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INDICIBILE… MA RACCONTABILE

INDICIBILE… MA RACCONTABILE

29 Agosto 2022 Interviste filosofiche
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L’indicibile, direbbe Giorgio Agamben, sta tra il mito e il mistero, tra visibile e invisibile, tra il vedere e la vista, ma anche tra maschile e femminile, tra vita e morte, luce e tenebre. All’indicibile la fotografa e filosofa Alle Bonicalzi nel 2020, in piena pandemia, ha dedicato una mostra finta, virtualmente non autorizzata, impedita dalla impossibilità di creare eventi in presenza, a causa della pandemia, ma anche della mancanza cronica di fondi, un male profondo di questa Italia dilettante e disattenta all’arte e alla cultura.

Una mostra artefatta (“manomessa e fatta ad arte”), virtuale, fake, nella consapevolezza che finto non significa falso. Una mostra che si presta, anche a distanza di tempo, a ripensare i concetti che ha veicolato e i molteplici spunti di riflessione che ha veicolato.

Per questo Carlo Mazzucchelli ha intervistato l’ideatrice della mostra, Alle Bonicalzi.

Buongiorno Alle, ci può raccontare come è nata la sua iniziativa e quali sono stati i messaggi che con il suo lavoro artistico (INDICIBILE – Il coraggio di rompere il silenzio + INDICIBILE II – Sulla bocca di tutti e tutte) ha voluto veicolare?  

Buongiorno a tutte e tutti e grazie, Carlo, per avermi voluta qui a… dire dell’Indicibile. Questo mio progetto è in realtà polimorfo e composito. Indicibile è infatti più ‘cose’ contemporaneamente: è una serie fotografica, una mostra e un laboratorio.
La serie fotografica (www.allebonicalzi.com/indicibile/le-opere) consta di 59 immagini in mixed media che affrontano il tema della violenza di genere al fine, ovviamente, di contrastarla ma anche a dirne – in parole e immagini – in maniera diversa dallo stereotipo vittimista diffuso.

La mostra (www.allebonicalzi.com/indicibile) è unicamente online e – sotto forma di mappa interattiva – simula un’operazione di ‘invasione’ degli spazi pubblicitari di Como (la città in cui opero maggiormente) e costringe chi la percorre a interrogarsi su cosa sia ‘vero’ e cosa ‘falso’, nonché su quanto questo incida sulla sua esperibilità.

Infine il laboratorio, dedicato alle scuole (ma non solo), verte sulla scoperta del proprio volto come ‘superficie significante’ e sulla valorizzazione di sé e della propria unicità; è perciò inteso come pratica di empowerment utile per contrastare ogni forma di discriminazione.

L’assunto comune e fondamentale – evidenziato dal titolo scelto – è che il linguaggio sia determinante perché nutre il pensiero da cui dipende la visione del mondo grazie alla quale agiamo e di cui siamo responsabili. 

Dire l’indicibile, allora, significa trovare le parole (e le immagini) e il coraggio di significare anche realtà tabù come la violenza (di genere ma non solo), al fine di poterle davvero ‘maneggiare’, utilizzare attivamente in una azione culturale che sia, anzitutto, di decostruzione di stereotipi e pregiudizi discriminanti e violenti. 

Dire anche l’indicibile, insomma, per pensare meglio e per costruire un mondo migliore. 

 

L’indicibile richiama l’invisibile e ciò che, nella narrazione conformistica del tempo presente, spinge per venire a galla, diventare visibile e oggetto di racconti e narrazioni diverse da quelle veicolate da media tradizionali e cartacei, uniti nel loro tacere e mistificare, nel manipolare o raccontare realtà che non sono tali (‘indicibile’ è «l’indignazione di fronte al silenzio mortifero di un’intera società che osa chiedere conto alle vittime invece che ai carnefici»). Raccontare l’indicibile è quindi un gesto di coraggio, filosofico ma non solo, per rompere il silenzio, richiamare attenzione, favorire comprensione, consapevolezza e responsabilità. 

Sorrido all’incipit di questa domanda, perché inVISIBILI è il nome della mia ultimissima mostra (https://www.allebonicalzi.com/alle-donne/invisibili-tutte-le-fasi-del-progetto/), presentata in anteprima ai primi di luglio e visibile in presenza prossimamente a Como (a ottobre) e a Milano (a maggio)… magari avremo modo di raccontarla altrove!

Tornando alla domanda, vorrei soffermarmi qui sul tema dei media e della manipolazione delle notizie, che è una tematica sicuramente molto attuale ma non appannaggio dei soli ‘nuovi media’. Le fake news, come la pubblicità e la propaganda, sono sempre esistite: a livelli e con impatti differenti sono strumenti strategici di manipolazione del consenso tanto più affilati quanto più sottovalutati. Ed ecco che il discorso della tematizzazione e del coraggio responsabile (il mio ‘dire l’indicibile’, che fa il paio con il richiamo all’attenzione, comprensione, consapevolezza di cui sopra) diventa essenziale. Torniamo alla crucialità del linguaggio, del suo uso e del suo abuso. Ma se da fruitori e fruitrici dei media (siano essi tradizionali o social), ciascuno e ciascuna di noi è responsabile della propria comprensione, rielaborazione e azione (si apre il tema della cittadinanza attiva, volendo!), da parte degli ‘erogatori di informazione’ il discorso è diverso.

Non si tratta infatti e solo di ‘lucidità’, quanto di deontologia professionale.

Giornalisti e giornaliste di ieri e di oggi non possono esimersi dalla responsabilità di ciò che scrivono (o che non scrivono) né sorvolare sulla qualità e affidabilità delle fonti o sulle buone pratiche esigite dall’ordine cui appartengono.

Sul fronte della narrazione mediatica della violenza di genere (e dei femminicidi, in particolare) c’è ancora tantissima strada da fare affinché le parole facciano ‘il loro lavoro’, ossia in-formino e non de-formino i fatti e le persone coinvolte.

Sul fronte della mia responsabilità personale, invece, vorrei raccontare un piccolo aneddoto.

Appena prima che ‘aprisse’ la mostra Indicibile (il 25 novembre 2020) tutto era pronto: il sito con la mappa era online; giornali, radio e social erano stati allertati; la cartella stampa era stata scritta ma non ancora illustrata…

Stavo per selezionare alcune immagini di Como fintamente tappezzata dei volti di Indicibile, quando un dubbio atroce ha paralizzato il mio agire: non potevo consegnare ai giornali immagini contraffate! Non potevo, io!, nutrire il sospetto e alimentare la pratica delle fake news! Un errore del genere avrebbe inficiato l’intera operazione. Non ci ho dormito, ma ci ho pensato.

L’indomani la soluzione mi si è palesata in tutto il suo splendore epistemologico.

Armata di macchina fotografica, ho scattato diverse foto al monitor del mio computer che visualizzava la mostra, badando bene a mantenere visibile il cursore che, online, permette di ‘attivare’ la mostra, ossia di vedere gli scorci della città alterati dalla sovrapposizione virtuale delle mie immagini.

In pratica, così facendo, invece di consegnare ai giornali delle ‘foto finte di Como’, ho potuto consegnare della ‘foto vere della mostra’.

Un dettaglio che forse in pochi hanno notato (nessuno?) ma che per me fa la differenza tra ingannare e stimolare il pensiero critico!

 Indicibile-stampe-fine-art-alle-bonicalzi

 

Una mostra che non c’è stata e che nessuno avrebbe comunque potuto vedere dal vivo è esistita perché se ne è parlato, perché è stata condivisa nei mondi virtuali della Rete. Mondi paralleli, reali come quelli fattuali, mediati dalla tecnologia e fruiti mediaticamente. Una mostra che testimonia il detto che «virtuale è reale» e che ha creato opportunità concrete di incontro, interazione, condivisione, relazione. Anche in assenza di corpo, volti e sguardi. Nel visitare online una mostra che sul volto è costruita. Un volto di donna (l’artista?). Sempre uguale a sé stesso e in apparenza muto, ma capace di veicolare sensazioni, percezioni e riflessioni suggerendo di rompere il silenzio (il mutismo di altri) attraverso azioni libere capaci di infrangerlo. Che importanza ha per lei il volto come superficie di senso, non solo immagine ma generatore di immagini, sguardo e linguaggio insieme? Crede di essere riuscita a raccontarne la sua profondità nell’esprimere l’animo interiore, il suo stare bene o male, il suo essere sereno o turbato, portatore di sentimenti compassionevoli o espressione di odio e cattiveria? 

No, non penso di aver raccontato la profondità di quel volto per due motivi differenti.

Primo: le immagini fotografiche, come i monitor dei devices che utilizziamo per visionarle, sono bidimensionali. Come sa chi fotografa, mostrano ma non dimostrano nulla. 

Secondo: come ci insegnano le neuroscienze, il nostro cervello è affamato di senso ma è anche ‘pigro’… tende a fare il minimo sforzo per comprendere il sufficiente per sopravvivere.

La scelta di costruire un’intera serie fotografica su uno stesso volto e sulla variazione del ‘contorno’ (la sua manipolazione e le scritte, ci torniamo dopo) va di pari passo con la chiamata in causa diretta dell’osservatore e dell’osservatrice. In pratica, più che dare risposte (o, peggio ancora, giudizi) ciò che a me preme è sollevare domande e, dunque, la partecipazione attiva di chi guarda. Anche perché è solo così che si innesca anche il tema della responsabilità di ciascuno.

È un po’ come quel famoso esperimento cinematografico costruttivista di inizio Novecento che accostava al fotogramma dello stesso volto fotogrammi via via sempre diversi, interrogando chi guarda sull’identità costante di quel volto o sulla sua alterazione in funzione del ‘contorno’ (o dello sguardo e delle aspettative altrui).

Ed è lo stesso discorso che vale per ‘virtuale’ e ‘reale’: per me – e la mostra ne è la ricaduta – virtuale è reale se condiviso… ossia se diviene esperienza e se tale esperienza si tra-duce (anche) a parole.

Visitare una mostra virtuale attraverso uno schermo e attivando un cursore è un’esperienza. Commentarla, amarla o odiarla, consigliarla o meno, volerne sapere di più è farne dia-logos, condivisione di pensiero.

In questo i nuovi media e le tecnologie di realtà virtuale o aumentata sono splendidi trampolini per un futuro più ricco. Io mi auguro che lo sia anzitutto di parole e diritti. Per tutti e tutte.

 

Indicibile-mix-opere

 

Sfogliando le 58 fotografie della (non)mostra si percepisce quanto il volto sia diverso dalle facce e la sua capacità, inesistente nelle facce associate ai profili di Facebook o Instagram, di provocare reazioni fisiche, rumorose, emozionali e psichiche e non soltanto verbali e virtuali. In un mondo abitato da macchine, avatar, simbionti e cyborg vari, l’umano si caratterizza per l’unicità del volto di ogni persona. La sua immagine incorporea però, come sosteneva il filosofo lituano-francese Emmanuel Lèvinas, è incapace di generare emozioni incarnate perché “il volto è il modo in cui si presenta l’Altro”. Un incontro tra simulacri e immagini può mostrare le qualità che li caratterizzano ma non può sostituire la presenza dell’Altro, nella sua bellezza così come nella sua negatività. Ma se reale è virtuale, volto e sua immagine sono forse la stessa cosa, entrambi capaci di lavorare sulla percezione e di creare relazioni con la realtà e con gli altri. Le sue immagini, di un volto sempre mutante, sembrano un tentativo di sostituire un volto reale con la sua espressività, empatia, desiderabilità, eroticità, capacità di sedurre, di chiedere aiuto e/o di minacciare. Crede che possa funzionare? Ha funzionato? 

Provenendo dal teatro, io ho sempre ragionato sul volto in termini di maschera/persona – quindi di dispositivo amplificatore di senso – e, personalmente, penso funzioni anche per avatar e identità virtuali (sebbene con le dovute differenze e specificità nella ‘messa in scena di sé’).

Indicibile avrebbe potuto aver per sottotitolo Una. Nessuna. Centomila.

Il volto rappresentato è uno (il mio), ma solo perché almeno uno era necessario e torturare il volto altrui sarebbe stato per me impossibile… Ha la pretesa d’essere universale (e quindi di non appartenere a nessuna in particolare): per questo è ‘ridotto all’osso’, in bianco e nero, senza orpelli, dettagli, accessori o espressioni. Parlando di violenza, fisica e psicologica, quel volto parla però dell’esperienza di centinaia di migliaia di donne (e non solo) vittime della prigione peggiore: quella della propria casa, del proprio compagno, della quotidianità (amplificata enormemente dal lockdown imposto dalla pandemia).

Detto ciò, è vero che nell’esperienza virtuale (soprattutto se differita), si avverte molto la mancanza dell’altro, dello sguardo condiviso, dello scambio costruttivo e costituente.

Per questo Indicibile è diventato anche un laboratorio per le scuole, dal titolo L’immagine e il volto.

Sperimentato con successo con ragazzi e ragazze della scuola secondaria di primo e di secondo grado, il laboratorio parte dalla percorrenza della mostra per sensibilizzare sul tema del coraggio di reagire all’ingiustizia e alla prevaricazione (un tema molto caro alle e agli studenti!), per dedicarsi poi a un lavoro molto concreto a partire dal proprio volto e dalla manipolazione guidata di una propria immagine fotografica.

Attraverso diverse attività analogiche di decostruzione, trasformazione e ricostruzione della propria immagine, si scoprono molte cose di sé: a partire dall’asimmetricità di chiunque, per giungere alla valorizzazione della bellezza, unica, di ciascun volto! 

Sul sito della mostra (https://www.allebonicalzi.com/indicibile/category/commenti) sono riportati moltissimi commenti delle centinaia di persone che hanno partecipato a questo laboratorio e i risultati sono sorprendentemente coerenti e ricorrenti: allo stupore iniziale (scaturigine del filosofare stesso) segue la fatica e lo sforzo di un ingaggio fisico, manuale, con qualcosa che siamo abituati e abituate a considerare immateriale e tutto sommato fluido (modificare digitalmente un’immagine è operazione comune ai più… talmente facile e delegata a software dedicati che stentiamo ad assumercene la responsabilità, con il ‘bel’ risultato di non riconoscerci più nel nostro vero volto, bensì solo nella sua versione ‘instagrammabile’), L’approdo del laboratorio è la riscoperta della propria tridimensionalità, non solo fisica ma anche psichica. Vedersi davvero per potersi ri-pensare anche attraverso parole nuove. 

 INDICIBILE-la mappa-online-Como-Viale-Lecco-Alle-Bonicalzi.

 

Sfogliando le sue immagini è impossibile non interrogarsi sull’indicibile che ne emerge. Ogni immagine genera domande, obbliga a dismettere il pensiero binario così come quello conformistico per interrogarsi sulla realtà. Una realtà che vede ogni giorno volti femminiliStropicciati, tagliati, feriti, bruciati, soffocati… comunque violentemente negati” (lo erano/sono anche quelli delle donne segate, schiacciate e torturate tra gli applausi sui palchi di maghi e illusionisti vari). Chi guarda è per definizione coinvolto ma forse il messaggio disincarnato è condizionato dal linguaggio fotografico (artistico) digitale (tecnologico) utilizzato. Ci può raccontare qualcosa del linguaggio da lei scelto e delle scelte fatte per ottenere attenzione, per trattenerla, per farsi ascoltare, per rompere il silenzio mortifero che ci accompagna (non solo nella pandemia) per provocare reazioni e riflessioni? 

Penso di aver già risposto in parte alle domande suggerite qui, ma mi preme aggiungere una riflessione sul tema dello sguardo, sempre sotteso.

Vorrei riprendere il discorso della rappresentazione della violenza di genere nei media per allargare il discorso alla rappresentazione delle donne (e delle minoranze) per giungere a una riflessione più ampia, sulla responsabilità della fotografia e dello sguardo che la produce. Cercherò d’essere sintetica, quindi perdonate se non esplicito tutti i passaggi.

È inaccettabile che, ancora, la violenza di genere sia spesso raccontata con parole imprecise o tendenziose (non sono raptus, chi uccide non amava alla follia, non si indaga la vittima per come era vestita invece del carnefice ignaro del concetto di consenso!) e tramite immagini stereotipate e fruste (la classica mano in primo piano con donna sfocata sullo sfondo, per tralasciare l’insulto implicito in ritratti estetizzanti di donne con lividi e tagli confezionati ad arte) se non addirittura indecenti (non si può illustrare un femminicidio con una foto di Facebook della vittima sorridente tra le braccia del suo futuro carnefice!).

È inaccettabile che, ancora, si recalcitri nell’accogliere il femminile di parole che dicono di un presente in cui le donne sono (anche) avvocate, ministre, architette e sindache, facendo finta di non capire che il maschile sovraesteso è di ostacolo nel dire la contemporaneità e nella progettazione di un futuro più equo e accogliente della differenza.

È doveroso per me, filosofa e fotografa, decidere come usare lo strumento che ho scelto per intervenire nel mondo. 

La fotografia, come il linguaggio, è uno strumento. Non è buono o cattivo in sé ma dipende dall’uso che se ne fa. 

A differenza e contro un uso predatorio e voyeuristico di tanta fotografia (soprattutto maschile ma non solo), per me non si tratta di ‘immortalare’ né di ‘sparare’ foto (to shoot, si dice in inglese), bensì di costruire e attivare dispositivi vivificanti, creativi, fertili.

Ciò che mi preme, come filosofa e fotografa, è dare corpo, voce e luce a nuovi progetti e nuovi soggetti. Come formatrice, il mio campo di azione è spesso la scuola: palestra ideale per allenare uno sguardo nuovo, critico, responsabile. Riconoscente, nella duplice accezione del saper riconoscere e ringraziare.

 Indicibile-timbratura-mixed-media-allebonicalzi 

 

Ci può raccontare come sono state realizzate le fotografie della sua mostra? A quali scelte temporali, estetiche, fotografiche e narrative si è ispirata? 

Le immagini di Indicibile sono stratificazioni. In gergo si dicono realizzate in mixed media perché sottoposte a processi differenti, sia per statuto (alcuni  passaggi sono analogici, altri digitali) sia per linguaggio (alcuni interventi sono verbali, altri iconici, altri materici). 

Nel dettaglio, una singola fotografia iniziale è stata sviluppata in bianco e nero e stampata ‘grossolanamente’ su carta uso mano in varie copie. Ciascuna copia è stata sottoposta dapprima a una pars destruens (una differente manipolazione aggressiva) e poi a una pars construens (rifotografata con grande cura, ciascuna immagine è stata poi stampata a regola d’arte, con inchiostri e carte fine art) e, in un continuo dialogo tra analogico e digitale, è stata poi timbrata a mano (è l’inserimento della parte testuale, disturbante, provocatoria), numerata e firmata.

Alla violenza inflitta – quasi per contrappasso con il tema reale – si è voluto cioè affiancare un processo di cura, che è parte del messaggio insito del progetto: l’arte, la creatività possono farsi strumento di salvezza. 

È il tema portante del laboratorio con le ragazze e i ragazzi nelle scuole.

 

Immagine-e-il-volto-laboratorio-mixed-media-allebonicalzi

 

Infine, se ho letto bene, lei si fa portatrice di un messaggio urgente legato a tematiche del momento che interessano il diritto a essere persone, integre, sempre. L’urgenza credo sia collegata alla realtà che vede questo diritto sempre negato, in particolare per le donne e i loro corpi. Un diritto negato che proprio per questo va difeso, (ri)affermato, e nutrito sistematicamente. Può elaborare meglio per chi legge il suo pensiero?

Essere guardati e guardate non basta.
Ciò che è fondamentale nell’incontro con l’altro-da-sé è vedere.

Riconoscere alla persona che ho di fronte uno statuto ontologico paritario.

E non perché siamo uguali. Anzi.
Perché è nella differenza che riconosco e mi riconosco.

Ed è in questo processo di accoglienza o, meglio, di convivenza delle differenze che il rispetto dell’integrità (propria e altrui) si fa decisivo. 

Guardo e vedo non per confermare ciò che conosco, che so già o che mi somiglia… vedo e accolgo dell’altro anzitutto l’alterità che si fa domanda.

Più che parlare, ci si mette in ascolto.

Solo così diventa possibile dire l’indicibile e, in ultima analisi, vedere l’invisibile. 

Per questo servono uno sguardo nuovo e parole nuove.

Per questo il discorso portato avanti con Indicibile non è che una tappa di un percorso più ampio, che parte dai miti e dagli archetipi del maschile e del femminile (www.allebonicalzi.com/personal) e che prosegue con l’incontro con l’adolescenza e la comunità lgbtqia+ (www.allebonicalzi.com/alle-donne/invisibili-il-laboratorio-per-adolescenti).

Immagine-e-volto-laboratorio-analogico-allebonicalzi

 

Nel ringraziarla, vuole aggiungere qualcos’altro?  

Direi che per dire l’Indicibile abbiamo detto già moltissimo.
Per chi non avesse voglia e tempo di leggere tutto, suggerirei di leggere almeno questo: Scegli. Sempre, Con cura.

Le parole e le immagini sono potenti e mai neutre: ciascuno e ciascuna di noi ha la possibilità e la responsabilità di sceglierle con cura. Per raccontare di sé e dell’altro-da-sé. Per cambiare il mondo e farne un luogo più gentile.

Grazie per questa opportunità di condivisione. 

Alle Bonicalzi 

 

 

BIO IN BREVE

Alle Bonicalzi è fotografa professionista, filosofa e formatrice con sede a Villa Guardia (Como). 

Si occupa soprattutto di fotografia di ritratto, con un occhio di riguardo per le donne. Il suo lavoro di ricerca è visibile sul suo sito:
www.allebonicalzi.com/personal 

Condivide la sua visione del mondo con
il per-corso 
#AITO: Attraverso i tuoi occhi –
10 lezioni di fotografia per tutti.

Fa parte dell’Associazione Italiana Fotografi Professionisti Tau Visual e della Light Painting World Alliance ed è tra i pochissimi artisti e artiste in Italia a utilizzare la tecnica del light painting applicata al ritratto.

Il suo lavoro commerciale è visibile qui:
www.allebonicalzi.com/alle-donne
www.allebonicalzi.com/alle-spose

 

 

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