si collocherebbe ogni guardiano fedele che si rispetti. Strano a dirsi, si sente quasi a suo agio in quell’involucro rarefatto studiato al millimetro. Non assomiglia per niente al suo laboratorio metalmeccanico tutto altezza e tubi di ferro, eppure lei vi respira un' atmosfera molto simile.

La statua sta per essere calata e il cellulare di Gina trilla forte dal taschino della borsa.

“ Buonasera architetto ” saluta ansando. “ Stiamo per appoggiare la scultura nella sede convenuta rivolta verso il fiume ”

“ Buonasera a lei. Perfetto. Mi scuso di non averla contattata prima ma sono alle prese con una questione delicata ”

“ Mi è stato riferito ”

“ So che sta procedendo come da programma, mi raccomando la posizione, il contrasto cromatico delle parti, mi fido della sua sensibilità ed esperienza ”

“ Grazie, avrà un risultato splendido, ne sono convinta, l’ambiente è notevole e bellissimo, non avrei potuto sperare di meglio per la mia opera.”

“ Eccellente. Ora la saluto, è stato davvero un piacere incrociare tanta disponibilità. A dire il vero ne vorrei beneficiare ancora per un po’, dietro adeguato compenso, s’intende ”

“ Cosa significa? Perdoni… ” Gina si blocca di colpo.

“ Nulla di impegnativo, mi creda. La mia casa è stata concepita con le tecnologie più sofisticate circa il confort: superfici trattate con sostanze per facilitarne la pulizia, automatismi su aperture e pareti, sistema illuminante che si adatta alle condizioni atmosferiche. Insomma, una casa intelligente controllata e gestita da un sistema intelligente. Purtroppo ho del verde, di spalle al divano principale, frutto di un recente regalo non ancora inserito nel circuito di esercizio. Potrebbe essere così gentile da venire saltuariamente a bagnarmi le piante?”

Gina rimane senza parole, senza nemmeno un pensiero coordinato all’espressione dipinta sulla faccia. Cinque, sei, sette secondi e nessuna reazione all’eccentrica richiesta. È Floris ad interrompere l’elettroencefalogramma piatto della ragazza.

“ Pronto? Siamo ancora in linea? ”

“ Sì, certo, mi scusi, mi sono distratta un momento ”

Il fatto è che non sa cosa rispondere e basta. Due ore di strada in andata, due ore di strada al ritorno, pagata per bagnare le piante.

“ Per quanto tempo? ” si informa.

“ Quindici, venti giorni al massimo. Sono partita così di fretta da trascurare (oddio, pessima parola per me) un pizzico di note in agenda ” recita la voce suadente dell’architetto. “ Se è un disturbo me lo dica sinceramente, non c’è problema, volevo cogliere un’opportunità casuale, un’intuizione, una sincronicità ”.

Gina si ritrova ad acconsentire di getto perché attratta dal fascino irrazionale del luogo e della sua creatrice.

Il risveglio nel suo letto è babelico. Gli occhi si aprono, le palpebre sbattono; fissa un punto nel tentativo di riconoscerlo e ricavarne le coordinate di posizione. Il senso di estraneità dura solo un paio di secondi ma quello di essere tornati da un lungo viaggio anestetizzato dura molto di più. Potrebbe somigliare allo schiudersi di un fiore con lei dentro, una sorta di rinascita, di valico da un mondo verso un altro. Almeno nella maggior parte dei casi. Quello di Gina, invece, è semplicemente un dopo sbronza traballante. Non ricorda quanto ha bevuto la sera prima, di sicuro non al mini buffet della villa, tutto succhi esotici e spericolati accostamenti centrifugati; piuttosto crede di aver dato fondo alle rimanenze alcoliche dell’ultima vita in comune, appena rincasata dall'insolito viaggio. Non è da lei sbracare in solitari test di euforia, ma le bottiglie vuote di vodka, rum e scotch in ordine crescente sul ripiano della cucina raccontano una storia diversa.

Raccatta le scarpe, barcolla nel riassettare le coperte, si sofferma ad osservare il suolo libero dall’ingombrante coinquilino. A terra una sagoma indelebile, identificabile dal contorno più marcato nella zona su cui poggiava, le rammenta il rilievo di un incidente o di un delitto.

“ Sentirò la tua mancanza, stupido mastodonte. Mi auguro soltanto di non averti ucciso ” Sbuffa crucciata. “ Diamoci una mossa. Se e quando riceverò le istruzioni promesse per aprire Fort Knox mi organizzerò le gite per venirti a trovare. Servirà a mediare il distacco. Immagino... ”

“ Puoi sempre realizzarne un altro ” le ripete Bruno alla ricezione del grasso bonifico. Lei però non vuole, lo considererebbe un atto di alto tradimento. Meglio dedicarsi agli Arazzi Solidi oppure alle Maschere Trasparenti. Almeno verrà preservata l’integrità della copertura dall'ampia vetrata.

La fiamma del cannello fonde il cordone di rame sulla lamiera da unire.

Quando i giapponesi riparano un oggetto rotto lo fanno usando polvere d’oro nel collante se non addirittura oro puro. Perciò la sutura disegna un motivo pregiato mettendo in risalto l’intreccio casuale di linee di raccordo impreziosendo il manufatto in materia ed essenza. Gina adora plasmare le proprie creazioni attraverso un Kentsugi personalizzato. Si sente trasgressiva nell’unire pezzi di diversa estrazione o funzione modellando qualcosa di nuovo come fossero parte di questo qualcosa da sempre. Bruno, che di giapponese tollera malapena il Sushi, la paragona al Dr Frankestain e lei finge di arrabbiarsi minacciando la rottura di ogni legame di collaborazione.

Chiuso il gas dell’erogatore, leva gli occhiali protettivi. Guarda la saldatura con interesse poi sfila i guanti in attesa di poterla toccare. Sul treppiede a fianco, il suo notebook costantemente acceso notifica una mail in entrata.

Carissima Gina,

le invio le istruzioni d’accesso alla mia casa per poter provvedere all’annaffiatura manuale delle piante e le sono davvero grata per la gentilezza con cui ha accolto la mia ridicola pretesa.

Come le ho accennato la procedura non è difficile. Tuttavia, se non correttamente eseguita, scatenerà l’allarme alle autorità e un tempo indefinito di ripristino del sistema.

La centralina di controllo è già stata predisposta al riconoscimento vocale dopo il suo primo ingresso in ausilio ai codici di cinque cifre di volta in volta modificati.

Lei dovrà inviare a questo numero 33919206 il simbolo # dal suo telefono, attenda la risposta GO sul display dello stesso e pronunci il suo nome e cognome. Al termine di questa operazione tocchi il pulsante verde che apparirà sulla placca esterna della porta.

Per i successivi accessi sarà necessario, dopo il nome e cognome, digitare i cinque numeri forniti dal sistema in risposta al # (cancelletto) anziché GO.

Per qualsiasi problema mi contatti al numero già in suo possesso. Riceverà in anticipo l’ammontare stabilito, rimborso orario più le spese, nella mattinata di domani.

A presto e grazie ancora.

Un caro saluto,

Lina Floris

Giorno 1 

Gina si appresta a far visita alla sua singolare ex guardia del corpo. Prepara una valigetta frigo con un modesto pic-nic, infila nella borsa la sua moleskine, avvolge il carica batteria del telefono e piega una salvietta da spiaggia. L’intenzione è di rimanere là per un po’ vista la distanza, anche tutta la giornata. Le servirà staccare dalla solita routine cercando fonti di ispirazione alternative. Inoltre, brucia dalla voglia di osservare il guerriero alla luce del giorno. Magari scatterà qualche foto, che presa dal trambusto dello strano trasloco aveva scordato del tutto; per non parlare della delusione di Bruno impaziente di vantare la vendita come fosse una costola delle sue con tanto di prove.

Finita la trafila di messaggi, comandi, digitazioni, Gina varca la porta del sancta sanctorum Floris. Una luce bianca sovrasta l’intero spazio intorno. Volumi, elementi portanti, arredi, vengono ridotti a sottili segni scuri da immagine sovraesposta.

“ Un effetto scenografico stupefacente” pensa con ammirazione attraversando il mitico ponte. A metà del tragitto scorge l’altrettanto mitico guerriero.

“ Non so se la padrona di casa lo abbia immaginato così… ” Esclama a voce alta “ Ma il risultato è grandioso ”

Scende adagio, gustando ogni metro con una lentezza esasperante per chiunque. In fondo non ha fretta. Misura a passi le distanze alla ricerca di proporzioni, calcola visivamente le altezze, rimane compiaciuta nel leggervi un ritmo. Ora i corsi d’acqua hanno la magia di un Kintsugi liquido dal potere taumaturgico a lei caro.

“ Sto esagerando, via ” sorride allegra. “ Sono una specialista nel vedere cose che esistono unicamente nella mia testa ”

Scende al piano terra.

Con gli occhi abituati al chiarore dedica parecchi minuti alla contemplazione del monumentale open-space. Poi si aggira per un po’ senza scopo fino alla cucina, scovata dietro una delle spesse pareti curve dilavate dall’acqua come stalattiti. Un grande tavolo in alluminio si impone di traverso. Al centro, sul piano immacolato, un’anfora in cristallo ha il colore dei limoni sparsi come le briciole di Pollicino. Gina la sposta di lato d’istinto e al suo posto vi poggia le sue cose. Apre il frigo accanto e con sorpresa ne trova due scomparti pieni di frutta e lattine di soda. Occupa un ripiano per sé poi continua la sua perlustrazione.

In corrispondenza dell’ingresso nota un altro tavolo del tutto simile al primo in dimensioni e struttura, eccetto il doppio cristallo del piano. Tra i due vetri è inserito il plastico della villa con tanto di piante, erba e scultura.

“ AC-CI-DEN-TI! ” sillaba ad alta voce. “ Però! Davvero impressionanti questi livelli di dettaglio ”

Un rumore sommesso sul tetto attira la sua attenzione. Impensierita che lasciare la porta socchiusa scateni il putiferio e il successivo arresto del sistema, esce provvista di cellulare e istruzioni stampate in tasca, decisa a controllare la fonte dell’improvviso frusciare amplificato dal vuoto dell’enorme soffitto. Il prato che tappezza la copertura è solcato da un disco tagliaerba con cuscinetto ad aria.

“ Già, la tecnologia ”

Arricciando le labbra in una smorfia ritorna dentro. Ripassa dalla cucina per l’asciugamano con il quale intende prendere un po’ di sole all’esterno del patio e si blocca all’istante. Il vaso giallo è al centro del tavolo.

“ Strano, l’avevo mosso. Non ricordo di averlo risistemato. Devo essere stanca, certi automatismi sono incredibili. Meglio fare quattro passi all’aria aperta, rilassarmi un poco ”

Sul largo basamento dov’è di guardia il titano c’è posto per sdraiarsi. Occorre solo sfiorare il rettangolo argenteo a lato della parete vetrata per vederla scorrere delicatamente. Gina non resiste a bambineggiare sventolando la mano davanti alla fotocellula giocando con l’apertura fino a un sibilo acuto per qualche secondo e il blocco del meccanismo nella posa iniziale.

“ OK, OK, hai vinto ” Si arrende l’artista azionando propriamente il dispositivo e camminando verso riva. Tanti pensieri le si accalcano nella mente. Ricordi, frasi dette e ascoltate, intenzioni mai realizzate. Quel luogo così sfumato però dissimile al suo la getta in una dinamica introspettiva che non le piace. La scaccia con un cenno della mano.

“ Sarà la vodka di ieri ” si consola Gina. “ Ho proprio esagerato ”

In quell'attimo non le va più di starsene lì, si sente sola. Una patina di tristezza si deposita senza preavviso. Il gigante buono appare lontano troppo rigido, indurito. Sconosciuto.

“ Bagniamo le piante e andiamo ”. 

Giorno 2 

Saltuariamente significa in modo discontinuo, occasionale. A oggi sono tre giorni che Gina non va alla villa. A oggi sono tre giorni che Gina è irrequieta, in preda a una smania di perfezione assurda. Un fare e disfare colmo di rabbia. Una Penelope senza scopo. Rovista compulsiva la minuteria, sbatte sul pavimento barre, profili, matasse di filo; si accanisce sulle mensole degli oggetti di recupero, cestina decine di prove invasata d’insoddisfazione.

“ Non riesco a combinare nulla. Forse è il caso di controllare se altrove va tutto bene ” minimizza come se il tarlo del folle impegno non la pungolasse. “ Però mi porto della musica. Se mi annoio giro i tacchi subito e ciao ”

Alla guida del suo furgoncino riesuma l’eco di quando fumava. Il bisogno di distendere i nervi chissà perché evoca quell’immagine e la convinzione di allora che la sigaretta avesse l’abilità di farla stare meglio. Sciocchezze eppure, per un infinitesimo di secondo, butta un’occhiata nel portavano del cruscotto occupato dai clinex.

“ Settimana di umore storto ” constata Gina. “ Capita ” si racconta  incoraggiandosi.

Entrata in casa con i nuovi codici, va subito all’annaffiatoio del locale di servizio. Mentre lo riempie fino all’orlo per compiere meno avanti/indietro possibili, sofferma lo sguardo sul lavandino. Il materiale che lo compone è di una tonalità azzurrina evidente. Anche la parete di fondo presenta venature celesti.

“ Bizzarro ” pensa. “ Avrei giurato fosse calda e rosata ”

Probabilmente il led dell’illuminazione ne falsa il colore.

“ Ah questa poi! ” urla all’improvviso.

L’edera, in precedenza nel mezzo di rigogliose palme, circonda ora il piccolo boschetto.

Si allontana di due passi per cambiare prospettiva.

“ Sono sicura la disposizione fosse un’altra, me lo ricordo ”

Gina si china a guardare se vi sono tracce sul pavimento dell’assurdo scambio ma niente. Nè foglie, né terriccio, non un segno di sfregamento sul candido marmo.

“ Dai, chi li avrebbe spostati. Saranno vasi da 200 litri l’uno! ” Continua a ragionare ad alta voce spazientita.

“Sono proprio andata ” conclude. “ Boh ”

Riposto in ordine l’annaffiatoio nel vano a scomparsa del bagno, Gina fa sosta in cucina per bere dell’acqua oppure un’aranciata (ricorda di averle notate le psichedeliche lattine blu) ma il frigo è vuoto. La ragazza resta di stucco.

“ Beh, se ha qualcun altro che fa il lavoro al posto mio, che ci vengo a fare? ”

Estrae il cellulare dalla tasca e preme il numero memorizzato della Floris. Al quarto tentativo Gina desiste e rimanda. L’anfora gialla sull’estremità del tavolo ora distante dai limoni le procura un gesto di stizza accentuato dall’impossibilità di sbattere la porta andandosene.

Giorno 3 

Ripulire il soqquadro fisico del suo temporaneo blocco creativo non aiuta Gina a distogliere il pensiero dallo sviluppo inaspettato degli eventi. Pescare dalla spazzatura grovigli di lamiera sforacchiata dalla fiamma ossidrica, eliminati precipitosamente, non le dà il consueto conforto. Vorrebbe le due donne che hanno provveduto alle pulizie del dopo baraonda. È quasi tentata di telefonare a Giovanni per chiederglielo. Forse il loro intervento permetterebbe di sentirsi meno affaticata e molto più produttiva. Ultimamente, quel vuoto intorno lasciato dalla statua è diventato il suo vuoto interno. Se cedere il simulacro della sua attività le aveva procurato gioia mista ad orgoglio nella prospettiva di essere altrettanto valorizzata e stimata, adesso accoglieva con rammarico un disinganno. Chi avrebbe applaudito il suo protagonista nel meraviglioso teatro di quell’abitazione così deserta?

Gina, accantonati i cattivi pensieri e il silenzio dell’architetto, si prepara per la villa con macchina fotografica, treppiede, metro estensibile, scatola dei gessi.

Giunta a destinazione si precipita in cucina. L’anfora è al proprio posto, il frigo contiene le vivande della prima visita. Inizia a mettere dei riferimenti precisi, trascritti sulla sua moleskine, poi scatta foto alla stanza procedendo metodicamente in tutto il piano terra. Anche le piante da annaffiare sono come le ha lasciate il pomeriggio precedente. Sbirciando all’interno di mobili e contenitori vari nota come siano forniti del necessario ma di quanto asettico sia l’insieme. Non una scatola di sale, riso o pasta a metà. Ogni elemento è integro o all’interno di boule trasparenti. Nei bagni non vi sono saponette solide. Niente spugne, strofinacci usati. Avarizia di detersivi. Niente soprammobili piccoli, solo cose di una certa dimensione posizionate ad hoc. Alcuni sembrano souvenir di viaggi però è difficile dirlo così fuori contesto. Sparute bottiglie di liquore tutte piene dormono su di un ripiano. Gina non vede l’ora di perquisire il piano superiore.

La prima stanza che incontra pare uno studio, due pareti sono traboccanti di libri: volumi divulgativi di architettura, di progettazione, illuminotecnica, storia, arte, geografia, studi di sociologia e psicologia ambientale… varie raccolte tematiche sull’habitat dell’uomo dalla preistoria ai giorni nostri.

“ Manca qualcosa ” pensa l’artista osservando la decorativa classificazione appena scorta.

La scrivania davanti a una sedia girevole rosso ciliegia dallo schienale curvo a spirale è spoglia. Non vi è testimonianza di penne, matite, fogli di carta… nessun accessorio per il computer, stampanti, tavolette grafiche. Quattro poltroncine e una lampada da terra completano l’arredo.

“ Non è sicuramente qui che lavora ” Gina ne è convinta. “A cosa servirà tutto questo? Ci sarà veramente qualcuno che siede su quella roba? ”

Le camere da letto che circondano lo studio sono tutte uguali. Alla ragazza pare di essere in un albergo o in uno show-room di design.

“ Possibile che non tenga una crema anti-age da qualche parte? E i vestiti?  Le scarpe, le borse. Le pinze per i capelli ”

In uno dei bagni personali delle camere alla fine trova una nicchia che espone boccette di profumo di alta gamma, sali, bigiotteria di qualità.

“ Meno male! ” sbotta ad alta voce. “ Forse è viva! ”

La mancanza di oggetti d’uso personale e quotidiano la inquieta. È probabile che in una casa intelligente armadi e cassetti siano mimetizzati e nascosti. Comunque il presentimento che in quel chiarore straripante abbondino le ombre è forte, pari alla fretta di collegare la macchina fotografica al PC per catalogare le immagini scattate. Già, le immagini. Le principali assenti in questo luogo di strani culti.

Gina è sulla strada di ritorno da almeno quaranta minuti quando ad un tratto grida: “ Noooo! Le piante! ”

Giorno 4 

L’aver trovato la scheda di memoria vuota e tentato di tutto, compreso l’andare da un vecchio ex fidanzato ferrato in materia per recuperarne i dati, convince la ragazza che qualcosa non va. Eppure dev’esserci una spiegazione. Se l’architetto rispondesse alle chiamate invece di inoltrare le stupide notifiche standard: Mi scuso ma sono fuori ufficio, lasciate un messaggio verrete ricontattati, si potrebbero chiarire tante cose. Gina è avvilita. Oscilla tra: me ne infischio a breve finirà e non prendo droghe non ho le allucinazioni. Si farebbe accompagnare da qualcuno se non temesse una video-sorveglianza, non dichiarata ma probabile, in grado di metterla nei guai. Il pensiero di rivolgersi alle autorità ed essere derisa, oppure multata per l’inutile allarmismo la paralizza. Da un lato ripete a se stessa di stare calma, è di sicuro un equivoco, dall’altro la disturba non comprendere a fondo il perché di tante stranezze e apprensione.

Non riesce a lavorare. Cammina a braccia conserte scrutando i materiali in cerca di ispirazione. Si sofferma a lungo su scarti dalle forme sbilenche, punzecchiandole con una matita per farle ruotare, senza ottenere però uno straccio di suggerimento. Impasta argilla a caso nella speranza che una forma qualsiasi le procuri un lampo, un’idea. Il risultato sono sgraziate palle di creta e altri sacchi di polvere da acquistare. Non parla più nemmeno da sola e le notizie dal mondo le scorre in rete di sfuggita. La sua proverbiale allegria resistente a ogni tempesta emotiva viene meno di giorno in giorno, l’ umorismo, panacea di ogni male, non la diverte più.

“ Se fossi malata? ” osa domandarsi in un brivido.

Poi abbandona subito l’insano quesito sostituendolo con altri poco pericolosi. Non le piace scavare troppo i suoi lati bui, basta ammettere che ci siano, non serve maneggiarli di continuo, è dannoso.

“ Ma non sono una codarda ”

Corre a farsi una doccia. Scenderà nella tana del Bianconiglio. 

Le 16.22 e fa caldo. L’ultimo tratto di strada è desolato come sempre. Gina dubita sia dovuto alla stagione o all’orario. L’accoglienza climatizzata alla perfezione dell’ambiente è di ristoro. La rapida incursione nello studio e nelle camere da letto la tranquillizza, niente di anomalo da rilevare. Percorre il solito ponte e raggiunge l’ascensore. Nel lavandino dai riflessi azzurri riempie d’acqua l’annaffiatoio, si avvicina alle palme circondate d’edera e le bagna con cura. Toglie una decina di foglie gialle con un sorrisino sornione, come a dire: voi sì che siete vere, poi compie un giro attorno ai vasi constatando la scomparsa dei riferimenti inseriti. Senza scomporsi passa alla cucina dove tutto appare immutato e dove, anche qui, i segni disegnati a mappare le distanze di eventuali movimenti sono svaniti. Nel frigo la frutta comincia a deteriorarsi, il numero delle bibite è invariato, il cibo portato da casa sua nel contenitore è da buttare.

“ Bene ” pensa Gina. “ Non è stato difficile. Sono sciocchezze e io sono un tipo eccessivamente suggestionabile ” conclude inspirando rumorosamente. “ Mi farò un caffè poi uscirò a prendere un po’ d’aria, ne ho bisogno ”.

A pochi metri dalla cucina in direzione del patio, con la tazzina in mano, Gina sobbalza di scatto in urla sommesse. Piatto e tazza volano in aria e schiantano a terra, macchie del liquido scuro tinteggiano in un scia la poltrona accanto. Pietrificata, cade all’indietro seduta. Si rialza, scivola di nuovo. Si aggrappa alla poltrona, si costringe a guardare. Il SUO Guerriero la sta fissando. È ruotato di oltre un quarto, non più verso l’orizzonte, ma verso di lei, la metà superiore del corpo piegata in basso.

Gina fatica a deglutire. Si avvicina incredula quasi a toccarlo. Sa che non c’è un basamento rotante di nessun tipo, era lì quando è stata collocata la statua, lo ha visto. E la piega in avanti non è un cedimento strutturale, non esistono segni di rottura, crepe, fessurazioni. È inorridita e spaventata.

“ Se questo è un gioco non mi sto divertendo ” grida ad alta voce come a farsi sentire.

Corre a prendere il cellulare dalla borsa. Tenta di chiamare Giovanni, di convincerlo a raggiungerla per mostrargli cosa succede. Il maledetto telefono è muto, senza campo. Si sposta da una parte all’altra del soggiorno, non funziona. Prova ad uscire. Tutte le serrature elettroniche delle vetrate scorrevoli sono spente. È bloccata dentro. L’ascensore non si muove. Gina gira su se stessa con le mani tra i capelli in una crisi di nervi. Cerca di rompere un vetro della finestra. Pensa di far scattare un qualche allarme usando un elettrodomestico, cuocere l’alluminio nel microonde dovrebbe creare un cortocircuito, l’alimentazione elettrica però risulta interrotta. Gina allora si arrampica su uno dei pilastri reticolari del ponte per arrivare alla porta di ingresso, ricorda il pannello di controllo sullo stipite. Si aggrappa alla balaustra ma una scarica elettrica le fa mollare la presa. Stramazza al suolo con un tonfo sordo e gli occhi chiusi.

Giorno 5 

“ Buongiorno. Mi sente? ” la bella voce di una figura bianca interamente sfocata saluta Gina incapace di aprire gli occhi.

“ Dove sono? ” biascica con la bocca impastata e un formicolio diffuso.

“ All’ospedale di San Besso, reparto di traumatologia ” risponde la voce sfocata. “ Sono il dottor Argenti. Può muovere la mano destra per favore? Sì? Perfetto ” aggiunge soddisfatto. “ Lei ha avuto un incidente ma fortunatamente non ci sono lesioni gravi né permanenti. Ha fatto un bel volo! ” spiega il dottore.

“ Non mi ricordo ” Dice Gina con un filo di voce. “ Sì, forse sì. Qualcosa ”

“ La terremo in osservazione fino a domani ma sono sicuro la dimetteremo ” afferma tranquillo il medico. “ Ora si riposi. Verrò a controllarla nel pomeriggio ”. 

Riallacciato il contatto con la realtà, Gina rielabora l’accaduto. Viene a sapere che al momento della scarica elettrica è scattato un allarme, partito dal sistema di controllo centrale della villa ai soccorsi e trasportata in ospedale. L’architetto, avvisata tempestivamente nonostante fosse in un’area della Patagonia malservita da rete e satellite, è pronta a farsi carico di tutte le spese mediche necessarie contattandola appena possibile, poi un vigile raccoglierà in serata la sua deposizione sull’incidente. 

“ Incidente ” bofonchia. “ Ripensandoci, firmerò ogni tipo di ricostruzione dei fatti mi verrà proposta. Al diavolo Il Guerriero, l’architetto e la stramaledetta casa autonoma! Mollerò quel posto  isolato in cui abito, cercherò un appartamento in una zona piena di vita e un nuovo laboratorio più stimolante ”

Gina si sente strana. Squilli di telefono escono dal cassetto del comodino tra gli effetti personali recuperati il giorno prima.

“ Funzioni anche tu malgrado il salto ” scherza la ragazza ancora  intontita. “ Pronto? ”

“ Architetto Floris. Gina, come sta? Come sono dispiaciuta… ”

“ Va tutto bene, non si preoccupi, sono fortunata ”

“ Ho visto che mi ha cercato tanto ma non potevo telefonare. Certo se immaginavo fosse così importante… Ha avuto problemi con il sistema di controllo, vero? Dallo storico dei dati si è evidenziata una anomalia della centralina… ”

“ Esatto. Sono rimasta chiusa dentro ” Gina vuole tagliare corto.

“ Sì. Il sistema di supporto d’emergenza non è entrato in funzione correttamente. Senta, il suo furgoncino è rimasto parcheggiato nei pressi della mia villa. Mi dia l’indirizzo che glielo faccio portare ”

“ Grazie, non si preoccupi. Me ne vado per un po’ e cambierò casa, manderò io qualcuno a prenderlo ”

“Benissimo. Mi addebiti qualsiasi costo, senza eccezione. Allora la saluto e le auguro una buona ripresa. A presto ”

“Stia bene anche lei. Buon lavoro.”. 

...................................................

Alfonso ha l’ultima consegna allo Studio Floris Associati. È un tipo tuttofare, pignolo, e sta sulle sue. È di quelli che prima di entrare in casa si tolgono le scarpe, prepara la cena in anticipo, preferisce pagare l’affitto doppio piuttosto di avere un inquilino tra i piedi. O una ragazza. È l’unico che suddivide i pacchi nell’atrio dello studio secondo destinatario e grandezza e proprio in quest’ordine.

Il telefono, sempre acceso per eventuali clienti, interrompe la partita alla Play Station.

“ Alfonso buonasera, sono l’architetto Floris. La ringrazio per il recapito speciale alla villa. Ora ho un secondo problema. Purtroppo ho del verde, di spalle al divano principale, frutto di un recente regalo non ancora inserito nel circuito di esercizio. Potrebbe essere così gentile da venire saltuariamente a bagnarmi le piante? ”  


Laura Bonaguro 

Architetto, Interior Designer, concepisce la vita “dal cucchiaio alla città” sbattendo mestoli in testa e lasciando fuori ad aspettare chi si dimentica le chiavi. Usa parole anziché mattoni nella costruzione di alcuni progetti, si interessa di comunicazione visiva, legge in modalità onnivora e coltiva l'insana passione di comporre proprie immagini con testi.

 

 

 

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