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Opportuno cambiare schemi concettuali e paradigmi di riferimento (Marco Nuzzaco)

Opportuno cambiare schemi concettuali e paradigmi di riferimento (Marco Nuzzaco)

22 Dicembre 2020 Interviste filosofiche
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La pervasività delle tecnologie digitali sta già cambiando il nostro modo di intendere la realtà, e in questo senso nessuna tecnologia è mai neutrale. I nostri modi comunicare, di relazionarci, di commerciare, lavorare sono cambiati. Le distanze e i tempi si sono accorciate, e forse tutti questi cambiamenti sono avvenuti in un tempo piuttosto breve, di cui solo adesso stiamo veramente prendendo coscienza. La pandemia ce lo sta mostrando. Enfaticamente si potrebbe dire che il ventunesimo secolo è appena cominciato.

Tale presa di coscienza richiede però un lavoro critico.

"L'ideologia prevalente è il cinismo. Le persone non credono più in nessuna verità ideologica. La gente non prende seriamente nessuna proposta ideologicamente connotata. [...] Il cinico distacco è soltanto un modo di renderci ciechi di fronte al potere strutturale della fantasia ideologica. Anche se non prendiamo le cose sul serio, anche se manteniamo una distanza ironica da quello che facciamo, continuiamo comunque a farlo. -  Slavoj Žižek


Sei filosofo, sociologo, piscologo, studioso della tecnologia o semplice cittadino consapevole della Rete e vuoi partecipare alla nostra iniziativa con un contributo di pensiero? .

Tutti sembrano concordare sul fatto che viviamo tempi interessanti, complessi e ricchi di cambiamenti. Molti associano il cambiamento alla tecnologia. Pochi riflettono su quanto in profondità la tecnologia stia trasformando il mondo, la realtà oggettiva e fattuale delle persone, nelle loro vesti di consumatori, cittadini ed elettori. Sulla velocità di fuga e volontà di potenza della tecnologia e sulla sua continua evoluzione, negli ultimi anni sono stati scritti numerosi libri che propongono nuovi strumenti concettuali e cognitivi per conoscere meglio la tecnologia e/o suggeriscono una riflessione critica utile per un utilizzo diverso e più consapevole della tecnologia e per comprenderne meglio i suoi effetti sull'evoluzione futura del genere umano.

Su questi temi SoloTablet sta sviluppando da tempo una riflessione ampia e aperta, contribuendo alla più ampia discussione in corso. Un approccio usato è quello di coinvolgere e intervistare autori, specialisti e studiosi che stanno contribuendo con il loro lavoro speculativo, di ricerca, professionale e di scrittura a questa discussione.


In questo articolo proponiamo l’intervista che Carlo Mazzucchelli  ha condotto con Marco Nuzzaco, insegnante di filosofia ed etica presso la Notre Dame High School di Norwich, UK.

Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione sull'era tecnologica e dell'informazione che viviamo? 

Il mio interesse verso le nuove tecnologie digitali nasce durante gli anni del dottorato, in cui ho avuto l’opportunità di seguire, parallelamente al mio progetto di ricerca, la riflessione di Luciano Floridi di cui ero stato studente anni addietro. I miei interessi attuali si rivolgono soprattutto alla filosofia e all’etica dell’informazione, aree di studio lanciate dallo stesso Floridi.

Attualmente insegno filosofia ed etica presso la Notre Dame High School di Norwich, nel Regno Unito, dove ho l’opportunità di condurre seminari e corsi d’approfondimento dedicati appunto alla filosofia e all’etica dell’informazione, rivolti a studenti del Sixth Form (equivalente del nostro ultimo biennio di liceo).

Il mio intento è quello di indirizzare l’interesse di studenti non solo di filosofia, ma anche di economia, business, matematica, fisica, biologia, storia e psicologia verso problematiche e sfide poste dall’avvento delle tecnologie digitali nelle nostre vite. Lo scopo è quello di fornire ai giovani strumenti concettuali per analizzare i nuovi problemi con cui tutti noi oggi ci interfacciamo. Problemi quali limiti e opportunità dell’intelligenza artificiale, il ripensamento dell’identità personale, privacy, lavoro, educazione, e più in generale il ruolo della politica di fronte ai nuovi scenari sui quali il digitale ci impone di riflettere.

L’idea di fondo che motiva i seminari è che la filosofia può (e allora deve) ricoprire un ruolo importante per riflettere su queste tematiche, per offrire sia agli studenti che si affacciano all’università sia a quelli che entreranno prima nel mondo del lavoro, una consapevolezza critica verso i problemi e gli scenari con cui si interfacceranno, indipendentemente dalla loro formazione, interessi e materie di studio. 

Secondo il filosofo pop del momento, Slavoj Žižek, viviamo tempi alla fine dei tempi. Quella del filosofo sloveno è una riflessione sulla società e sull'economia del terzo millennio ma può essere estesa anche alla tecnologia e alla sua volontà di potenza (il technium di Kevin Kelly nel suo libro Cosa vuole la tecnologia) che stanno trasformando il mondo, l'uomo, la percezione della realtà e l'evoluzione futura del genere umano. La trasformazione in atto obbliga tutti a riflettere sul fenomeno della pervasività e dell'uso diffuso di strumenti tecnologici ma anche sugli effetti della tecnologia. Qual è la sua visione attuale dell'era tecnologica che viviamo e che tipo di riflessione dovrebbe essere fatta, da parte dei filosofi e degli scienziati ma anche delle singole persone?

All’interno degli scenari in cui ci muoviamo si incontrano spesso dei discorsi “escatologici” sulla tecnologia. Espressioni quali “fine dei tempi” come quella usata da ZiZek o “tramonto della civiltà” segnato dall’ “epoca della tecnica” non sono nuove, e ricorrono spesso in diversi filosofi del secolo appena passato. Penso ad un filosofo come Heidegger, molto critico nei confronti della tecnologia.

Mi sembra che tali posizioni escatologiche formulino le loro critiche partendo, almeno implicitamente, da due assunzioni fondamentali, talvolta congiunte talvolta disgiunte tra loro:

1- una teleologia di matrice storicista che prevede una concezione lineare del tempo, per cui la storia segue un suo sviluppo destinato alla realizzazione di un fine ultimo. La mancata realizzazione del suo fine coincide allora con la fine stessa della storia, e quindi con la mancanza di ogni scopo;

2 - un’antropologia in cui l’essere umano occupa ancora una posizione primaria rispetto agli enti con cui si relaziona. L’assunzione spesso implicita di questo primato conduce all’idea che altri enti possano essere subordinati al nostro controllo e manipolati perché appunto non importanti quanto noi. I critici di questa antropologia non sbagliano quando denunciano le conseguenze nocive di questo approccio, ma – mentre criticano - sono spesso e implicitamente riluttanti ad abbondare il primato contro cui si scagliano.

Piuttosto che concentrarci su una “escatologia” della tecnica come fine dei tempi, sembrerebbe più opportuno invece cercare di cambiare i nostri schemi concettuali e i nostri paradigmi di riferimento. I cambiamenti e le trasformazioni dovute al digitale implicano e richiedono, infatti, nuove forme di riflessione. Cambiare quadro di riferimento oggi richiede il ripensamento del nostro posto e del nostro ruolo nel mondo che abitiamo.

Seguendo il suggerimento di Floridi, si potrebbe dire che tale cambiamento implica appunto un nuovo tipo di antropologia: un’antropologia in cui noi non occupiamo più una posizione centrale e fondamentale, ma appunto decentrata rispetto agli altri enti con cui siamo in relazione. Un’antropologia del genere non può che essere improntata ad un’etica della cura, non solo nel nostro interesse, ma soprattutto nei confronti dell’ambiente. Un’etica tale si concentra non tanto sul valore delle nostre azioni, quanto sui loro effetti verso chi le riceve.

Piuttosto che affermare che la volontà di potenza della tecnologia è il segno della fine del nostro tempo, in modo storicistico e teleologico, dovremmo invece sforzarci di guardare la tecnologia come una risorsa da mettere a servizio degli altri, delle future generazioni e soprattutto a servizio dell’ambiente. Per cambiare prospettiva, più che volontà di potenza ci sarebbe bisogno di una diversa antropologia e di una diversa etica, e soprattutto di buona volontà.   

 

Miliardi di persone sono oggi dotate di smartphone usati come protesi tecnologiche, di display magnetici capaci di restringere la visuale dell'occhio umano rendendola falsamente aumentata, di applicazioni in grado di regalare esperienze virtuali e parallele di tipo digitale. In questa realtà ciò che manca è una riflessione su quanto la tecnologia stia cambiando la vita delle persone (High Tech High Touch di Naisbitt) ma soprattutto su quali siano gli effetti e quali possano esserne le conseguenze.  Il primo effetto è che stanno cambiando i concetti stessi con cui analizziamo e cerchiamo di comprendere la realtà. La tecnologia non è più neutrale, sta riscrivendo il mondo intero e il cervello stesso delle persone. Lo sta facendo attraverso il potere dei produttori tecnologici e la tacita complicità degli utenti/consumatori. Come stanno cambiando secondo lei i concetti che usiamo per interagire e comprendere la realtà tecnologica? Ritiene anche lei che la tecnologia non sia più neutrale? 

La pervasività delle tecnologie digitali sta già cambiando il nostro modo di intendere la realtà, e in questo senso nessuna tecnologia è mai neutrale. I nostri modi comunicare, di relazionarci, di commerciare, lavorare sono cambiati. Le distanze e i tempi si sono accorciate, e forse tutti questi cambiamenti sono avvenuti in un tempo piuttosto breve, di cui solo adesso stiamo veramente prendendo coscienza. La pandemia ce lo sta mostrando. Enfaticamente si potrebbe dire che il ventunesimo secolo è appena cominciato.

Tale presa di coscienza richiede però un lavoro critico. Alla luce di tutti questi cambiamenti la tecnologia non deve essere vista come fine, e neanche solo come mezzo, ma soprattutto come un’opportunità. Per questo bisognerebbe sforzarsi di usare e sfruttare il digitale per le opportunità che offre.

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Potrebbe essere, per esempio, un’opportunità per creare nuove forme di esperienza. Non mi riferisco qui a esperienze esclusivamente virtuali, ma a modi diversi di fare esperienza, non per questo meno autentici di quelli a cui siamo già abituati. Mi riferisco piuttosto ad esperienze capaci di arricchire il nostro bagaglio personale di vissuti, emozioni, ricordi e significati. Si pensi a quei musei che hanno offerto tour virtuali aperti a tutti durante il lockdown. Questo può essere un modo non solo di offrire nuovi tipi di esperienze, ma anche un’opportunità per riportare la gente nei musei o nei siti archeologici. Lo stesso si potrebbe dire per tante altre questioni, come ad esempio il lavoro: il digitale può essere un’opportunità per attualizzare nuove modalità di smart-work, se garantisse l’efficacità nel raggiungimento degli obiettivi, ma con meno lavoro e più tempo libero da dedicare ad altri scopi.

Da questo punto di vista, quindi, la tecnologia può (e allora deve) essere un’opportunità da perseguire, sempre con un volto umano. Adattando un’espressione di Wittgenstein in questo contesto, anziché dire che “il significato di una parola è il suo uso” si potrebbe dire che “il valore della tecnologia è determinato dal suo uso”. Come dice Floridi nel Il verde e il blu, si tratta di avere il giusto design per la soluzione dei nostri problemi, e soprattutto la giusta governance

 

Secondo il filosofo francese Alain Badiou ciò che interessa il filosofo non è tanto quel che è (chi siamo!) ma quel che viene. Con lo sguardo rivolto alla tecnologia e alla sua evoluzione, quali sono secondo lei i possibili scenari futuri che stanno emergendo e quale immagine del mondo futuro che verrà ci stanno anticipando? 

La risposta precedente era in anticipo su questa domanda. Credo che Floridi abbia ragione quando dice che si tratta di avere il progetto giusto per il nostro tempo. Un progetto collettivo che vada al di là dei nostri progetti di vita individuali, ma che a sua volta li includa come meta-progetto. Il cambiamento climatico, la pandemia, la crescente diseguaglianza che riguarda la distribuzione di risorse e di opportunità a livello globale sono i problemi da cui si dovrebbe ripartire per pensare ad un progetto collettivo.

 Questo per due ragioni: la prima è che tali problemi sono intimamente collegati tra loro. Pensare alle soluzioni per risolvere uno di questi problemi, significa anche ripensare un modo diverso per risolvere gli altri. La seconda ragione è che nel mondo in cui viviamo oggi tali problemi riguardano tutti. Il cambiamento climatico - come la pandemia - è affare di tutti, e in un mondo in cui distanze e tempi sono notevolmente accorciati non siamo più nella posizione dire che quello che succede da qualche altra parte non ci riguarda, perché in un modo o nell’altro, prima o dopo, avrà degli effetti anche su di noi.

Tale progetto, dunque, dovrebbe coincidere con un modo diverso per ripensare le soluzioni per questi problemi. Un modo diverso di pensare il lavoro, le risorse rinnovabili e soluzioni alternative per una economia più verde ma anche più equa. Il digitale può essere la risorsa giusta in quanto offre molteplici soluzioni. Una risorsa però è sterile senza un progetto, e soprattutto senza una buona governance che metta in relazione i diversi soggetti interessati, come multinazionali, governi, i singoli cittadini ed imprese, in un progetto coordinato. In questo senso, l’Unione Europea, in quanto istituzione sovranazionale, può essere il punto di raccordo per soggetti diversi, per guidare e coordinare tale progetto collettivo. Badiou ha ragione a dire che ciò che importa è quello che viene, ma quello che saremo dipende da quello che vogliamo essere oggi. 

 

Secondo alcuni, tecnofobi, tecno-pessimisti e tecno-luddisti, il futuro della tecnologia sarà distopico, dominato dalle macchine, dalla singolarità di Kurzweil (la via di fuga della tecnologia) e da un Matrix nel quale saranno introvabili persino le pillole rosse che hanno permesso a Neo di prendere coscienza della realtà artificiale nella quale era imprigionato. Per altri, tecnofili, tecno-entusiasti e tecno-maniaci, il futuro sarà ricco di opportunità e nuove utopie/etopie. A quali di queste categorie pensa di appartenere e qual è la sua visione del futuro tecnologico che ci aspetta? E se la posizione da assumere fosse semplicemente quelle tecno-critica o tecno-cinica? E se a contare davvero fosse solo una maggiore consapevolezza diffusa nell'utilizzo della tecnologia? 

Quanto detto precedentemente riassume in un certo modo la mia posizione. Tra i due estremi, tencofobia ed utopia, preferirei invece una posizione intermedia. Una posizione che non ignori i rischi e le sfide che ci attendono, ma che allo stesso tempo non consideri già realizzato quello che dobbiamo ancora fare. Dipenderà solo da noi e dai nostri sforzi collettivi in quale condizione lasceremo il mondo alla prossima generazione, in modo tale che i giovani di oggi abbiano domani i mezzi adeguati per affrontare le sfide all’orizzonte. Prima fra tutte quella del cambiamento climatico.

Se proprio dovessi esprimermi a favore di una categoria di pensiero utile per tali sfide, credo che l’utopia – intesa nel senso di ideale regolativo kantiano - possa giocare un ruolo importante. Il raggiungimento di ogni obiettivo difficilmente coincide con le aspettative di partenza, ma aspettative ideali chiare e ambiziose, fungono sempre da buone linee guida per cercare di arrivare il più lontano possibile.

Nello specifico e da insegnante, penso che bisogni cominciare dal basso: il mondo dell’educazione e la scuola in particolare dovrebbe farsi più carico non solo di informare, ma soprattutto di formare i giovani in modo adeguato, consapevole e responsabile. Solo così si possono vincere queste sfide.   

 

Mentre l'attenzione dei media e dei consumatori è tutta mirata alle meraviglie tecnologiche di prodotti tecnologici diventati protesi operative e cognitive per la nostra interazione con molteplici realtà parallele nelle quali viviamo, sfugge ai più la pervasività della tecnologia, nelle sue componenti nascoste e invisibili. Poca attenzione è dedicata all'uso di soluzioni di Cloud Computing e ancora meno di Big Data nei quali vengono archiviati miliardi di dati personali. In particolare sfugge quasi a tutti che il software sta dominando il mondo e determinando una rivoluzione paragonabile a quella dell'alfabeto, della scrittura, della stampa e di Internet. Questa rivoluzione è sotterranea, continua, invisibile, intelligente, Fatta di componenti software miniaturizzati, agili e leggeri capaci di apprendere, di interagire, di integrarsi e di adattarsi come se fossero neuroni in cerca di nuove sinapsi.  Questa rivoluzione sta cambiando le vite di tutti ma anche la loro percezione della realtà, la loro mente e il loro inconscio. Modificati come siamo dalla tecnologia, non ci rendiamo conto di avere indossato delle lenti con cui interpretiamo il mondo e interagiamo con esso. Lei cosa ne pensa? 

Riferendosi al modo in cui le ICTs (information and communication tenchnologies) stanno rimodellando la realtà, Floridi parla di “quarta rivoluzione”, proprio perché tale cambiamento sta modificando anche il modo di pensare la nostra posizione al suo interno. Un cambiamento quindi, non solo della realtà, ma anche del nostro ruolo rispetto ad essa. Tre sono state, secondo Floridi, le rivoluzioni che in passato hanno avuto un impatto simile, decentrando sempre di più il nostra centralità rispetto al resto del reale: 1- la rivoluzione copernicana circa la nostra posizione nell’universo - “non siamo più al centro dell’universo”, 2- quella di Darwin all’interno della sfera biologica - “non siamo fatti ad immagine e somiglianza di dio”, e 3- quella che riguarda noi stessi come esseri razionali, in quanto – grazie a Freud – abbiamo capito che “non siamo più padroni a casa nostra”. La quarta rivoluzione che Floridi attribuisce ad Alan Turing, ci sta insegnando che le ICTs fanno molte cose meglio di noi, al nostro posto e per noi (da lavare i piatti a trovare ristoranti e direzioni più brevi in modo più veloce, efficace ed accurato di quanto noi potessimo fare). Affinché svolgano i loro compiti come si deve, abbiamo costruito attorno ad esse un ambiente nuovo, fatto di dati ed artefatti con cui interagiamo quotidianamente e in cui stiamo piano piano imparando a muoverci: l’infosfera – per usare il neologismo di Floridi. Anche in questo caso, non bisogna dimenticare che la questione circa l’impatto di software e algoritmi dipende dal modo in cui sono disegnanti, dell’etica e dell’infra-etica dell’ambiente in cui sono immessi e con cui interagiscono. Floridi ci ricorda anche che questo non è un problema che l’intelligenza artificiale può risolvere (visto che l’AI è sì molto smart ma non per questo intelligente), ma è un problema che riguarda il nostro modo di disegnare e custodire l’infosfera. Personalmente, questo mi sembra un modo adeguato di interpretare la realtà per muoversi nella direzione giusta. 

 

Se il software è al comando, chi lo produce e gestisce lo è ancora di più. Questo software, nella forma di applicazioni, è oggi sempre più nelle mani di quelli che Eugeny Morozov chiama i Signori del silicio (la banda dei quattro: Google, Facebook, Amazon e Apple). E' un controllo che pone il problema della privacy e della riservatezza dei dati ma anche quello della complicità conformistica e acritica degli utenti/consumatori nel soddisfare la bulimia del software e di chi lo gestisce. Grazie ai suoi algoritmi e pervasività, il software, ma anche la tecnologia in generale, pone numerosi problemi, tutti interessanti per una riflessione filosofica ma anche politica e umanistica, quali la libertà individuale (non solo di scelta), la democrazia, l'identità, ecc. (si potrebbe citare a questo proposito La Boétie e il suo testo Il Discorso sulla servitù volontaria). Lei cosa ne pensa? 

Il monopolio incontrollato di grandi multinazionali come Facebook, Amazon, Google etc., presenta grandi rischi. Ci sono buone ragioni per stare in guardia, soprattutto per quanto riguarda problemi come la privacy, l’uso e il trattamento dei dati personali, l’autonomia individuale e le libertà di scelta ed espressione. Questo è ancor più vero nel momento in cui constatiamo che queste grandi multinazionali si stanno sempre più appropriando, in modo esclusivo ed incondizionato, delle nostre abitudini ed esigenze personali: socializziamo sempre più su Facebook, ci informiamo sempre più su Google, e compriamo sempre più su Amazon.

Credo comunque che l’inizio di un’inversione di tendenza si stia lentamente cominciando a vedere. Il GDPR (General Data Protection Regulation) in Europa, le azioni di Facebook dopo lo scandalo di Cambridge Analytica, e di Twitter nei confronti dei tweet di Trump dopo il risultato delle ultime elezioni americane sono dei piccoli esempi, è vero, ma credo significativi. Ci sarebbe ancora tanto da fare e siamo ancora all’inizio. Anche in questo caso l’Europa potrebbe dare l’esempio, pensando magari a ulteriori misure antitrust che favoriscano la concorrenza, e linee guida etiche che limitino il potere delle grandi multinazionali americane in Europa. Inoltre, sarebbe ora che istituzioni governative e sovranazionali comincino ad interpellare e a dialogare con questi giganti del mercato, per far leva non solo sul loro potere ma soprattutto sulle loro responsabilità, per cercare di metterle al servizio di un progetto comune. Mi rendo conto che questo è un compito difficile, ma anche in questo caso è la governance che fa la differenza.  

 

Una delle studiose più attente al fenomeno della tecnologia è Sherry Turkle. Nei suoi libri Insieme ma soli e nell'ultimo La conversazione necessaria, la Turkle ha analizzato il fenomeno dei social network arrivando alla conclusione che, avendo sacrificato la conversazione umana alle tecnologie digitali,  il dialogo stia perdendo la sua forza e si stia perdendo la capacità di sopportare solitudine e inquietudini ma anche di concentrarsi, riflettere e operare per il proprio benessere psichico e cognitivo. Lei come guarda al fenomeno dei social network e alle pratiche, anche compulsive, che in essi si manifestano? Cosa stiamo perdendo guadagnando da una interazione umana e con la realtà sempre più mediata da dispositivi tecnologici? 

I rischi di dipendenze compulsive ci sono e sono pericolosissimi, specialmente per i nativi digitali. Le conseguenze possono essere gravi. Per esempio, possono condurre alla carenza di abilità e competenze sociali (il non sapersi più relazionare con gli altri), e così facendo alimentano il conformismo e altri disordini emotivi come la sociopatia (che Galimberti include tra i nuovi vizi capitali, la tendenza collettiva di non saper più sentire, ascoltare e distinguere le proprie emozioni).

Dall’altro lato mi sembra inutile risolvere il problema cercando di eliminare i social media in toto. Bisognerebbe invece educare, specialmente i giovani, all’uso e alla consapevolezza critica verso i social media, verso i rischi e i limiti che presentano. Indipendentemente dalle opinioni personali, bisogna prendere atto che i social media fanno e faranno sempre parte delle vite dei giovani, e lo sono già anche della vita degli adulti. Questo è un dato di fatto. Penso quindi sia importante guardare i social media con una consapevolezza critica che allo stesso tempo ci insegni e aiuti a prendere le distanze da quelli che sono i modelli preconfezionati che la società ci offre. Invece di girare completamente la testa dall’altro lato o guardare indietro, bisogna guardare quello che ci sta davanti per comprenderlo meglio, senza perdere di vista modi sani di relazionarsi con gli altri, con sé stessi e con le proprie emozioni e desideri.

Inoltre, se è vero che i social media presentano notevoli rischi, bisogna essere altrettanto consapevoli che le dipendenze e “le solitudini online” a volte hanno cause che con il digitale e con i social media non hanno nulla a che fare, ma nascono altrove, proprio dal vuoto che i social media tentano di colmare. 

In un libro di Finn Brunton e Helen Nissenbaum, Offuscamento. Manuale di difesa della privacy e della protesta, si descrivono le tecniche che potrebbero essere usate per ingannare, offuscare e rendere inoffensivi gli algoritmi di cui è disseminata la nostra vita online. Il libro propone alcuni semplici comportamenti che potrebbero permettere di difendere i propri spazi di libertà dall'invadenza della tecnologia. Secondo lei è possibile difendersi e come si potrebbe farlo? 

A questo proposito mi ha molto colpito l’analisi di Hannah Fry nel suo libro Hello World – How to be Human in the Age of the Machine. Hannah Fry ha esplorato l’uso di algoritmi negli ambiti più diversi: nella medicina, nei casi giuridici, nell’analisi dei big data e in molte altre applicazioni. La sua conclusione è interessante. Al posto della retorica che contrappone gli algoritmi agli esseri umani, bisognerebbe sfruttare i reciproci punti di forza piuttosto che concentrarci sulle reciproche debolezze. Gli algoritmi non sono perfetti, sostiene Hannah Fry, non hanno idea del contesto e dello scopo che circonda una particolare decisione e della specificità di una situazione. Mancano della semantica che invece noi esseri umani possediamo. Al contrario, gli algoritmi hanno un’alta sensibilità (nel senso matematico del termine, ovviamente) nell’individuare e calcolare pattern utili per fare previsioni, e in questo noi umani non siamo abili tanto quanto gli algoritmi. L’idea di Hanna Fry è quindi di lavorare per stabilire una partnership tra algoritmi ed essere umani, in cui si smetta di vedere gli algoritmi come dittatori delle nostre scelte perché capaci di scelte “oggettive”. Bisogna cominciare invece a mettere in discussione il loro potere, a ritenerli responsabili dei loro errori e a metterli a servizio della soluzione dei nostri problemi. 

 

Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l'iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a? 

Mi permetterei di consigliare i due libri che ho citato in precedenza: il libro di Hannah Fry, Hello World – How to be Human in the Age of the Machine, e La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo di Luciano Floridi. Due testi molto diversi tra loro, per stile e per argomentazioni, ma accomunati entrambi dal desiderio di fare chiarezza sul mondo in cui viviamo, attraverso un’analisi lucida e soprattutto non allarmista. 

Cosa pensa del nostro progetto SoloTablet? Ci piacerebbe avere dei suggerimenti per migliorarlo! 

Penso che SoloTablet sia un progetto davvero utile, e per questo dovrebbe avere più risonanza.

Personalmente mi ha dato l’opportunità non solo di riflettere meglio sulle mie idee, ma anche di confrontarmi con altri esperti ed appassionati su tematiche importanti. Un confronto e un dibattito che mette in gioco voci diverse non è mai una cattiva idea.

Tra le varie interviste di questa rubrica ho notato tante idee buone.

Al posto di soffermarsi esclusivamente sulle differenze dei singoli punti di vista, credo sia importante sottolineare quello che di buono abbiano da offrire. Questo è sicuramente un buon segno, il segno che una riflessione sul digitale che non perda di vista l’umano, se è possibile diventa allora necessaria.

Bisognerebbe partire da queste idee buone, raccoglierle e metterle insieme per cercare di divulgarle il più possibile.

*Tutte le immagini sono fotografie di Carlo Mazzucchelli (Viaggio in India del sud, 2017)

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