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Nell'era tecnologica dobbiamo focalizzarci sull'etica (Nausica Manzi)

Nell'era tecnologica dobbiamo focalizzarci sull'etica (Nausica Manzi)

10 Dicembre 2020 Interviste filosofiche
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Dal mio punto di vista, la tecnologia quindi è il velo di Iside, perché si pone come un mezzo da un lato utile alla vita umana, sostegno, aiuto (si pensi alle intelligenze artificiali o agli odierni sistemi informatici che permettono di svolgere più lavori contemporaneamente, videochiamate e possibilità di connettersi con chiunque nello stesso momento in tutto il mondo), dall’altro, come arcano oscuro, come mistero tremendo che fa paura. Tale velo che è la tecnologia si pone quindi come un elemento terzo, che è sia tremendum che fascinans, due termini questi su cui concentro l’attenzione nel primo capitolo del mio saggio “Custode di esistenza”.

"Diogene […] obiettò una volta che gli si facevano le lodi di un filosofo: “Che cosa mai ha da mostrare di grande, se da tanto tempo pratica la filosofia e non ha ancora turbato nessuno?” Proprio così bisognerebbe scrivere sulla tomba della filosofia della università: “Non ha mai turbato nessuno” (F. Nietzsche, Considerazioni inattuali III. Schopenhauer come educatore, tr. it. di M. Montinari, in F. Nietzsche, Opere, vol. III, tomo I, Adelphi, pag. 457)."

 

Sei filosofo, sociologo, piscologo, studioso della tecnologia o semplice cittadino consapevole della Rete e vuoi partecipare alla nostra iniziativa con un contributo di pensiero? .

Tutti sembrano concordare sul fatto che viviamo tempi interessanti, complessi e ricchi di cambiamenti. Molti associano il cambiamento alla tecnologia. Pochi riflettono su quanto in profondità la tecnologia stia trasformando il mondo, la realtà oggettiva e fattuale delle persone, nelle loro vesti di consumatori, cittadini ed elettori. Sulla velocità di fuga e volontà di potenza della tecnologia e sulla sua continua evoluzione, negli ultimi anni sono stati scritti numerosi libri che propongono nuovi strumenti concettuali e cognitivi per conoscere meglio la tecnologia e/o suggeriscono una riflessione critica utile per un utilizzo diverso e più consapevole della tecnologia e per comprenderne meglio i suoi effetti sull'evoluzione futura del genere umano.

Su questi temi SoloTablet sta sviluppando da tempo una riflessione ampia e aperta, contribuendo alla più ampia discussione in corso. Un approccio usato è quello di coinvolgere e intervistare autori, specialisti e studiosi che stanno contribuendo con il loro lavoro speculativo, di ricerca, professionale e di scrittura a questa discussione.

In questo articolo proponiamo l’intervista che Carlo Mazzucchelli  ha condotto con Nausica Manzi, Writer and Philosophical consultant. Filosofo esperto di etica e filosofia pratica nel mondo dell'azienda. Mediatore.


 

Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione sull'era tecnologica e dell'informazione che viviamo?

Ho una laurea triennale in Filosofia e una laurea magistrale in Scienze Filosofiche, inoltre sono mediatore e ho un master in consulenza filosofica ed antropologia esistenziale.

Sono esperta quindi di questioni di etica pubblica e di consulenza filosofica per le aziende, utile pratica per ripensare meccanismi interni ed in particolare umani e soprattutto, per tornare a far emergere il valore umano. Inoltre, sono una scrittrice.

Scrivo saggi filosofici, romanzi e racconti che hanno sempre sfondi legati al mondo contemporaneo, a problemi che riguardano l’economia, la politica e il sociale. In tutto ciò, rientrano sicuramente anche le riflessioni e le problematiche legate alla nostra era tecnologica, al suo sviluppo, al suo ruolo e impatto sulle nostre vite.

Trovo la tematica delle nuove tecnologie fondamentale dal punto di vista etico.

Altamente interessante in quanto caratterizzata da intrecci di fili colorati da districare, da pieghe d’esistenza da spiegare per comprendere meglio e da ombre in cui è racchiusa una essenza da tornare ad illuminare, questa complessa era deve condurre ognuno a tornare all’etica e alla sua centralità, in particolare a riflettere sulle questioni centrali della libertà, della scelta, della volontà e quindi, in generale, all’uso del pensiero.   

Secondo il filosofo pop del momento, Slavoj Žižek, viviamo tempi alla fine dei tempi. Quella del filosofo sloveno è una riflessione sulla società e sull'economia del terzo millennio ma può essere estesa anche alla tecnologia e alla sua volontà di potenza (il technium di Kevin Kelly nel suo libro Cosa vuole la tecnologia) che stanno trasformando il mondo, l'uomo, la percezione della realtà e l'evoluzione futura del genere umano. La trasformazione in atto obbliga tutti a riflettere sul fenomeno della pervasività e dell'uso diffuso di strumenti tecnologici ma anche sugli effetti della tecnologia. Qual è la sua visione attuale dell'era tecnologica che viviamo e che tipo di riflessione dovrebbe essere fatta, da parte dei filosofi e degli scienziati ma anche delle singole persone?

L’espressione di Žižek  “ tempi alla fine dei tempi” credo sia una descrizione molto efficace per parlare della contemporaneità.

Dal mio punto di vista, possiamo rapportarci all’attuale era tecnologica esclusivamente focalizzandoci sull’etica, solo tramite essa, infatti, potremo parlare di rischi e benefici che la riguardano e progettarla o ripensarla attraverso valori e principi, riconosciuti collettivamente ma spesso dimenticati.

Mi sento di paragonare l’attuale era tecnologica al velo della dea di Sais o Iside, di cui parlano molti filosofi, come Schiller e Novalis. Tale divinità egiziana,  protettrice della salute e della vita, si presentava con il volto ricoperto da un velo e con alla base questa iscrizione : “Io sono tutto ciò che fu, ciò che è e ciò che sarà e nessun mortale ha ancora osato sollevare il mio velo”.

Come si legge poi nelle Metamorfosi di Apuleio, questa rappresentava la Sapienza, la totalità, l’origine:  “Io sono la genitrice dell’universo, la sovrana di tutti gli elementi, l’origine prima dei secoli, la totalità dei poteri divini, la regina degli spiriti, la prima dei celesti, l’immagine unica di tutte le divinità maschili e femminili: sono io che governo col cenno del capo le vette luminose della volta celeste, i salutiferi venti del mare, i desolati silenzi degli inferi. Indivisibile è la mia essenza, ma nel mondo io sono venerata ovunque sotto molteplici forme, con riti diversi, sotto differenti nomi”. (Apuleio, Metamorfosi, XI, 5).  Nessuno aveva mai osato sollevarle il velo per vedere cosa vi era sotto, ma un giorno un discepolo, spinto dalla sete di sapere, sollevò il velo e come racconta Novalis: «Ebbene, che vide? Vide – meraviglia delle meraviglie – se stesso».

Ecco, secondo me, la tecnologia può essere paragonata al velo della dea posto come tramite tra l’uomo, la sua identità e il suo originale stare al mondo, e la Verità, la Sapienza, ovvero l’Essenza vera di tutto ciò che è. Un velo tra ciò che appare e ciò che è, e che Schopenauer poi chiamerà “il velo di Maya” che cela il principio assoluto della realtà.

Dal mio punto di vista, la tecnologia quindi è il velo di Iside, perché si pone come un mezzo da un lato utile alla vita umana, sostegno, aiuto (si pensi alle intelligenze artificiali o agli odierni sistemi informatici che permettono di svolgere più lavori contemporaneamente, videochiamate e possibilità di connettersi con chiunque nello stesso momento in tutto il mondo), dall’altro, come arcano oscuro, come mistero tremendo che fa paura. Tale velo che è la tecnologia si pone quindi come un elemento terzo, che è sia tremendum che fascinans, due termini questi su cui concentro l’attenzione nel primo capitolo del mio saggio “Custode di esistenza”.

Le nuove tecnologie sono tremendum perché rappresentano un rischio per l’essere umano di alienarsi e di perdere se stesso ( si pensi ai social dove le identità sono omologate, dove il concetto di amicizia è assimilato ad un “segui”, dove l’apprezzamento umano si perde dietro un effimero “clicca su mi piace” ecc.) e sono fascinans perché, contemporaneamente, possono rappresentare una risoluzione per riappropriarsi di se stessi, riscoprendo il proprio valore ( si pensi all’aiuto delle tecnologie in casi di disabilità, in cui qualcuno può riscoprirsi capace di, più forte di, o possedere un valore aggiunto). La tecnologia si presenta quindi come momento drammatico e nello stesso modo, come elemento rigenerativo.

Essa è un terzo che arriva a scombinare un ordine precostituito per generarne un altro, facendo emergere responsabilità, identità, interiorità e giustizia e quindi problematiche etiche.

Presente nella filosofia di Emmanuel Levinas  e tema che studio personalmente da anni e a cui è dedicato il mio saggio, la problematica del Terzo è per me la chiave per interpretare l’era tecnologica che viviamo e dovrebbe essere d’aiuto a tutti per riflettervi.

La tecnologia è come quel velo della dea che, sollevato da chiunque voglia avvicinarsi, conoscere e scandagliare la verità, perché mosso dalla passione o da una domanda esistenziale, non mostra nient’altro che l’immagine di se stessi, come uno specchio che riflette i nostri volti. Guardandoci allo specchio della verità, con in mano il velo che è l’attuale era tecnologica, magari arrotolato o piegato qui e là, ci renderemo conto di quanto esso sia in realtà un tramite tremendo per i suoi rischi ( omologazione, perdita del sé, crisi valoriale, perdita della verità)  ed affascinante  per i suoi benefici ( aiuto in situazioni d’emergenza, sostegno alla cultura e all’informazione e al lavoro).

Dietro di esso c’è l’essere umano, il suo volto, la sua nudità di essere uomo come gli altri, tra gli altri e con gli altri, e quindi la sua responsabilità, il suo modo di vivere in questa società, il suo agire, la sua volontà, la sua libertà. Solo tramite questo velo, oggi, possiamo tornare a pensarci, a ripensare ai valori che ci costituiscono e che senza di essi nulla si darebbe e nulla avrebbe senso. Solo pensando in questi termini, a questo collegamento tra tecnologia, apparenza e interiorità, tutti potranno davvero reinterpretare l’attuale società.

La tecnologia quindi è un velo, un Terzo che scombussola e riordina e che mi richiama alla responsabilità di essere e di azione e che, quindi , mi ricorda che posso avere il coraggio di sollevare quello stesso velo e di guardarmi allo specchio, dentro gli occhi e in questi, vedere riflessa l’intera umanità. In questo modo potrò capire come utilizzare consapevolmente quel velo a partire da quella verità di cui è, oggi in questa epoca, custode tremendo e affascinante. 

 

Miliardi di persone sono oggi dotate di smartphone usati come protesi tecnologiche, di display magnetici capaci di restringere la visuale dell'occhio umano rendendola falsamente aumentata, di applicazioni in grado di regalare esperienze virtuali e parallele di tipo digitale. In questa realtà ciò che manca è una riflessione su quanto la tecnologia stia cambiando la vita delle persone (High Tech High Touch di Naisbitt) ma soprattutto su quali siano gli effetti e quali possano esserne le conseguenze.  Il primo effetto è che stanno cambiando i concetti stessi con cui analizziamo e cerchiamo di comprendere la realtà. La tecnologia non è più neutrale, sta riscrivendo il mondo intero e il cervello stesso delle persone. Lo sta facendo attraverso il potere dei produttori tecnologici e la tacita complicità degli utenti/consumatori. Come stanno cambiando secondo lei i concetti che usiamo per interagire e comprendere la realtà tecnologica? Ritiene anche lei che la tecnologia non sia più neutrale?

Certamente la tecnologia sta cambiando tutti i concetti con cui descriviamo la realtà ed anche gli stessi esseri umani, ma per capire il come ciò sta avvenendo, bisogna riflettere, a mio parere, su che tipo di pensiero sta emergendo.

Dal mio punto di vista, il pensiero che l’era tecnologica sta facendo emergere è un pensiero complesso e vedo positività in esso.

Mi spiego. La complessità è un valore da riscoprire, infatti complesso non significa difficile o incomprensibile, ma vuol dire che tutto è connesso, intrecciato insieme: il complesso è una unità che è ecumene, non è solo la somma delle parti ma un in più che rende ogni parte fondamentale, dove tutto interagisce continuamente e ci dice che la natura è legata alla società, ponendoci di fronte ad una antropocene. 

Il pensiero complesso è quindi quello che emerge come qualcosa di inedito, di disordinato e contradditorio e per questo meraviglioso.

È un pensiero che prende la complessità e ne fa la suprema legge per rileggere la realtà. Effettivamente la tecnologia ci fa accorgere della complessità e fa attivare questo tipo di pensiero attraverso l’introduzione di nuovi concetti. Di seguito, faccio qualche esempio di nuovi termini e concetti mutati da altri: social network, intelligenza artificiale,  neuro marketing, smartworking, seguaci- followers, identità digitale e potrei continuare per ore… vorrei però sottolineare come questi nuovi concetti diano vita ad un pensiero complesso, in quanto in essi vi sono sempre riferimenti, diretti o indiretti, a questioni etiche: si presti attenzione a termini come “social” “neuro” “smart” “identità” ecc.,  rimandano tutti ad un oltre di cui l’uomo però non prende mai consapevolezza,  un’oltre costituito dalla dimensione delle relazioni, dalla sua interiorità, dalla sua intelligenza e capacità decisionale.

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Quindi, frutto di una era tecnologica e da rinnovare, il pensiero complesso dà vita a nuovi concetti che mettono in discussione l’essere umano, per redimerlo il più delle volte dal suo sonno, e per farli trovare il coraggio di, ricollegandomi a quanto detto prima, sollevare quel velo che rappresenta la tecnologia, così da poter ritrovare se stesso, nella consapevolezza di trovare in essa benefici ma anche di rischiare.

Ma cosa può aiutarlo?

Il riferimento a valori e principi messi nel dimenticatoio! Quindi, credo che la tecnologia sia un elemento terzo che è sia dalla parte dell’uomo che contro di esso e, in quanto tremendum e fascinas, deve scuotere l’essere umano e metterlo sempre in questione. Infatti la tecnologia è testimone di complessità e dovrebbe originare per l’appunto l’uso di un pensiero complesso. Inoltre, la complessità stessa è la nuova definizione e sfida dell’umanità: l’uomo stesso porta in sé la possibilità di riscoprirsi o annegarsi e a salvarlo, è unicamente il ritorno a guardare al proprio volto riflesso negli altri, nella sua stessa società che, ora, si dà nella forma tecnologica. 

 

Secondo il filosofo francese Alain Badiou ciò che interessa il filosofo non è tanto quel che è (chi siamo!) ma quel che viene. Con lo sguardo rivolto alla tecnologia e alla sua evoluzione, quali sono secondo lei i possibili scenari futuri che stanno emergendo e quale immagine del mondo futuro che verrà ci stanno anticipando?

A mio parere, l’immagine del mondo futuro che sta emergendo è quella di una società tecnologica dimentica della sua essenza e dilaniata da una complessità che, però se pensata in termini e concetti etici, la farà rinascere.  

L’unico modo di rapportarsi ad una società , dove dilaga l’uso della tecnologia in ogni settore, è quello di tornare all’etica, ai valori di un essere umano e della collettività.

Gli  scenari che si prospettano sono a mio parere al momento negativi, perché, neanche immerso in crisi valoriali, sociali, economiche e politiche, l’essere umano riesce ancora a redimersi, appare indifferente, sembra non voler mai prendere posizione, sembra non riuscire a capire come rapportarsi all’era tecnologica e quindi a come tornare al proprio sé , sollevando quel velo della dea di Sais, e a scoprire di poterlo utilizzare in maniera diversa, etica e più umana.

Potremo dire che, ampliata dalle nuove tecnologie dilaganti, l’immagine del mondo futuro è la sfida della complessità, che dandosi come incertezza, contraddittorietà ed elemento trasformativo, è senso profondo ed irriducibile del nostro tempo. 

 

Secondo alcuni, tecnofobi, tecno-pessimisti e tecno-luddisti, il futuro della tecnologia sarà distopico, dominato dalle macchine, dalla singolarità di Kurzweil (la via di fuga della tecnologia) e da un Matrix nel quale saranno introvabili persino le pillole rosse che hanno permesso a Neo di prendere coscienza della realtà artificiale nella quale era imprigionato. Per altri, tecnofili, tecno-entusiasti e tecno-maniaci, il futuro sarà ricco di opportunità e nuove utopie/etopie. A quali di queste categorie pensa di appartenere e qual è la sua visione del futuro tecnologico che ci aspetta? E se la posizione da assumere fosse semplicemente quelle tecno-critica o tecno-cinica? E se a contare davvero fosse solo una maggiore consapevolezza diffusa nell'utilizzo della tecnologia?

Credo di non appartenere a nessuna delle due categorie esposte.

Preferisco una posizione tecno-critica: punto infatti sul sottolineare l’importanza dell’ambivalenza della tecnologia nel suo darsi e nel suo essere per e contro, tremendum e fascinans, e quindi in questo, evidenziare anche la centralità della responsabilità, dell’impegno, della volontà e della libertà dell’uomo.

Se l’uomo, con il velo della dea di Sais tra le mani ovvero le nuove tecnologie, guardando nel riflesso del suo volto, che ha scoperto esservi dietro, e quindi ritrovando in quello la presenza dell’intera umanità, tornasse a pensare in maniera complessa e in termini etici (contenuti, come visto, anche nel linguaggio delle tecnologie), allora il futuro tecnologico potrà essere ricco di nuove opportunità.

È necessario vagliare e mettere sempre ogni cosa in discussione anche e soprattutto con le tecnologie. 

 

Mentre l'attenzione dei media e dei consumatori è tutta mirata alle meraviglie tecnologiche di prodotti tecnologici diventati protesi operative e cognitive per la nostra interazione con molteplici realtà parallele nelle quali viviamo, sfugge ai più la pervasività della tecnologia, nelle sue componenti nascoste e invisibili. Poca attenzione è dedicata all'uso di soluzioni di Cloud Computing e ancora meno di Big Data nei quali vengono archiviati miliardi di dati personali. In particolare sfugge quasi a tutti che il software sta dominando il mondo e determinando una rivoluzione paragonabile a quella dell'alfabeto, della scrittura, della stampa e di Internet. Questa rivoluzione è sotterranea, continua, invisibile, intelligente, Fatta di componenti software miniaturizzati, agili e leggeri capaci di apprendere, di interagire, di integrarsi e di adattarsi come se fossero neuroni in cerca di nuove sinapsi.  Questa rivoluzione sta cambiando le vite di tutti ma anche la loro percezione della realtà, la loro mente e il loro inconscio. Modificati come siamo dalla tecnologia, non ci rendiamo conto di avere indossato delle lenti con cui interpretiamo il mondo e interagiamo con esso. Lei cosa ne pensa?

Su questo penso che siamo davvero degli esseri mutati e ciò che la tecnologia ci mette innanzi, lo ripeto ancora perché credo sia importante, è un tremendum e un fascinans per la nostra identità.

Il tutto sta nel coraggio di voler conoscere la verità, di non fermarsi mai alla superficie delle cose, ma di amare la profondità e la complessità, quella interna ed esterna e che la tecnologia, celando,indica, come un oracolo.

Abbarbicarsi ai valori identitari, umani e sociali è la strada per salvarsi e per fare un uso consapevole della tecnologia e dell’ambivalenza del suo essere e darsi.

La passione per l’esistenza ci porta, anche attraverso la tecnologia, a divenire custodi d’esistenza, ovvero carezze portatrici di valori con cui rileggere la realtà, esseri responsabili di sé e degli altri e garanti di giustizia, quest’ultima interpretata come una legge d’amore radicale da ricordare di inserire anche nei database, o nelle menti artificiali ecc. 

 

Se il software è al comando, chi lo produce e gestisce lo è ancora di più. Questo software, nella forma di applicazioni, è oggi sempre più nelle mani di quelli che Eugeny Morozov chiama i Signori del silicio (la banda dei quattro: Google, Facebook, Amazon e Apple). E' un controllo che pone il problema della privacy e della riservatezza dei dati ma anche quello della complicità conformistica e acritica degli utenti/consumatori nel soddisfare la bulimia del software e di chi lo gestisce. Grazie ai suoi algoritmi e pervasività, il software, ma anche la tecnologia in generale, pone numerosi problemi, tutti interessanti per una una riflessione filosofica ma anche politica e umanistica, quali la libertà individuale (non solo di scelta), la democrazia, l'identità, ecc. (si potrebbe citare a questo proposito La Boétie e il suo testo Il Discorso sulla servitù volontaria). Lei cosa ne pensa?

È proprio questo che trovo interessante: come le nuove tecnologie riescano a smuovere argomenti umani, eticamente e politicamente rilevanti, quali il concetto di potere, la libertà, l’identità o la democrazia. Credo che se qualcosa debba “governarci”, se qualcosa debba “trasformarci”, questo qualcosa debba essere esclusivamente l’utilizzo di un pensiero critico e quindi complesso, che la tecnologia, in fin dei conti, ci mette innanzi. Pensando criticamente la realtà, si può vivere meglio tale tipo di società che oggi abbiamo davanti.

Non possiamo conformarci, omologarci, tutto è complesso e anche l’essere umano lo è e i database ci fanno capire questo, ma l’uomo non è solo un algoritmo, un numero, bisogna superare, come diceva Emmanuel Levinas “ questa logica di contare gli uomini senza vederli”.

Con il pensiero complesso e critico, infatti, quegli algoritmi che, tra negatività e positività, ci governano, possono essere reinterpretati, attraverso  la capacità di vedere oltre.

La tecnologia ci mette inevitabilmente innanzi a problematiche etiche su cui discutere e quella che le racchiude tutte è , secondo me, quella del problema dell’identità: chi sono, cosa posso fare, cosa ho dentro di me, quale è la mia radice e quindi la mia libertà di o libertà da, il mio scoprirmi essere membro e voce di una comunità. Se ognuno di noi diviene, per la comunità e con il suo pensiero critico, terzo elemento, delicato ma perturbante, come lo è la tecnologia, allora potremo camminare in un futuro tecnologicamente umano e umanamente tecnologico. 

 

Una delle studiose più attente al fenomeno della tecnologia è Sherry Turkle. Nei suoi libri Insieme ma soli e nell'ultimo La conversazione necessaria, la Turkle ha analizzato il fenomeno dei social network arrivando alla conclusione che, avendo sacrificato la conversazione umana alle tecnologie digitali,  il dialogo stia perdendo la sua forza e si stia perdendo la capacità di sopportare solitudine e inquietudini ma anche di concentrarsi, riflettere e operare per il proprio benessere psichico e cognitivo. Lei come guarda al fenomeno dei social network e alle pratiche, anche compulsive, che in essi si manifestano? Cosa stiamo perdendo  guadagnando da una interazione umana e con la realtà sempre più mediata da dispositivi tecnologici?

Secondo me, i social network mettono in evidenza una fondamentale caratteristica dell’essere umano: il possedere un io molteplice, ovvero una identità che nasce ed è collegata alla collettività. Infatti ognuno di noi è solo se viene riconosciuto e quindi amato da qualcun altro e io aggiungerei anche se guardato da altri.

Paradossalmente, questo oggi avviene tramite caricamenti di foto, tramite like o emoticons che non hanno a che fare con occhi, mani, sorrisi o lacrime. Inoltre, i social, alle volte, fanno avanzare il vuoto delle coscienze, inneggiando alla perfezione dei corpi, all’ottenimento di maggiori visualizzazioni per un succulento piatto mentre si perde la qualità di altri contenuti. In questo mare in tempesta, in questo naufragare delle anime, l’essere umano si perde in attesa di notifiche che di umano hanno ben poco.

I social però, come detto precedentemente, in quanto tecnologia, sono quel velo della dea Iside che è insieme tremendum e fascinans e quindi, dopo il loro aspetto negativo, quello affascinante ed utile è la capacità di creare empatia, connessione e immediatezza. Personalmente, credo che per risolvere tutto questo, ognuno debba essere consapevole di questa ambivalenza anche dei social e vagliarla criticamente.

Dal mio punto di vista, bisogna utilizzare i social per far emergere ciò che si sta perdendo: ovvero l’essenza di ciò che siamo. Sollevandolo per tornare a guardare a noi stessi, bisogna fare del velo della dea di Sais, la nostra era tecnologica, il mezzo per tornare a ripensare e ridefinire l’umanità in tutti i suoi aspetti. 

 

In un libro di Finn Brunton e Helen Nissenbaum, Offuscamento. Manuale di difesa della privacy e della protesta, si descrivono le tecniche che potrebbero essere usate per ingannare, offuscare e rendere inoffensivi gli algoritmi di cui è disseminata la nostra vita online. Il libro propone alcuni semplici comportamenti che potrebbero permettere di difendere i propri spazi di libertà dall'invadenza della tecnologia. Secondo lei è possibile difendersi e come si potrebbe farlo?

Ci si può difendere imparando ad essere custodi di se stessi e degli altri.

Il custode è colui che difende e nel contempo cura chi ha in protezione, colui che si sacrifica, colui che è pronto anche a combattere per ciò che difende, colui che è responsabile dell’altrui, per tornare a riscoprire la propria anima. Il custode è inoltre colui che fa dello sguardo umano la suprema legge per interpretare e vivere nella realtà: il volto ha una potenza curativa e rivendicativa di bene.

Nell’era tecnologia, bisogna quindi apprendere ad essere custodi per proteggere l’altrui e così anche se stessi. Per la politica, l’etica e l’economia cosa significa questo? Significa essere lungimiranti: lo sguardo lungimirante è quello che racchiude i singoli volti che ognuno ritrova sollevando il velo della dea misteriosa e che è l’immagine di questa era tecnologica. Capendo questo, si può divenire custodi dell’intera era tecnologica e si può fare di quel volto, una prospettiva verso il futuro, cammino, marcia lenta e corsa a perdifiato, attesa e sorpresa. 

 

Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l'iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a?

A tutti i lettori consiglio di alzare quel velo della dea di Sais come fece quel discepolo innamorato della verità, e quindi di attivare sempre il proprio pensiero critico e di avere il coraggio di esporre la propria opinione in ogni circostanza. Infine, ma non per importanza, consiglio inoltre di divenire custodi di una esistenza umanamente tecnologica e tecnologicamente umana.

Tematiche future interessanti potrebbero essere:- riflettere sul tema della responsabilità in una era tecnologica, anche in rapporto alle intelligenze artificiali; - parlare del rapporto tra filosofia e mondo dell’azienda, anche rispetto all’uso di sistemi e modalità tecnologiche.

Per condividere e far conoscere la vostra iniziativa suggerirei il creare continue occasioni di dialogo e confronto, soprattutto tra i giovani e coinvolgendo anche non esperti, in modo da diffondere pensiero complesso e critico, magari utilizzando anche gli stessi social con post o con domande curiose, che possano suscitare interesse. 

Cosa pensa del nostro progetto SoloTablet? Ci piacerebbe avere dei suggerimenti per migliorarlo!

Il vostro progetto credo sia davvero interessante soprattutto in un periodo come questo, in cui è maggiormente necessaria la conoscenza, la consapevolezza e la volontà di rinnovare e cambiare la realtà che abitiamo.

 

 

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