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Prigionieri della Macchina Algoritmica siamo come piccioni dentro la gabbia di Skinner (Davide Ubizzo)

Prigionieri della Macchina Algoritmica siamo come piccioni dentro la gabbia di Skinner (Davide Ubizzo)

20 Dicembre 2020 Interviste filosofiche
Interviste filosofiche
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Stiamo vivendo una vita nella vita, perché il ‘fuori’ non è sicuro e quindi dobbiamo tutti alienarci dal mondo estraniandoci in una bolla domestica, dubbiosi e scettici altalenanti tra bio-potere e pandemia, recalcitranti eremiti. Si realizza in effetti ciò che Camus prefigurava: il vacillare della responsabilità sociale, il sentimento del proprio dovere, i dubbi della fede religiosa, l’edonismo di chi non crede alle astrazioni (studi scientifici, teorie, complotti) e nemmeno al tangibile (la rapidissima diffusione e mortalità di un nuovo virus) , ma neppure è capace di “essere felice da solo”, di starsene da sé a casa propria pascalianamente.

"L'ideologia prevalente è il cinismo. Le persone non credono più in nessuna verità ideologica. La gente non prende seriamente nessuna proposta ideologicamente connotata. [...] Il cinico distacco è soltanto un modo di renderci ciechi di fronte al potere strutturale della fantasia ideologica. Anche se non prendiamo le cose sul serio, anche se manteniamo una distanza ironica da quello che facciamo, continuiamo comunque a farlo. -  Slavoj Žižek

Sei filosofo, sociologo, piscologo, studioso della tecnologia o semplice cittadino consapevole della Rete e vuoi partecipare alla nostra iniziativa con un contributo di pensiero? .

Tutti sembrano concordare sul fatto che viviamo tempi interessanti, complessi e ricchi di cambiamenti. Molti associano il cambiamento alla tecnologia. Pochi riflettono su quanto in profondità la tecnologia stia trasformando il mondo, la realtà oggettiva e fattuale delle persone, nelle loro vesti di consumatori, cittadini ed elettori. Sulla velocità di fuga e volontà di potenza della tecnologia e sulla sua continua evoluzione, negli ultimi anni sono stati scritti numerosi libri che propongono nuovi strumenti concettuali e cognitivi per conoscere meglio la tecnologia e/o suggeriscono una riflessione critica utile per un utilizzo diverso e più consapevole della tecnologia e per comprenderne meglio i suoi effetti sull'evoluzione futura del genere umano.

Su questi temi SoloTablet sta sviluppando da tempo una riflessione ampia e aperta, contribuendo alla più ampia discussione in corso. Un approccio usato è quello di coinvolgere e intervistare autori, specialisti e studiosi che stanno contribuendo con il loro lavoro speculativo, di ricerca, professionale e di scrittura a questa discussione.

In questo articolo proponiamo l’intervista che Carlo Mazzucchelli  ha condotto con Davide Ubizzo , Consulente filosofico presso MIUR


 

Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione sull'era tecnologica e dell'informazione che viviamo?

Buongiorno. Sono insegnante e consulente filosofico.

Vivo e lavoro nel territorio lagunare veneziano e mi occupo, da ormai dieci anni, di pratica filosofica: consulenze, Caffè filosofici, Laboratori, Dialoghi di cittadinanza. Il mio interesse per le nuove tecnologie risale agli anni dell’università, per la precisione al primo anno di Filosofia all’Università di Ca’ Foscari a Venezia, alla fine degli anni ’80, quando frequentai un Corso di avviamento all’uso del personal computer. Imparammo ad accenderlo e poco più. Da quel momento e più con l’avvento e la diffusione del World Wide Webiniziò per me l’era tecnologia.

Sono interessato all’universo digitale perché lo ritengo uno sviluppatore di conoscenza, un acceleratore di informazioni e un espansore di stimoli di pensiero. Mi sono occupato a lungo, all’incirca dal 2001 dopo un master in e-learning, di e-commerce, di gestione siti web, comunicazione web, piattaforme, social network e contenuti digitali in comunità virtuali.

Sono socio Phronesis, l’associazione nazionale per la consulenza filosofica, per la quale ho ricoperto anche ruoli gestionali, al momento faccio parte della Redazione della Rivista omonima Phronesis, rivista semestrale di filosofia, consulenza e pratiche filosofiche. Dal 2014 gestisco il blog Pragma Sofia l’esercizio della filosofia.

Certamente l’era che viviamo ci pone di fronte a nuovi strumenti concettuali e cognitivi, e sappiamo che modificare il modo di pensare cambia il nostro approccio al mondo, la nostra visione. Per ora il medium è pur sempre umano, e se è troppo umano e quindi legato a questioni di interesse e di potere ciò non può che renderci ancora una volta consapevoli che questo è il rischio che si corre inevitabilmente, è il prezzo da pagare. Anche per questo la filosofia e il digitale hanno un rapporto complicato, almeno in Italia. Di fronte alla tradizione, ogni novità rappresenta errore o pericolo, scriveva Abbagnano.

La filosofia mainstream nostrana ha opposto molta (peraltro inutile perché ha solo accumulato ritardi) resistenza alla sormontante cultura digitale individuando nelle TIC e nella rete un pericolo per sé stessa, sottovalutandone l’impatto culturale, a mio avviso con una lettura ingenua e superficiale. Questo atteggiamento di fatto fu un errore di visione, per incompetenza, ideologia o arretratezza culturale. O forse per una mal pensata visione “antimodernista” troppo legata a schemi interpretativi obsoleti come certe riflessioni sulla tecnica di quella filosofia che un tempo si diceva “continentale”. Da qualche tempo in ogni caso sono stati fatti dei passi avanti, perlomeno nell’ambito della condivisione e nella digitalizzazione di contenuti open source. I siti e i blog di filosofia e di riflessione digitale sono rari e di nicchia. Tanto da fare c’è nel campo delle possibilità date da software e piattaforme di condivisone.

 

Secondo il filosofo pop del momento, Slavoj Žižek, viviamo tempi alla fine dei tempi. Quella del filosofo sloveno è una riflessione sulla società e sull'economia del terzo millennio ma può essere estesa anche alla tecnologia e alla sua volontà di potenza (il technium di Kevin Kelly nel suo libro Cosa vuole la tecnologia) che stanno trasformando il mondo, l'uomo, la percezione della realtà e l'evoluzione futura del genere umano. La trasformazione in atto obbliga tutti a riflettere sul fenomeno della pervasività e dell'uso diffuso di strumenti tecnologici ma anche sugli effetti della tecnologia. Qual è la sua visione attuale dell'era tecnologica che viviamo e che tipo di riflessione dovrebbe essere fatta, da parte dei filosofi e degli scienziati ma anche delle singole persone?

Sono convinto che riguardo la cultura digitale serva una più profonda e consapevole riflessione estetica, etica e ontologica.

Penso che dobbiamo liberarci di questa idea di “fine della storia” se il nostro desiderio è continuare a pensare. Perciò più che a Žižek (e a slogan abusati sulle “fine” di questo o quello) o a una filosofia pop, penso che viviamo in tempi interessanti.

Come scrive Edoardo Camurri “La tecnologia sta portando alle estreme conseguenze, con risultati paradossali e paralizzanti, alcuni miti e concetti fondativi: identità, anima, libertà, tempo, morte” e tutto ciò lo trovo estremamente centrale per la filosofia, che i filosofi lo vogliano o no. Come affermava Mark Fisher siamo tutti incastrati nella storia e la storia del digitale sembra dire che siamo piuttosto di fronte ad una nuova prospettiva neo metafisica, per citare Floridi: «il computer ha segnato il ritorno a una filosofia in senso forte, cioè a una metafisica e a un’ontologia, allontanandosi da una serie di incarnazioni deboli e parziali sviluppatesi negli ultimi tempi (filosofia del linguaggio, epistemologia, filosofia del diritto, filosofia della scienza e via enumerando)».

Tutto ciò apre orizzonti ricchi di opportunità. Per saperle cogliere, tuttavia, occorre un nuovo approccio filosofico alla realtà per comprendere la forma che le stanno dando le tecnologie e l’impatto che queste hanno sulle nostre esistenze e sulle nostre identità. La filosofia corre il rischio di diventare irrilevante.

L’ambizione dei pionieri del web era quella di rimuovere le cause degli orrori del ‘900, fuggire dalle limitazioni imposte dalla realtà fisica, far saltare tutte le mediazioni che portano alla conoscenza, abbattere la concentrazione del potere nelle mani di pochi e sviluppare le capacità di tutti e non solo quelle di una élite. Le loro idee nobili, innovative, rivoluzionarie (e forse ingenue) si sono infrante contro il colosso capitalista, che ne ha colonizzato le creazioni.

Con obiettivi molto diversi. Per citare Nick Land: «Il capitale conserva caratteristiche antropologiche solo come sintomo di sottosviluppo, riformattando il comportamento dei primati come inerzia da dissipare in un’artificialità auto-rinforzante. L’uomo è qualcosa che esso deve superare: un problema, una resistenza». Per continuare ad avere il ruolo centrale che ha sempre avuto la pratica filosofica deve proporsi come critica radicale di questa logica, dei fini e dei presupposti quell’ideologia tecnologico-capitalista che sembra mirare nell’era digitale al controllo totale della coscienza.

In cambio della gratuità dei servizi offerti, i grandi colossi della rete succhiano le informazioni personali degli utenti e alimentano la loro dipendenza social per tenerli intrappolati in una specie di gabbia da cavie per esperimenti. Per evitare questo scenario si tratta di attivare potenze inespresse capaci di sottrarsi a questa dinamica. Una curiosità: che se ne farà Bob Dylan “Il grande menestrello americano, gigante del folk e simbolo del movimento di protesta degli anni Sessanta” di 400 milioni di dollari che prenderà da una major discografica per vendere i diritti sulla sua opera omnia?

 

Miliardi di persone sono oggi dotate di smartphone usati come protesi tecnologiche, di display magnetici capaci di restringere la visuale dell'occhio umano rendendola falsamente aumentata, di applicazioni in grado di regalare esperienze virtuali e parallele di tipo digitale. In questa realtà ciò che manca è una riflessione su quanto la tecnologia stia cambiando la vita delle persone (High Tech High Touch di Naisbitt) ma soprattutto su quali siano gli effetti e quali possano esserne le conseguenze.  Il primo effetto è che stanno cambiando i concetti stessi con cui analizziamo e cerchiamo di comprendere la realtà. La tecnologia non è più neutrale, sta riscrivendo il mondo intero e il cervello stesso delle persone. Lo sta facendo attraverso il potere dei produttori tecnologici e la tacita complicità degli utenti/consumatori. Come stanno cambiando secondo lei i concetti che usiamo per interagire e comprendere la realtà tecnologica? Ritiene anche lei che la tecnologia non sia più neutrale?

Le nuove tecnologie hanno cambiato le nostre abitudini, in pochi anni grandi innovazioni hanno portato ad un nuovo rapporto con il mondo della comunicazione, delle relazioni e dell’informazione. L’uso di personal computer, smartphone, tablet e iPad ci permette non solamente di essere sempre connessi alla rete ma anche di portare con noi un bagaglio di dati di una misura tale che fino a pochi anni fa era impensabile. Sono inoltre diventati imprescindibili l’e-mail, le piattaforme d’insegnamento on-line, i siti istituzionali, i blogs, le banca dati e i supporti di memoria, e ancora la documentazione on-line, la consultazione di riviste scientifiche attraverso la rete, l’acquisto con carta di credito, l’e-commerce.

Dal punto di vista della comunicazioni e dell’informazione i progressi sono evidenti ed enormi.  E’ ormai chiaro che la rete globale permette di interagire con persone che stanno dall’altra parte del mondo e di accedere ad una sorta di gigantesca enciclopedia contemporanea, essa quindi ha avuto riflessi enormi prima di tutto sulla ricerca scientifica dando l’opportunità di accedere a notizie, testi e dati prima accessibili solo materialmente e con gran dispendio di tempo ed energie, e poi sulla comunicazione, infatti  i software e le applicazioni di messaggistica rendono l’interazione istantanea e ci permettono di interloquire velocemente con chiunque sia parte della nostra rete di relazioni.

Dal punto di vista delle relazioni interpersonali i cambiamenti operati dalle nuove tecnologie sono decisamente ambivalenti e critici. Chat, forum, piattaforme, newsletter offrono l’opportunità di interagire con gruppi eterogenei formati da persone legate tra loro da rapporti di vario tipo: hobbistico, culturale, parentale, amicale, sessuale. Nello specifico i social network hanno cambiato il nostro modo di relazionarci con gli altri: nel collegamento tra il mondo virtuale e il mondo reale la nostra competenza sociale e la nostra identità sono messe alla prova, sono messe in discussione, impongono nuovi comportamenti.

I social network solleticano al nostra curiosità, stimolano la nostra immaginazione, spingono alla ricerca di persone, eppure possono anche minare la credibilità, (reputazione digitale)incrinare l’immagine di personaggi pubblici, inquinare i rapporti, modificare le relazioni, distruggere personalità fragili. Le relazioni digitali sono diventate le sabbie mobili dell’interazione sociale. In sintesi a fronte degli evidenti vantaggi del digitale, quale prezzo stiamo pagando? Come scrive Morozov: “E quanto ci costano fenomeni come la dipendenza da internet, studiata a tavolino, o le fake news?”  Direi perciò che no, la tecnologia non è mai neutrale.

 

Secondo il filosofo francese Alain Badiou ciò che interessa il filosofo non è tanto quel che è (chi siamo!) ma quel che viene. Con lo sguardo rivolto alla tecnologia e alla sua evoluzione, quali sono secondo lei i possibili scenari futuri che stanno emergendo e quale immagine del mondo futuro che verrà ci stanno anticipando?

Ultimamente prediligo uno scenario distopico. Penso a Aldous Huxley, Philip K. Dick, Guido Morselli.

La pandemia certo suggestiona prospettive di questo tipo. Del resto il futuro è scomparsa dall’orizzonte del pensiero, per ricordare ancora Fischer, viviamo un eterno piccolo presente che si allarga al massimo al prossimo anno. Viviamo tempi così ineffabili in cui le libertà usuali sono sospese e si vive con mille accortezze mai avute e come separati in casa. Giorni in cui vediamo un’invisibile e pneumatico virus minacciare la stabilità globale, sociale, economica, umana. Un pericolo di vita. Albert Camus, nel suo libro La peste mise in esergo una citazione di Defoe. “E' ragionevole descrivere una sorta d'imprigionamento per mezzo  d'un  altro  quanto  descrivere  qualsiasi  cosa  che  esiste  realmente  per  mezzo di un'altra che non esiste affatto".

Stiamo infatti vivendo una vita nella vita, perché il ‘fuori’ non è sicuro e quindi dobbiamo tutti alienarci dal mondo estraniandoci in una bolla domestica, dubbiosi e scettici altalenanti tra bio-potere e pandemia, recalcitranti eremiti. Si realizza in effetti ciò che Camus prefigurava:  il vacillare della responsabilità sociale, il sentimento  del  proprio  dovere, i dubbi della fede  religiosa,  l’edonismo  di  chi  non  crede  alle  astrazioni (studi scientifici, teorie, complotti) e nemmeno al tangibile (la rapidissima diffusione e mortalità di un nuovo virus) , ma neppure è capace di “essere felice da solo”, di starsene da sé a casa propria pascalianamente.

Se è vero, come scrive  David Bohm, che «la scienza è divenuta la religione dell'età moderna», la tecnologia e in particolare le ICT -  cioè le tecnologie legate alla comunicazione e a all’informazione - oggi creano gli spazi in cui si realizzano le nostre relazioni quotidiane. Come ci modificano e quanto stanno influenzando la nostra vita, oltre a quanto detto nella risposta precedente, lo ritroviamo anche in quanto scrive Luciano Floridi, quando afferma che la sfida del digitale rappresenta una rivoluzione di così grande impatto e così veloce nel suo evolversi e la filosofia avrebbe il dovere di interrogare questo enorme cambiamento.

La società dell’informazione e della comunicazione, il cosiddetto villaggio globale, offre l’esperienza dell’iperstimolazione consumistica, l’eccesso di input che fa emergere da un lato il crescere delle manipolazioni e delle campagne mediatiche che hanno come obiettivo orientare (o controllare) l’individuo e l’opinione pubblica, dall’altro, per reazione, emerge l’esigenza di aumentare le difese e gli strumenti per pensare, come il critical thinking e il dialogo socratico come messa in discussione dei presupposti concettuali del mondo dato.

Il cittadino globale è immerso nella solitudine e nello spaesamento e gli spazi di riflessione, dialogo e azione politica si sono ristretti. Il reale è diventato virtuale. Il problematico rapporto individuo/società si complica  oggi come capacità di affrontare la complessità del mondo della vita influenzata dalla rivoluzione digitale. Si può subire o agire. Gli spazi digitali dovrebbero essere contaminati da “virus filosofici”. Esistono, e vanno esplorati e sviluppati, progetti interessanti, ad esempio il concetto di città Smart o Healthy city che considera il tema della salute in modo integrato, come bene supremo e collettivo.

Image from Teknion


Secondo alcuni, tecnofobi, tecno-pessimisti e tecno-luddisti, il futuro della tecnologia sarà distopico, dominato dalle macchine, dalla singolarità di Kurzweil (la via di fuga della tecnologia) e da un Matrix nel quale saranno introvabili persino le pillole rosse che hanno permesso a Neo di prendere coscienza della realtà artificiale nella quale era imprigionato. Per altri, tecnofili, tecno-entusiasti e tecno-maniaci, il futuro sarà ricco di opportunità e nuove utopie/etopie. A quali di queste categorie pensa di appartenere e qual è la sua visione del futuro tecnologico che ci aspetta? E se la posizione da assumere fosse semplicemente quelle tecno-critica o tecno-cinica? E se a contare davvero fosse solo una maggiore consapevolezza diffusa nell'utilizzo della tecnologia?

Credo di stare “a cavallo” delle due e, certo, sono convintamente per  una maggiore consapevolezza nell’utilizzo della tecnologia.

Sono “scettico ottimista”: filosoficamente parlando ci sono opportunità di immaginazione creativa enormi, (l’immaginazione è il campo di battaglia di ciò che sta avvenendo con lo sviluppo tecnologico) e allo stesso tempo massime pressioni sull’essere umano da parte di una “macchina moloch” che stringe dappertutto. Fake news, algoritmi, influencer, manipolazioni mediatiche, censura, privacy: questi rappresentano i temi in gioco e sono diversi e complessi.

Da ormai 10 anni circa le riflessioni critiche sul digitale hanno iniziato a girare tra le diverse comunità culturali internazionali e lo hanno fatto partendo dall’interno, dagli addetti ai lavori da chi ci lavora, c’è un ritardo grave ed è della società e delle istituzioni incapaci di reagire ad un così rapido progresso gestito dalla finanza e strutturato sulla libertà di mercato. Ci sono in campo proposte ? Rottura del monopolio, imporre codici etici, legiferare sulla trasparenza, favorire l’incremento e la diffusione del Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati, studiare e comprendere i meccanismi psicologici e neuronali che creano la dipendenza da smartphone, obbligare i colossi digitali ad abbandonare i metodi più aggressivi impiegati per tenerci incollati a smartphone e social network, questi sono solo alcuni.

Bisogna dire che sono obiettivi “politici” e riguardano la “classe dirigente” spesso non del tutto autonoma ed indipendente  e anzi vincolata a molti di questi colossi del digitale. Pensiamo ad esempio all’accordo G Suite for Education / Miur per la gestione della Didattica e distanza in seguito alla chiusura delle scuole nel periodo marzo/settembre 2020, positiva per molti aspetti ma che pone altrettante questioni etiche.  Individualmente ritengo che il pensiero critico, la capacità di analisi e comprensione, la questione etica e l’educazione siano gli strumenti che anche nel digitale possono  aiutare a contrastare le difficoltà di pensiero: difficoltà di essere consapevoli, difficoltà a vedere o a leggere situazioni, difficoltà a concettualizzare, a dare spiegazioni, a fornire un argomento, a proporre più ipotesi, a problematizzare. Difficoltà che ci impediscono di far lavorare il cervello, l’anima lo spirito, quelle facoltà che l’uso indiscriminato, pervasivo, incontrollato dei media digitali rischia di compromettere.

 

Mentre l'attenzione dei media e dei consumatori è tutta mirata alle meraviglie tecnologiche di prodotti tecnologici diventati protesi operative e cognitive per la nostra interazione con molteplici realtà parallele nelle quali viviamo, sfugge ai più la pervasività della tecnologia, nelle sue componenti nascoste e invisibili. Poca attenzione è dedicata all'uso di soluzioni di Cloud Computing e ancora meno di Big Data nei quali vengono archiviati miliardi di dati personali. In particolare sfugge quasi a tutti che il software sta dominando il mondo e determinando una rivoluzione paragonabile a quella dell'alfabeto, della scrittura, della stampa e di Internet. Questa rivoluzione è sotterranea, continua, invisibile, intelligente, Fatta di componenti software miniaturizzati, agili e leggeri capaci di apprendere, di interagire, di integrarsi e di adattarsi come se fossero neuroni in cerca di nuove sinapsi.  Questa rivoluzione sta cambiando le vite di tutti ma anche la loro percezione della realtà, la loro mente e il loro inconscio. Modificati come siamo dalla tecnologia, non ci rendiamo conto di avere indossato delle lenti con cui interpretiamo il mondo e interagiamo con esso. Lei cosa ne pensa?

Penso ci siano sterminati spazi filosofici di ricerca. Il primo aspetto è quello che appare più ovvio, forse banale: il digitale oggi si mostra come forma pervasiva e tentacolare di accerchiamento tecnologico, siamo tutti “nel digitale” anche se non lo vogliamo: dal semplice consultare il meteo per vedere il tempo domani,  al pianificare uno spostamento in treno o aereo o automobile.

Siamo nelle mani della Macchina Algoritmica che ci vuole come piccioni dentro la gabbia di Skinner, padre del comportamentismo, cioè manipolabili a comando. Siamo passati da un entusiastico atteggiamento di accettazione acritica o di rifiuto ostinato, ad un pensiero critico su di un futuro così disegnato. Il secondo aspetto è etico. Di fronte ad una realtà così mutevole e di grande impatto cosa pensiamo di fare? Vivere nascosti come invitava a fare Eraclito? Edward Fredkin, che conia il termine Digital Philosophy, ritiene che l'informazione sia tutto:  “l'informazione è alla base della realtà materiale, che fin dal tempo dei presocratici costituisce il campo d'indagine privilegiato della filosofia, ma è anche alla base della realtà mentale del soggetto che si pone la domanda e investiga.” Perciò che ne possiamo fare dell’informazione sulla realtà digitale dell’essere umano? Possiamo fare qualcosa con le nostre scelte in quanto cittadini. Il punto è esattamente questo: nella nostra visione del mondo è come se si fosse insinuato un demone digitale che in maniera subdola riesce a modificare la nostra estetica e i nostri comportamenti in apparente normalità e libera adesione. E’ davvero così?

Pensiamo al periodo che stiamo passando: ai termo scanner digitali che ci accolgono all’ingresso di certi uffici pubblici che ci inquadrano il volto, o alle applicazioni per il tracciamento o alla identità digitale ormai obbligatoria per certi servizi pubblici, o al riconoscimento facciale negli aeroporti. Eppure un filosofo che denuncia queste dinamiche viene quasi ridicolizzato, attaccato personalmente,  Agamben.

Penso alla questione della coscienza, il deep learning, la gestione degli algoritmi, la prospettiva del 5 G, l’educazione alla cittadinanza digitale, solo per fare alcuni esempi. Ritengo forse primario un pensiero che prenda spunto dall’etica per la civiltà tecnologica di Hans Jonas e al concetto di responsabilità e incidenza del nostro individuale contributo alla coscienza digitale collettiva.

 

Se il software è al comando, chi lo produce e gestisce lo è ancora di più. Questo software, nella forma di applicazioni, è oggi sempre più nelle mani di quelli che Eugeny Morozov chiama i Signori del silicio (la banda dei quattro: Google, Fcebook, Amazon e Apple). E' un controllo che pone il problema della privacy e della riservatezza dei dati ma anche quello della complicità conformistica e acritica degli utenti/consumatori nel soddisfare la bulimia del software e di chi lo gestisce. Grazie ai suoi algoritmi e pervasività, il software, ma anche la tecnologia in generale, pone numerosi problemi, tutti interessanti per una una riflessione filosofica ma anche politica e umanistica, quali la libertà individuale (non solo di scelta), la democrazia, l'identità, ecc. (si potrebbe citare a questo proposito La Boétie e il suo testo Il Discorso sulla servitù volontaria). Lei cosa ne pensa?

Parto dalla fine. Per la maggior parte delle persone non si tratta neppure di servitù volontaria, non sapendo minimamente come funziona il digitale e cosa implica una semplice navigazione internet e questo riguarda da vicino la responsabilità di una educazione digitale programmata seriamente.

Penso che il dato italiano sul digital divide sia abbastanza eloquente. Ritengo che ci sia anche molta confusione. Queste tematiche le ho affrontate in alcune attività di pratica filosofica di recente. Naturalmente i termini della questione non riguardano solo l’uso delle ICT e l’accesso alla rete,  ovvero non stiamo parlando banalmente (solo) di Facebook e dell’uso degli smartphone, che in Italia è il massimo livello di discussione e approfondimento che siamo in grado di produrre, ombelico-centrici e provinciali come sempre il massimo che riusciamo a proporre è l’ennesimo avvitamento mediatico sull’invasione social del politico di turno.

Finti analisti si indignano dell’ignoranza imperante ma la alimentano per incompetenza informatica, con le semplicistiche analogie tra polis e agorà, (no, una volta per tutte: Facebook non è il nuovo agorà della polis globale ma solo il parco giochi commerciale del suo inventore)  ignorando così loro stessi e ingenuamente il funzionamento degli algoritmi che riproducono, replicandole a dismisura, le parole chiave più usate nei network digitali regalando ai personaggi in questione il favore più grosso che si possa oggi immaginare cioè amplificarne il messaggio a costo zero e senza troppa fatica.

Complici di tutto ciò sono i sempre più pigri e pavidi commentatori che senza approfondimento pescano le notizie dai social e senza ulteriori filtri critici le rimbalzano nei loro media. Oppure alcuni credono di replicare  il dialogo come fine argomentazione negli angusti spazi dei commenti social mediatici, che è come dire che il lessico digitale, cioè il modo di scrivere e interloquire nei social possa replicare un confronto argomentato e che equivalga all’oralità del dialogo filosofico, semanticamente e semiologicamente un’assurdità.

Morozov invita a riconoscere il lato oscuro di internet, «l’idea che internet favorisca gli oppressi anziché gli oppressori è viziata da quello che chiamo cyberutopismo, ovvero la fiducia ingenua nel potenziale liberatorio della comunicazione on line, una fiducia che si basa sul rifiuto ostinato di riconoscerne gli aspetti negativi.» Aspetti che sono le misure adottate dai governi autoritari nei confronti di internet, l’uso dello stesso come mezzo di propaganda, e la sofisticatezza dei sistemi di censura e l’uso della rete a scopo di sorveglianza.

La prospettiva che ci sia una convergenza tra gli interessi statali e quelli delle aziende digitali nell’orientare subdolamente le nostre coscienze usando i nostri dati personali come fonte di guadagno, di controllo, e sostituti del welfare è già in atto, basta guardare per accorgersene. Al cyberutopismo si associa l’atteggiamento che Morozov chiama internet-centrismo, ovvero l’idea che ogni azione sociale e politica sia modellabile sulla rete e attraverso al rete, «una droga che disorienta: ignora il contesto e intrappola i politici nella convinzione di avere un alleato utile e potente al loro fianco.» Secondo Morozov, l’ invasività della rete non è adeguatamente percepita dai comuni fruitori: quando, con facilità e immediatezza, si fruisce dei servizi che ci vengono offerti in rete dalle grandi aziende ICT, è facile illudersi che ciò avvenga in maniera gratuita, un'illusione di libertà che nasconde una cessione di identità e di dati personali.

Una delle studiose più attente al fenomeno della tecnologia è Sherry Turkle. Nei suoi libri Insieme ma soli e nell'ultimo La conversazione necessaria, la Turkle ha analizzato il fenomeno dei social network arrivando alla conclusione che, avendo sacrificato la conversazione umana alle tecnologie digitali,  il dialogo stia perdendo la sua forza e si stia perdendo la capacità di sopportare solitudine e inquietudini ma anche di concentrarsi, riflettere e operare per il proprio benessere psichico e cognitivo. Lei come guarda al fenomeno dei social network e alle pratiche, anche compulsive, che in essi si manifestano? Cosa stiamo perdendo  guadagnando da una interazione umana e con la realtà sempre più mediata da dispositivi tecnologici?

Come dicevo prima è il grande interrogativo del digitale. Assistiamo al paradosso relazionale per cui due persone, già in contatto on line, se si incontrano di persona non si riconoscono, (una sorta di corto circuito delle norme comportamentali), oppure può succedere che qualcuno si inventi diversi finti account personali ( profili digitali) detti fake, ognuno dei quali ha funzioni diverse in gruppi diversi, oppure ancora abbiamo imparato a conoscere la figura del troll colui che infesta le discussioni virtuali per distruggerle o inquinarle, oppure il saccente quello che ne sa sempre più di tutti e ci tiene a farlo sapere.  Certo,  il nostro modo di interloquire anche in digitale ha enormi riflessi sull’identità e sul ruolo che intendiamo proporre agli altri di noi stessi, dice molto, ma è pur sempre un gioco di maschere.

Se è fondamentale saper riconoscere i comportamenti consoni ed evitare quelli errati per relazionarci agli altri tramite la rete,  l’urgenza del mondo social è educativa e formativa, rivolta alle fasce d’età che sempre prima hanno accesso alla rete e ai social senza la preparazione necessaria, è necessaria perciò un’azione di educazione digitale: assistiamo ad un deficit culturale, un gap da colmare, la velocità delle innovazioni è stata tale che non abbiamo saputo costruire in parallelo una corrispondente educazione al digitale. A questo scopo è nato il neologismo netiquette, creato dalla fusione tra le parole network (rete) ed étiquette (galateo, etichetta): un termine che indica quindi un complesso di norme di buona educazione che occorre rispettare nel web. Purtroppo è nato anche il termine cyberbullismo che designa l’attività di chi usa le nuove tecnologie per molestare gli altri.

La rete può aiutare a relazionarci? Offre uno strumento in più,  una più ampia gamma di possibilità? Apparentemente sì. Nella realtà però si assiste al paradosso di coloro che in Giappone chiamano hikikomori, i cosiddetti ritirati sociali: giovani che vivono imprigionati nella proprio camera, sempre collegati a un computer, sempre connessi ma totalmente isolati.

La domanda è solo apparentemente retorica, abbiamo una più ampia possibilità di dialogo e strumenti nuovi ma pare che le nostre capacità stesse di dialogo si stiano affievolendo, crescono superficialità, volgarità, maleducazione, frettolosità, nei giudizi, nelle valutazioni, nel proporsi; sembrano emergere nuove criticità relazionali e anche nuove chiusure emozionali.

 

In un libro di Finn Brunton e Helen Nissenbaum, Offuscamento. Manuale di difesa della privacy e della protesta, si descrivono le tecniche che potrebbero essere usate per ingannare, offuscare e rendere inoffensivi gli algoritmi di cui è disseminata la nostra vita online. Il libro propone alcuni semplici comportamenti che potrebbero permettere di difendere i propri spazi di libertà dall'invadenza della tecnologia. Secondo lei è possibile difendersi e come si potrebbe farlo?

Voglio portare l’esempio di Gail Bradbrook e Roger Hallam, due scienziati che sono gli animatori di Extinction rebellion il movimento di protesta per il cambiamento climatico che ha bloccato Londra nell’aprile del 2019, collezionando quasi mille arresti. Con slogan come: “To everybody else, rebel. Because time is running out. We’re on the brink of extinction The governments are doing nothing. Businesses are doing nothing. We must rebel”.   (Per tutti gli altri, ribellati. Perché il tempo corre. Siamo sull’orlo dell’estinzione. I governi non fanno nulla. Il mondo degli affari non fa nulla. Dobbiamo ribellarci.) Bradbrook e Hallam sostengono di aver creato “l’algoritmo delle proteste”, grazie al quale hanno costruito la strategia con cui hanno organizzato le proteste a Londra.

Gli arresti sono stati pianificati e voluti. Quel preciso numero, mille, era l’obiettivo perché mille arresti di manifestanti pacifici costituiscono un costo sociale troppo alto per essere ignorato dalla autorità e dalla politica. Mille era il numero da raggiungere per costringere la politica ad ascoltarli. Come scrive Riccardo Luna su AGI : “Numeri alla mano dimostrano che per rovesciare un dittatore non serve una rivolta di massa: basta il 3,5 per cento della popolazione. Quel numero, 3,5 per cento, per Hallam e la Bradbrook, è un numero magico. Applicato al Regno Unito, vuol dire che gli basterà convincere due milioni  e mezzo di persone. Molti di meno di quelli che votano per il partito laburista e per i verdi.” 

Questo per dire che credo servano nuove identità digitali e nuove comunità alternative. Penso che proprio qui la filosofia e la pratica filosofica dovrebbero entrare in gioco, il gioco delle superpotenze digitali. Da una parte per metterlo in questione, per esercitare quel potere di critica senza riguardi, (soppesare, criticare, valutare, metter in discussione, indagare presupposti e fini, intenzionalità e volontà) sempre se, la filosofia non voglia essere la nottola di Minerva che inizia il suo volo sul far del crepuscolo, quando tutto è già accaduto.  Dall’altra per garantire spazi di libertà da ogni forma di controllo, sorveglianza e qualunque sistema totalitario anche digitale.

Come dice ancora Edoardo Camurri “È fondamentale provare a rendersi irriconoscibili, quindi provare a fregare in qualche misura la macchina e l’algoritmo.” Trovare delle strategie per poter provare a rompere questo meccanismo. Certo ricorrere a strumenti di autodifesa per rettificare le "asimmetrie dell'informazione" e quantomeno ridurre il potere del controllo esterno come proposto nel libro di Brunton e Nissenbaum,  lo trovo più che legittimo visto che regaliamo dati ad ogni connessione.

Nel futuro serviranno (anche) nuovi filosofi o data-scientists, umanisti digitali, che sappiano essere “multi alfabeti”, come diceva il mio professore di Pedagogia, Umberto Margiotta. Il multialfabeta è un mapping processor. “E’ un elaboratore di mappe mentali. Multialfabeta è colui che utilizza linguaggi diversi per comunicare. Usare linguaggi diversi significa creare continuamente nuove mappe mentali, nuove mappe cognitive a seconda dei contesti d’uso di riferimento delle procedure di conoscenza o di azione in cui è impegnato; significa produrre strategie appropriate di soluzione dei problemi, e conseguentemente metodi e prospettive competenti di esplorazione e di dialogo. In parole povere il multialfabeta è colui che inventa setting di interazione, di conoscenza, di relazione.” 

Insomma si rende necessario un “reincantamento”, che si incarni come movimento contrario ad un disincanto arrendevole e nichilista. Ancora cito Fischer, le cui pagine di Realismo capitalista sugli studenti inglesi (edonisti depressi, o interpassivi nervosi, post-lessici affetti da impotenza riflessiva) sono terribilmente reali. “Che cosa succede se i giovani non sono più in grado di suscitare stupore?”

L’insicurezza di cui soffre l'individuo nell'era della globalizzazione digitale genera assenza di comunità.  Sorge quindi anche un nuovo bisogno di comunità, in questo senso si può parlare di nuove comunità come dicevo all’inizio, di comunità educanti come contrapposte all’individualismo egoista dell’homo homini lupus. Bauman definisce una comunità possibile quella “responsabile, volta a garantire il pari diritto di essere considerati esseri umani e la pari capacità di agire in base a tale diritto”.   Il desiderio di comunità nasce anche perché sentiamo di non avere radici in nessun luogo e il digitale amplifica questo senso di dispersione esistenziale. Non ci sono più, infatti, punti di orientamento che indichino un ambiente sociale "stabile", e avanza così la tendenza a non mettere le radici in nessun dove. Serve, mediando il concetto da Simone Weil, un nuovo radicamento digitale. Forse come dice Bauman, servono comunità flessibili e "a tempo", che si possano smontare facilmente e che facciano leva unicamente sui loro sogni e desideri. Eppure tutto sembra andare in direzione opposta a questo. Omologazione e isolamento prevalgono.

 

Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l'iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a?

Volentieri. Consiglio i testi di Luciano Floridi, Evgeny Morozov, Jaron Lanier, Cosimo Accoto e anche The Game di Baricco. Per i più curiosi me compreso Mark Fisher, Nick Land o Federico Campagna. Tutte le tematiche cui abbiamo brevemente accennato sono altrettanti spunti di discussione. In particolare da docente ritengo urgente la questione dell’educazione digitale.

 

Cosa pensa del nostro progetto SoloTablet? Ci piacerebbe avere dei suggerimenti per migliorarlo!

Il progetto SoloTablet lo trovo ottimo esattamente perché va nel senso dell’incremento e dello sviluppo di una sempre maggior consapevolezza nell’utilizzo delle tecnologie digitali e di una attenzione alla educazione e alla cultura digitale.

Trovo inoltre funzionale l’approccio multidisciplinare e collaborativo. Non credo abbia bisogno di consigli.

Grazie

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