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Circondati da troppi schermi non sappiamo più guardarci dentro

Circondati da troppi schermi non sappiamo più guardarci dentro

10 Giugno 2014 Redazione SoloTablet
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Siamo diventati tutti uomini windows. Siamo circondati da schermi e da finestre. Siamo affacciati su tutte, vediamo da lontano mille amici ma viviamo una realtà fatta da sovraccarico di finestre, di relazioni superficiali e di una frammentazione dell’esistenza che genera ansia e stress non sempre facilmente gestibili e elaborabili.

Nel mondo sempre più interconnesso e digitale che viviamo, il numero di dispositivi che possediamo e con i quali interagiamo attraverso i loro schermi tattili, sono in continuo aumento e tali da generare una sovrabbondanza densa di nuove ansie.

Abbiamo l’opportunità di vivere contemporaneamente tante esperienze quanti sono i display che usiamo, Apriamo e abitiamo mille le mille finestre applicative  su di loro aperte ma non ne intraprendiamo e viviamo profondamente alcuna. Siamo come cavallette che passano da una finestra all’altra e da un display piccolo ad uno più grande per sentirsi impegnati, coinvolti in conversazioni e attività sociali, per tenersi aggiornati, per superare la condizione di solitudine e il senso di finitezza che spesso ci accompagna.

I nostri display, da cui non riusciamo più a distaccarci, rappresentano per i produttori di dispositivi una grande opportunità commerciale e di innovazione di prodotto, ad esempio con l’introduzione di nuove tecnologie indossabili e la trasformazione di ambienti domestici in schermi visuali e comunicanti. Una prospettiva resa possibile dall’evoluzione tecnologica in termini di nuove tipologie di schermi per dispositivi tecnologici ma anche di sostituzione degli stessi con nuove tipologie di display curvi e autonomi in termini di intelligenza e potenza di elaborazione.

 

Il sovraccarico di schermi non è obbligatorio e non tutte le apparecchiature tecnologiche acquistabili dovrebbero essere dotate di un display. Nessuno obbliga a dotare qualsiasi oggetto di un display con finestre comunicanti e nessuno impedisce di proporre prodotti tecnologici capaci di usare per comunicare schermi e display condivisi. Sarebbe anche un modo per ridurre il numero di dispositivi che ormai ci portiamo appresso (alla faccia della leggerezza della mobilità!).

Un numero crescente di dispositivi con display significa in molti casi una frammentazione costante della nostra attenzione, l’esperienza di vite virtuali multiple che ci obbligano ad assumere identità diverse così come richiesto da ogni display (professionale sull’iPad, sociale e cinguettante sullo smartphone, lavorativa sul laptop ecc.), e il rischio che tutto ci possa sfuggire di mano. Non solo lo schermo dell’iPhone in uso ma metaforicamente anche noi stessi (più facile quest’ultima opzione che la prima).

Può darsi che in un futuro non lontano a facilitare la riappropriazione di noi stessi attraverso nuove strategie d’offerta siano gli stessi produttori. Consapevoli delle problematiche introdotte dall’uso contemporaneo di schermi diversi, potrebbero ad esempio puntare sullo sviluppo di tecnologie convergenti per facilitarci l’uso integrato degli schermi già offi disponibili: TV, grandi schermi HDTV, monitor PC, notebook e laptop, tablet, phablet, notebook, iPod ecc. Uno o più di questi display potrebbero essere in futuro integrati con altre apparecchiature e comunicare senza cavo con loro come se lo schermo fosse una loro dotazione.

La tecnologia per far comunicare display diversi tra loro esiste già (WiDi di Intel e WiDi-enebaled TV del consorzio Miracats, AirPlay di Apple), anche se non è riuscita per il momento ad imporsi e a generare utili economie di scala che ne potessero garantire il successo. Queste tecnologie oggi unificate in un unico standard permettono a dispositivi eterogenei come PV Windows e smartohone Android di collegarsi ad uno schermo esterno. Domani potrebbero essere usate per i numerosi prodotti indossabili in arrivo, per la domotica e altre implementazioni della Internet degli oggetti.

 

Mentre i produttori sono impegnati nello sviluppo delle tecnologie e nella risoluzione di quesiti essenzialmente filosofici legati alle dimensioni dello schermo e al suo ruolo associato ad ogni tipologia di dispositivo tecnologico, i consumatori devono fronteggiare una offerta crescente di schermi capaci di complicare le loro vite digitali e mettere in crisi quella reale.

Il problema dei troppi display che hanno riempito la nostra vita non troverà rapida soluzione, neppure se aumenterà l’integrazione e la convergenza tecnologica. Il numero dei display attivi e il modo con cui interagiamo con loro determinano nuovi problemi e generano effetti collaterali che richiedono nuove riflessioni e soprattutto nuove pratiche e abitudini.

Ogni display ci permette di vivere realtà parallele fatte di WhatsApp, Cinguettii, forum, chat ecc. Molte di queste realtà sono irreali, altre fittizie e molte vissute superficialmente e di corsa. I troppi display aperti ci impediscono infatti di concentrarci di volta in volta su ognuno di essi.  La nostra vista e il nostro cervello vengono catturati costantemente da segnali luminosi e sonori che ci portano a scivolare (pattinare) da un display ad un altro come se fossimo impegnati su un tapis roulant che ci obbliga a correre senza mai fermarci.

Gli stimoli visivi ci rincorrono e vagano ovunque, non ci danno tregua e richiedono costanti feedback. Una richiesta spesso ossessiva e insensata a cui non sappiamo dire di no perché la viviamo come un gioco fatto di interazione creativa e tante fantasie, emozioni. Il gioco è sempre digitale e online, come tale è spesso irreale e senza fisicità. L’immagine che lo schermo ci ritorna è gassosa (far non molto sarà anche ologrammatica) e ingannatrice ma sa come soddisfare i nostri bisogni e desideri, catturandoci e tenendoci impegnati a lungo, almeno fino a quando saremo connessi.

Così come ci siamo abituati a navigare l’ipertesto e le mille finestre che possiamo aprire sullo schermo del nostro computer,  usando i display dei dispositivi che ci fanno costante compagnia abbiamo costruito un iper-scehrmo, un display cinerama fatto da finestre schermo di dimensioni diverse ma capaci di costruirci intorno numerosi mondi virtuali e a farci vivere nel cyber-spazio.

 

 

Lo schermo diventa specchio che riflette immagini frattali e distorte del nostro essere procurandoci emozioni così forti da trasformare lo spazio virtuale in luogo principale per sperimentare e vivere le nostre vite trascorrendovi la maggior parte del tempo. E’ come se senza una pagina web, una chat room, una casella di posta elettronica, una pagina di Facebook, ecc. non esistessimo. Una realtà esterna al di fuori dello schermo che non richiede alcuna interfaccia e non permette di aprire contemporaneamente mille finestre ci interessa meno e genera inquietudine perché fatta di contesti percepiti come più virtuali di quelli del cyberspazio nel quale ci siamo trasferiti.

Mille schermi, mille APP su tablet e smartphone, mille tab aperte sul nostro browser di preferenza, mille finestre aperte sul nostro laptop, questa è diventata la realtà di molti, alimentata sia dai produttori e dalle grandi marche che dal nostro crescente coinvolgimento nella vita tecnologica, digitale, mobile e online.

 

 


* Alcuni spunti tratti dal libro di Pasquale Romeo "L'uomo windows"

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