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Stiamo attraversando una crisi che prelude all’avvento di un nuovo paradigma (Annarita Dibenedetto)

Stiamo attraversando una crisi che prelude all’avvento di un nuovo paradigma (Annarita Dibenedetto)

10 Dicembre 2020 Interviste filosofiche
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Ogni epoca storica si regge su determinate coordinate valoriali e teorie che fondano e dirigono l’agire umano, con incursioni anche nella vita individuale di ciascuno di noi. Ecco, l’impatto della tecnologia nelle nostre esistenze sta sicuramente creando delle crepe nei presupposti del precedente paradigma, gettando i semi del prossimo. Come verrà definito, non so, ma certamente al centro di questa nuova instaurazione di valori vi è la tecnologia. L’intelligenza artificiale, intesa come insieme di pratiche che riescono ad attuare scenari ritenuti fantascienza sino a qualche tempo fa, è già qualcosa che va oltre la mera tecnica: non solo piega la natura cambiando il nostro punto di vista su di essa, ma anche riprogetta, ricrea la realtà, pure nella sua declinazione umana.

"Diogene […] obiettò una volta che gli si facevano le lodi di un filosofo: “Che cosa mai ha da mostrare di grande, se da tanto tempo pratica la filosofia e non ha ancora turbato nessuno?” Proprio così bisognerebbe scrivere sulla tomba della filosofia della università: “Non ha mai turbato nessuno” (F. Nietzsche, Considerazioni inattuali III. Schopenhauer come educatore, tr. it. di M. Montinari, in F. Nietzsche, Opere, vol. III, tomo I, Adelphi, pag. 457)."

 

Sei filosofo, sociologo, piscologo, studioso della tecnologia o semplice cittadino consapevole della Rete e vuoi partecipare alla nostra iniziativa con un contributo di pensiero? .

Tutti sembrano concordare sul fatto che viviamo tempi interessanti, complessi e ricchi di cambiamenti. Molti associano il cambiamento alla tecnologia. Pochi riflettono su quanto in profondità la tecnologia stia trasformando il mondo, la realtà oggettiva e fattuale delle persone, nelle loro vesti di consumatori, cittadini ed elettori. Sulla velocità di fuga e volontà di potenza della tecnologia e sulla sua continua evoluzione, negli ultimi anni sono stati scritti numerosi libri che propongono nuovi strumenti concettuali e cognitivi per conoscere meglio la tecnologia e/o suggeriscono una riflessione critica utile per un utilizzo diverso e più consapevole della tecnologia e per comprenderne meglio i suoi effetti sull'evoluzione futura del genere umano.

Su questi temi SoloTablet sta sviluppando da tempo una riflessione ampia e aperta, contribuendo alla più ampia discussione in corso. Un approccio usato è quello di coinvolgere e intervistare autori, specialisti e studiosi che stanno contribuendo con il loro lavoro speculativo, di ricerca, professionale e di scrittura a questa discussione.

In questo articolo proponiamo l’intervista che Carlo Mazzucchelli  ha condotto con Annarita Dibenedetto Counselor filosofico

Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione sull'era tecnologica e dell'informazione che viviamo? 

Sono un filosofo. Mi piacerebbe definirmi semplicemente così, ma non è sufficiente per far comprendere in che modo viva di Filosofia. Perché oggi la visione di questa professione è adombrata dal pregiudizio di inutilità cui si riferisce Nietzsche nella citazione dell’incipit della presente intervista.

Egli non ha tutti i torti: la filosofia dell’università non turba nessuno (a suo giudizio). Eppure la Filosofia nasce dal turbamento, dal θαῦμα (thauma), che non è la mera meraviglia, come una certa vulgata vuole. L’esistenza è fortemente impregnata di turbamento, le situazioni limite di cui Jaspers parlava sono eventi ineluttabili che inquietano e gettano nell’angoscia ogni individuo, e dal turbamento nascono le domande… la prima tra tutte è “perché?”. Perché viviamo? Perché l’essere piuttosto che il nulla? Perché ci ammaliamo e moriamo? Inevitabilmente, nel suo percorso esistenziale, l’uomo incappa in questi interrogativi. E da qui nasce la Filosofia. Tutti pensiamo, e – a differenza degli animali – siamo dotati di meta-pensiero, ovvero necessitati a chiederci il perché del perché di qualsiasi cosa. La filosofia oggi, invece, è percepita dai più come fine a se stessa, lontana dalla fattualità dell’esistenza e mera elucubrazione imbastita di termini incomprensibili ai non filosofi… Ma questa è la filosofia accademica contro cui si scaglia colui che ha dato vita alla mia professione: Gerd Achenbach.

Sono un filosofo, ma devo definirmi, dunque, counselor filosofico per connotare la Filosofia in cui credo e che utilizzo nella mia professione: una Filosofia viva, che aiuti le persone a conoscersi, comprendersi in prima persona e reciprocamente, che accompagni in un processo di chiarificazione dei propri pensieri e vissuti, nel tentativo di affrontare le suddette situazioni limite, così come tutte le difficoltà esistenziali in cui ci imbattiamo. Il counseling filosofico è dunque una relazione di aiuto che si avvale di questa filosofia incarnata per aiutare l’altro a sciogliere i problemi esistenziali che gli impediscono di tendere a una vita congrua, alla realizzazione del proprio progetto esistenziale.

Per questo, dopo la laurea magistrale in Filosofia, ho sentito l’esigenza di trovare una declinazione pratica di quella che non è una semplice materia di studio, bensì sostanza della mia esistenza. La vocazione all’ascolto e la volontà di prendermi cura dell’altro hanno trovato un perfetto connubio nel percorso triennale di master che ho deciso di fare iscrivendomi alla prima scuola che ha portato in Italia il Counseling Filosofico, ovvero la SSCF dell’ISFiPP, presso cui oggi ho il privilegio di insegnare.

Questa professione mi consente di accompagnare alla scoperta della loro visione del mondo sia i singoli, che vengono da me per malessere esistenziale, sia i gruppi, con cui lavoro soprattutto in quanto formatrice mediante le pratiche filosofiche, in diversi settori organizzativi.

Infine collaboro con una casa editrice in qualità di autrice di contenuti filosofici pratici e ho aperto un blog come opportunità per con-filosofare: pensare assieme (Filosofia di Bene, Counseling Filosofico) 

 

Secondo il filosofo pop del momento, Slavoj Žižek, viviamo tempi alla fine dei tempi. Quella del filosofo sloveno è una riflessione sulla società e sull'economia del terzo millennio ma può essere estesa anche alla tecnologia e alla sua volontà di potenza (il technium di Kevin Kelly nel suo libro Cosa vuole la tecnologia) che stanno trasformando il mondo, l'uomo, la percezione della realtà e l'evoluzione futura del genere umano. La trasformazione in atto obbliga tutti a riflettere sul fenomeno della pervasività e dell'uso diffuso di strumenti tecnologici ma anche sugli effetti della tecnologia. Qual è la sua visione attuale dell'era tecnologica che viviamo e che tipo di riflessione dovrebbe essere fatta, da parte dei filosofi e degli scienziati ma anche delle singole persone? 

Non direi che viviamo “tempi alle fine dei tempi”, bensì che stiamo attraversando una di quelle crisi che preludono – nella visione ad esempio propugnata da Thomas Kuhn – all’avvento di un nuovo paradigma.

Ogni epoca storica si regge su determinate coordinate valoriali e teorie che fondano e dirigono l’agire umano, con incursioni anche nella vita individuale di ciascuno di noi. Ecco, l’impatto della tecnologia nelle nostre esistenze sta sicuramente creando delle crepe nei presupposti del precedente paradigma, gettando i semi del prossimo. Come verrà definito, non so, ma certamente al centro di questa nuova instaurazione di valori vi è la tecnologia. L’intelligenza artificiale, intesa come insieme di pratiche che riescono ad attuare scenari ritenuti fantascienza sino a qualche tempo fa, è già qualcosa che va oltre la mera tecnica: non solo piega la natura cambiando il nostro punto di vista su di essa, ma anche riprogetta, ricrea la realtà, pure nella sua declinazione umana.

Questo implica uno scarto gnoseologico dell’esistenza dell’uomo che dovrà, prima o poi, convivere con ciò che è in grado di ricrearla e – in alcuni casi – di sostituirla. L’intelligenza artificiale, la rivoluzione biomedica, le nanotecnologie: siamo ben oltre la rivoluzione industriale di cui parlava Eric Hobsbawn, ad esempio. Siamo al cospetto di un nuovo paradigma in questo senso: non solo macchine, ma macchine intelligenti, possibilmente ancora più dell’uomo. Per fronteggiare ed essere pronti all’alba della nuova era – che definirei “transtecnica” –, dobbiamo ripensare i nostri valori, quindi favorire un confronto dialogico su più fronti per fondare nuovamente l’etica necessaria a supportare questa nuova dimensione cui presto dovremo abituarci. L’uomo cambia e così il mondo in cui vive. Cosa meglio della Filosofia può essere indicata per ripensare i presupposti su cui le nostre esistenze si reggono?

Se ogni persona è portatrice di una singola, unica e irripetibile visione del mondo, ecco che questa deve potersi inserire all’interno della macro-visione del mondo che il paradigma nascente impone, quindi essere consapevole, autonomamente fondata e “critica” nei confronti delle nuove coordinate indicate dal contesto socio-culturale. 

 

Miliardi di persone sono oggi dotate di smartphone usati come protesi tecnologiche, di display magnetici capaci di restringere la visuale dell'occhio umano rendendola falsamente aumentata, di applicazioni in grado di regalare esperienze virtuali e parallele di tipo digitale. In questa realtà ciò che manca è una riflessione su quanto la tecnologia stia cambiando la vita delle persone (High Tech High Touch di Naisbitt) ma soprattutto su quali siano gli effetti e quali possano esserne le conseguenze.  Il primo effetto è che stanno cambiando i concetti stessi con cui analizziamo e cerchiamo di comprendere la realtà. La tecnologia non è più neutrale, sta riscrivendo il mondo intero e il cervello stesso delle persone. Lo sta facendo attraverso il potere dei produttori tecnologici e la tacita complicità degli utenti/consumatori. Come stanno cambiando secondo lei i concetti che usiamo per interagire e comprendere la realtà tecnologica? Ritiene anche lei che la tecnologia non sia più neutrale?

Ecco. Quando parlo della necessità di ripensare i propri orizzonti valoriali, intendo proprio questo: comprendere che siamo immersi nel mutamento, come Eraclito ci insegna, e che dobbiamo scegliere se esserne in balìa o se assecondarlo con consapevolezza. Bisogna comprendere che cambiano anche i concetti, appunto; che mutano le modalità di comunicare e di essere in relazione, a causa o per merito della tecnologia; stiamo imparando un nuovo modo di comunicare, essenziale – ad esempio – nei messaggi veicolati dai social, in cui le emozioni vengono espresse tramite emoticons, gif, stati, post… I tempi si restringono e noi dovremmo essere sollevati dal carattere smart dei mezzi informatici, guadagnare tempo; invece spesso ne siamo preda, divenendo assenti (in presenza) ma sempre presenti in quanto “connessi”. L

a tecnologia è neutrale o meno a seconda dell’uso che decidiamo di farne.

Sottolineo il carattere di libera scelta che ne sta a fondamento perché è qui la questione: come scelgo di avvalermi di questa opportunità? Cosa ne voglio fare? Come posso trarne beneficio e renderla strumento di libertà (ad esempio, di libertà di parola: ormai tutti possono dire la loro, anche a costo di essere bannati o cancellati dall’eventuale social utilizzato per esprimersi) e non ennesimo vincolo di asservimento? La decisione spetta a ciascuno di noi. Per questo è fondamentale conoscersi, essere autonomi, non esposti all’orizzonte globalizzante che potrebbe divenire la cornice della nostra esistenza. E la Filosofia aiuta proprio in questa acquisizione di consapevolezza. 

 

Secondo il filosofo francese Alain Badiou ciò che interessa il filosofo non è tanto quel che è (chi siamo!) ma quel che viene. Con lo sguardo rivolto alla tecnologia e alla sua evoluzione, quali sono secondo lei i possibili scenari futuri che stanno emergendo e quale immagine del mondo futuro che verrà ci stanno anticipando? 

Per Badiou, “ciò che viene” è l’evento; ossia un qualcosa che irrompe nel mondo, che dunque spezza la nostra normalità, la routine cui siamo abituati, generando sorpresa, disappunto, paura, curiosità, terrore… In questo senso, la tecnologia è un evento, che sta (s)travolgendo – dall’interno e in maniera sempre più invasiva – il nostro quotidiano. I bambini di oggi vengono definiti “nativi digitali”; per loro, quindi, la tecnologia non è un evento, bensì qualcosa che connota ab origine il loro essere-nel-mondo. Per noi, invece, di evento si tratta: ci stiamo abituando alla presenza della tecnologia nella nostra vita, chi con maggiore e chi con minore spirito di adattamento.

Ci si abitua a tutto, alcuni dicono. Ma ciò è bene o è male?

Nietzsche ci indicherebbe l’amor fati per “digerire” la nuova realtà con cui dobbiamo fare i conti: senza doverci rassegnare, possiamo quindi scegliere di vivere nella realtà tecnologica in cui siamo gettati, scegliendola. La differenza è sempre la libertà con cui ci approcciamo al nuovo cui l’evento ci pone di fronte. Dobbiamo poter scegliere e non rimanere imbrigliati nella necessità assecondando il Man secondo cui “così vanno le cose”.

Possiamo e dobbiamo tendere all’Autenticità anche in presenza dei costrutti e alla virtualità, ad esempio, della tecnologia. Gli scenari possono essere infinitamente rappresentabili. Un esempio molto pregnante di quello che potrebbe essere il futuro all’insegna della tecnologia è fornito dalla serie televisiva Black Mirror, in cui transumanesimo ed effetti collaterali dell’utilizzo della tecnologia sono molto ben ipotizzati. Sono scenari distopici spesso e volentieri, ma non è detto che sia così. Dipende da come vogliamo e vorremo utilizzare gli strumenti che noi stessi produrremo. Quindi dalla nostra consapevole libertà. 

 

Secondo alcuni, tecnofobi, tecno-pessimisti e tecno-luddisti, il futuro della tecnologia sarà distopico, dominato dalle macchine, dalla singolarità di Kurzweil (la via di fuga della tecnologia) e da un Matrix nel quale saranno introvabili persino le pillole rosse che hanno permesso a Neo di prendere coscienza della realtà artificiale nella quale era imprigionato. Per altri, tecnofili, tecno-entusiasti e tecno-maniaci, il futuro sarà ricco di opportunità e nuove utopie/etopie. A quali di queste categorie pensa di appartenere e qual è la sua visione del futuro tecnologico che ci aspetta? E se la posizione da assumere fosse semplicemente quelle tecno-critica o tecno-cinica? E se a contare davvero fosse solo una maggiore consapevolezza diffusa nell'utilizzo della tecnologia? 

La posizione da perseguire, a mio avviso, dovrebbe essere non quella della tecnologia, bensì della “tecnologia del sé”.

Non bisogna, dunque, né meramente condannare la tecnologia né erigerla a soluzione di tutti i mali. Si dovrebbe tendere a quella che Michel Foucault definiva “estetica dell’esistenza”, problematizzando dunque il nostro rapporto con la tecnologia stessa:

“è proprio questo il compito di una storia dei comportamenti o delle rappresentazioni: definire le condizioni nelle quali l’essere umano «problematizza» ciò che è, ciò che fa e il mondo in cui vive”.

Ispirandosi alla cultura greca, il pensatore francese riteneva che la problematizzazione fosse legata ad un insieme di pratiche che egli definisce “arti dell’esistenza, intendendo con questo delle pratiche ragionate e volontarie attraverso le quali gli uomini non solo si fissano dei canoni di comportamento, ma cercano essi stessi di trasformarsi, di modificarsi nella loro essenza singola, di fare della loro vita un’opera che esprima certi valori estetici e risponda a determinati criteri di stile. ”[1].

Foucault, insomma, ci indica la via: al cospetto dell’imperversante tecnologia e del nuovo paradigma che ne conseguirà, spetta all’uomo mettere in atto queste tecniche del sé per connotare esteticamente la sua esistenza, decidendo quindi su quali valori fondarne l’uso, sempre secondo misura, come appunto i greci erano soliti fare anche nell’esplicazione della sessualità, ad esempio. Nulla è nocivo se opportunamente vissuto e utilizzato.

 

Mentre l'attenzione dei media e dei consumatori è tutta mirata alle meraviglie tecnologiche di prodotti tecnologici diventati protesi operative e cognitive per la nostra interazione con molteplici realtà parallele nelle quali viviamo, sfugge ai più la pervasività della tecnologia, nelle sue componenti nascoste e invisibili. Poca attenzione è dedicata all'uso di soluzioni di Cloud Computing e ancora meno di Big Data nei quali vengono archiviati miliardi di dati personali. In particolare sfugge quasi a tutti che il software sta dominando il mondo e determinando una rivoluzione paragonabile a quella dell'alfabeto, della scrittura, della stampa e di Internet. Questa rivoluzione è sotterranea, continua, invisibile, intelligente, Fatta di componenti software miniaturizzati, agili e leggeri capaci di apprendere, di interagire, di integrarsi e di adattarsi come se fossero neuroni in cerca di nuove sinapsi.  Questa rivoluzione sta cambiando le vite di tutti ma anche la loro percezione della realtà, la loro mente e il loro inconscio. Modificati come siamo dalla tecnologia, non ci rendiamo conto di avere indossato delle lenti con cui interpretiamo il mondo e interagiamo con esso. Lei cosa ne pensa? 

Io credo che tutti indossiamo delle lenti, attraverso le quali guardiamo il mondo, pensando che esso esista esattamente come lo contempliamo mediante queste. Il fatto è che non ne siamo consapevoli, spesso.

La visione del mondo, su cui si incentra l’indagine dialogica del counselor filosofico, è proprio volta ad accompagnare la persona che gli si rivolge alla conoscenza di queste lenti, che avranno un colore diverso a seconda di ciascuno. Lo stesso evento, infatti, può sortire reazioni differenti nella vita di due persone diverse…

Spesso la visione del mondo è inconsapevole, per cui si aiuta l’individuo a prenderne consapevolezza; altre volte si regge su presupposti, principii, regole, valori e credenze inculcati dall’esterno; sicuramente sono sempre anche frutto di quello che siamo a livello genetico e spesso non si tiene conto di come il nostro DNA possa influenzarci anche nel modo di intendere l’esistenza.

Insomma, si cerca di far conoscere, riscoprire o rifondare la visione del mondo del consultante, al fine di farlo tendere a una congruenza interiore che gli consenta di vivere un’esistenza (estetica) autentica. Quindi non solo la tecnologia, ma anche la vita atecnologica può fuorviare il singolo se non possiede contezza di sé. Il discorso è sempre lo stesso: per muoversi serenamente nel mondo e nella vita, così come per sentirsi a posto nella propria pelle, è necessaria la tensione al conoscere se stessi, come ci insegna Socrate.

Usare impropriamente la tecnologia sortisce gli stessi danni di un “uso” inconsapevole di sé e del tempo concessoci per realizzarci. 

 

Se il software è al comando, chi lo produce e gestisce lo è ancora di più. Questo software, nella forma di applicazioni, è oggi sempre più nelle mani di quelli che Eugeny Morozov chiama i Signori del silicio (la banda dei quattro: Google, Fcebook, Amazon e Apple). E' un controllo che pone il problema della privacy e della riservatezza dei dati ma anche quello della complicità conformistica e acritica degli utenti/consumatori nel soddisfare la bulimia del software e di chi lo gestisce. Grazie ai suoi algoritmi e pervasività, il software, ma anche la tecnologia in generale, pone numerosi problemi, tutti interessanti per una una riflessione filosofica ma anche politica e umanistica, quali la libertà individuale (non solo di scelta), la democrazia, l'identità, ecc. (si potrebbe citare a questo proposito La Boétie e il suo testo Il Discorso sulla servitù volontaria). Lei cosa ne pensa? 

Si ritorna alla solita questione: conoscersi. Se ci conosciamo, siamo meno esposti all’eteronomia, ai dettami esterni, alle influenze, alle mode; o se vi siamo inclini, laddove vi è conoscenza di sé, vi è comunque libertà di scegliere: non si subisce passivamente, ma si decide se abbracciare o meno l’offerta onnipervasiva della rete. Bisogna avere delle coordinate esistenziali ben salde per tutelare la propria autonomia.

Il Sapere aude! kantiano ci invita proprio a svincolarci dallo stato di servitù intellettuale in cui si incappa se non si lavora quotidianamente per capire chi si è, cosa vogliamo e che senso dare alla nostra esistenza. Etica, tecniche del sé, pratiche filosofiche sono tutte declinazioni del potenziale della Filosofia intesa come ricerca incessante di risposte auto-fondate, in grado di proteggerci dall’eccessiva esposizione cui siamo sottoposti da un eventuale utilizzo inconsapevole della tecnologia, che può appunto invadere la nostra privacy, farci diventare ingranaggi all’interno di un’opportunità in cui invece non dovremmo mai avere il ruolo di spettatori, bensì di attori. 

 

Una delle studiose più attente al fenomeno della tecnologia è Sherry Turkle. Nei suoi libri Insieme ma soli e nell'ultimo La conversazione necessaria, la Turkle ha analizzato il fenomeno dei social network arrivando alla conclusione che, avendo sacrificato la conversazione umana alle tecnologie digitali, il dialogo stia perdendo la sua forza e si stia perdendo la capacità di sopportare solitudine e inquietudini ma anche di concentrarsi, riflettere e operare per il proprio benessere psichico e cognitivo. Lei come guarda al fenomeno dei social network e alle pratiche, anche compulsive, che in essi si manifestano? Cosa stiamo perdendo/guadagnando da una interazione umana e con la realtà sempre più mediata da dispositivi tecnologici? 

Si sta definendo, inevitabilmente, un nuovo essere-nel-mondo.

Di conseguenza non penso si debbano demonizzare in toto i social network, l’importante è – in virtù dell’autonomia e della consapevolezza – non farsene usare ma usarli, per entrare in relazione con l’altro attraverso questa nuova modalità. Ci sono persone che ne fanno un uso improprio, che creano sino a n profili fake inscenando vite, interessi, scopi diversi; per quanto possa essere affascinante avere n identità, non possiamo ovviare all’unicità di cui siamo portatori. Complice la pandemia, di recente abbiamo tutti – credo – rivalorizzato social e mezzi tecnologici che ci hanno permesso, comunque, di stare in relazione: di vederci, guardarci, ascoltarci, arricchirci (studiando, seguendo webinar, etc.). Dovremmo ricordare quanto appreso da questa esperienza che, sebbene indicativa della solitudine costitutiva con cui veniamo al mondo e con cui ne dipartiamo, ci ha consentito di percepirci meno in balìa di noi stessi.

La Filosofia ha un inevitabile compito educativo: attraverso il confronto col pensiero di chi ci ha preceduto, volto alla conoscenza di sé, possiamo facilitare nei giovani la comprensione del mezzo e stimolare una riflessione finalizzata a garantire un utilizzo virtuoso dei social come ennesima declinazione dell’essere-nel-mondo, dello stare in relazione, del comunicare con l’altro.

Le pratiche filosofiche (PF), ad esempio, offrono moltissimi spunti in questo senso, data la versatilità applicativa che li caratterizza e il loro fondarsi sul dialogo reciproco: ascolto attivo, sospensione del giudizio, libera espressione di sé, empatia. Sono tutti ingredienti che si ritrovano nelle PF, quali dialogo socratico, comunità di ricerca, Philosophy for children, cafe philo. Non si arriva a risposte, ma si sosta nella domanda, si con-filosofa, al fine di far emergere la pluralità dei punti di vista sulla questione oggetto della pratica filosofica. Non si insegnerebbe ai ragazzi come usare i media tecnologici, bensì li si aiuterebbe a capire come pensano di poterli/volerli usare, cosa sia giusto o sbagliato per loro, che cosa ciascuno di loro pensi circa la comunicazione che viene agita nei social, etc. La pluralità dei rispettivi punti di vista avrà voce e non fomenterà il relativismo dei costumi e dei comportamenti, bensì arricchirà il punto di vista di ciascun partecipante. 

 

In un libro di Finn Brunton e Helen Nissenbaum, Offuscamento. Manuale di difesa della privacy e della protesta, si descrivono le tecniche che potrebbero essere usate per ingannare, offuscare e rendere inoffensivi gli algoritmi di cui è disseminata la nostra vita online. Il libro propone alcuni semplici comportamenti che potrebbero permettere di difendere i propri spazi di libertà dall'invadenza della tecnologia. Secondo lei è possibile difendersi e come si potrebbe farlo? 

Secondo me, e dato quanto sopra, è possibile farlo mediante un’integrazione tra etica e tecnologia. Esse devono collaborare, al fine di garantire lo spazio della libertà e dell’unicità di ciascun singolo individuo. Ed è un fronte su cui già si sta lavorando: oggi, difatti, l’etica si interroga su come apportare benefici all’intelligenza artificiale, ad esempio. Gli algoritmi su cui alcuni suoi utilizzi si fondano, hanno mostrato delle crepe, facendo emergere l’esigenza di un ripensamento valoriale degli stessi. Esiste tutta una letteratura che mette in luce i limiti del machine learning (o deep learning), che dovrebbe ovviare alla presenza umana in determinati processi decisionali, quali la concessione di un mutuo o l’affidare una mansione lavorativa, etc.; queste procedure dovrebbero usare la logica per risolvere situazioni problematiche, decisionali, ipotizzando soluzioni, al fine di alleggerire il lavoro dell’essere umano.

Eppure esse sono viziate dai bias della logica stessa, decretando così quanto sia insostituibile l’apporto del punto di vista umano in determinati processi. L’etica vuole proprio ovviare a ciò, alle eventuali discriminazioni (come la letteratura dimostra), a eventuali categorizzazioni in cui la singolarità di ciascuno viene meno venendo invece ricompresa all’interno del processo stesso. Vi è, insomma, la necessità di sinergia nel rapporto tra etica e tecnologia perché l’uomo sia sempre la centro di ciò che lui stesso ha creato per tendere a una miglior vita.  

 

Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l'iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a? 

Potrei riempire pagine e pagine di suggerimenti, sulla base dei miei interessi e dei pareri sopra esposti; tuttavia non sarebbe deontologico. In quanto counselor filosofico, infatti, non posso né voglio insegnare nulla; l’unica cosa che posso affermare è che ognuno debba nutrire se stesso di quello che lo aiuti ad entrare, conoscere e dipanare la propria visione del mondo.

Non ci si deve mai accontentare di risposte precostituite, bensì avere il coraggio di accogliere l’incertezza, di sostare nelle domane, al fine di rintracciare le proprie risposte, anche mediante il confronto con gli altri, il dialogo con chi incontriamo e con chi ci ha preceduto. Perché, ricordiamoci, che siamo quello che siamo anche in virtù del rapporto che abbiamo con gli altri, oltre che con noi stessi. Entrambi devono essere autenticamente ed autonomamente fondati. 

Cosa pensa del nostro progetto SoloTablet? Ci piacerebbe avere dei suggerimenti per migliorarlo! 

Ho accolto questa opportunità con gratitudine perché penso che il progetto rappresenti uno spazio per gettare stimoli, per aiutare le persone ad avere consapevolezza, ampliare la loro riflessione.

Credendo nel potenziale del dialogo e del confronto reciproco – quello che definiamo synphilosophein –, penso possa essere molto utile dare la possibilità ai lettori e agli autori stessi di interagire tra di loro, facilitando gli scambi e tendere così ad un ulteriore arricchimento reciproco. 

 



[1] Michel Foucault, L’uso dei piaceri. Storia della sessualità vol. 2, pp- 15-16.

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