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La tecnoconsapevolezza aiuta la libertà di scelta

La tecnoconsapevolezza aiuta la libertà di scelta

20 Maggio 2019 Interviste filosofiche
Interviste filosofiche
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Una intervista sulla tecnologia e la tecnoconsapevolezza con Maria Giovanna Farina, filosofa, consulente filosofico e scrittrice. Autrice di numerosi libri: Ho messo le ali, La libertà di scegliere, Dialoghi con un ottimista, Da zero alle stelle, Dimmi che mi ami, Primi Passi e Catarina e la porta della verità.

Le nuove tecnologie ci stanno abituando a un pensiero binario, condizionato da scelte fatte da altri, da algoritmi e intelligenze artificiali, e da coloro che li hanno creati. Il pensiero critico sembra essere scomparso, come pratica e come bisogno, reso complicato dalla velocità con cui si prendono decisioni, si vivono relazioni sociali e si fanno scelte online. Di pensiero critico c’è però ancora bisogno. Serve alla maggiore consapevolezza che può aiutare nell’interazione con i numerosi mondi, reali e virtuali, nei quali oggi viviamo. Considerando la quantità di tempo passata online, la consapevolezza non può non essere declinata in tecnoconsapevolezza. Di questo SoloTablet ha deciso di parlare/conversare con filosofi, psicologi, studiosi e persone interessate a riflettere sugli effetti della tecnologia, sui cambiamenti che sta determinando e sui possibili scenari futuri.

La consapevolezza di cui abbiamo bisogno interessa almeno cinque ambiti diversi: 1] l’esperienza del tempo, 2] l’uso del linguaggio, 3] la percezione della realtà, 4] la dimensione politica del cittadino del terzo millennio, 5] e la libertà. Cinque ambiti tematici all’origine di cinque possibili domande utili a comporre un’intervista.


 

Buongiorno Dott.ssa Farina, cosa pensa del ruolo della tecnologia nella realtà presente? Quanto ritiene necessario riflettere criticamente sui suoi effetti dirompenti e rivoluzionari per acquisire una tecnoconsapevolezza utile a costruire scenari futuri che vedano l’uomo sempre al centro e protagonista della sua evoluzione?

Ne abbiamo già parlato in una precedente intervista... le innovazioni, il progresso, e ciò vale anche per quello tecnologico, è sempre testimone delle capacità “costruttive” dell'homo abilis e quindi ritengo sia sempre da accogliere con entusiasmo.

Ciò che mi lascia perplessa è l'abuso e di questo l'uomo è maestro, ha sempre avuto la tendenza a voler andare oltre la giusta misura di tutte le cose. Protagora, uno dei sofisti maggiori, parecchi secoli prima di Cristo sosteneva che l'uomo è la misura di tutte le cose, un'affermazione che ci fa onore a patto che non ci si dimentichi del giusto mezzo. Da ciò si può dedurre che essere al centro della propria evoluzione è un impegno ed una missione filosofica: rifletterne criticamente è indispensabile e per questo la filosofia deve continuare ad essere nel curriculum scolastico.

 

La tecnologia comprime tempo e spazio, ci permette di essere sempre connessi alimentando un qui e ora che ci ha fatto precipitare in un presente continuo illusorio nel quale è difficile individuare priorità e possibilità diverse da quelle dettate dal tempo reale nel quale siamo precipitati. Tutto ciò che non sta dentro questo tempo si trova come ridimensionato o inesistente determinando una fuga dalla memoria e l’impossibilità di progettare scenari futuri diversi da quello tecnologico. Lei cosa ne pensa? Che impatto ha l’attuale percezione diffusa del tempo sul modo di pensare, di fare scelte e di prendere decisioni?

Essere sempre connessi è un grosso limite se si dà priorità alla rete che in questo caso perde il suo valore-capacità di metterci in contatto con il mondo per diventare una schiavitù dalla quale è bene liberarsi.

Sono d'accordo sul fatto che la tecnologia comprima tempo e spazio, infatti ci fa uscire dal tempo reale, dai nostri tempi umani, per spingerci a diventare sudditi di algoritmi e programmi. Se non si porrà rimedio, da subito, diventeremo degli idioti, sfasati e imprigionati dalle e nelle macchine.

Si è sempre detto che il tempo è un concetto matematico, partiamo con l'abbandonare anche questa idea per abbracciare nuovamente il nostro tempo, il ritmo che il corpo ci chiede: un esercizio capace di farci riavvicinare alla nostra umanità e quindi alla realtà.

 

Scrive Massimo Cacciari che la vera appartenenza sta nella lingua. La lingua è la vera patria, anzi Matria, tanto più è ricca e tanto più accoglie, non è semplice strumento o mezzo ma pensiero, storia, cultura e tutti dovrebbero custodirla, anche trasformandola. Una descrizione che sembra tutto l’opposto dell’uso che oggi ne viene fatto attraverso gli strumenti tecnologici. Un uso di cui la tecnologia non è responsabile ma che ha trasformato la lingua in chiacchiera, il pensiero complesso in cinguettio, allo scopo di manipolare, disinformare e misinformare. Che cosa sta succedendo secondo lei al nostro linguaggio, al modo di comunicare e interagire? Cosa si potrebbe fare per contribuire a una maggiore consapevolezza sugli effetti della comunicazione tecnologica attuale?

Ciò che afferma Cacciari non è nulla di nuovo, a parte il Matria che vedo però da unire e non da opporre al Patria in quanto il linguaggio seppur nasca dalla madre si evolve anche col padre, è un concetto filosofico antico.

Noi siamo il linguaggio e il linguaggio forgia la nostra mente, il linguaggio ci mette in relazione con il mondo. Noi lo trasformiamo ed esso ci trasforma... prima di tutto la scuola, sin dalle classi inferiori, deve salvare il linguaggio e il suo uso impedendo che si comunichi mescolando ad esempio alla nostra lingua termini di altre. Studiare le lingue è importante, ma non distruggendo la nostra con termini stranieri spesso usati in modo scorretto o al posto di parole corrispondenti a termini presenti nella nostra lingua madre. Esempio: perché non dire privatezza al posto di privacy se stiamo parlando in italiano?

È inutile speculare, fare discorsi pomposi se poi si fa poco o nulla per mettere in pratica!

 

Dal mito della caverna di Platone sappiamo che la realtà non è quella che appare. La realtà dell’era tecnologica è reale e virtuale insieme ma forse sempre più illusoria e sfuggente. La sua illusorietà ingannatrice non le impedisce di essere percepita come reale, anche se è tale solo nella nostra mente. Illusoria è anche la realtà sociale e relazionale vissuta dentro le piattaforme di social networking alle quali abbiamo delegato il ruolo di costitutività (Searle) del vivere sociale odierno. In che modo la realtà virtuale sta influenzando il modo di percepire la realtà? La realtà è sempre troppo grande e troppo complessa per essere conosciuta ma forse il vero problema è che oggi, pur essendo sempre connessi, ci stiamo disconnettendo dalla realtà. Lei cosa ne pensa?

La caverna di Platone, ci tengo a sottolineare, è una metafora della condizione umana ancora valida dopo 2500 anni.

La realtà è oltre l'apparenza e ciò è stato compreso dal grande filosofo greco ancor prima dell'avvento della TV, un pensiero di grande apertura. Se per realtà intendiamo il mondo concreto e tangibile, certamente lo stiamo un po' abbandonando per vivere troppe ore nel virtuale alla ricerca di un rifugio accogliente, una sorta di narcosi, di ottundimento con l'illusione di vivere più felicemente. Se invece per realtà intendiamo ciò che si cela dietro l'apparenza, beh, da quella ci siamo allontanati a prescindere dai media digitali. Lo abbiamo fatto da quando abbiamo abbandonato il pensiero critico per cedere all'illusione.

 

Il dominio della tecnologia con i suoi dispositivi, le sue piattaforme, i suoi algoritmi e concetti ha cambiato la realtà e la dimensione politica del cittadino del terzo millennio. L’azione politica si è ridotta allo scambio di cinguettii, il suo racconto è legato anch’esso ai cinguettii e alla loro frequenza, il ruolo della società civile sembra scomparso, sommerso dall’uso di dispositivi di input che generano messaggi ma nessuna azione politica. Tradurre idee e opinioni politiche in azioni e forme di resistenza, opposizione, reazione è diventato complicato. Ne è testimonianza quanto sta succedendo in Italia su temi quali razzismo, violenza, migrazioni, lavoro e povertà. Più che piattaforme tecnologiche servirebbero infrastrutture intellettuali, le sole che potrebbero forse alimentare consapevolezza e impegno. Lei cosa ne pensa?

 

È indubbio che la politica si serva massicciamente del virtuale tecnologico, ma il problema è sempre a mio avviso legato alla mancanza di senso critico, utile strumento in grado di farci discriminare tra le varie opinioni e sottolineo opinioni.

Le opinioni sono all'opposto delle idee, le opinioni sono prive di scientificità e quindi ognuno può dire tutto e il suo contrario creando confusione: chi non conosce crede e beve tutto così può diventare, ad esempio, razzista anche senza sapere che cosa voglia dire davvero esserlo. Il mio esempio dell'essere razzisti non è di natura strettamente politica, ma vuol sottolineare che si pronuncia molto spesso una parola senza conoscere il suo significato. Razzismo viene da razza... consultiamo sempre e con attenzione un vocabolario! Solo dalla conoscenza può nascere consapevolezza e di conseguenza impegno politico.

 

Infine il tema della libertà. Il libertarianesimo, la filosofia prevalente tra i produttori di tecnologia, sostiene l’idea di una libertà concepita come assenza di restrizioni. Nella realtà la libertà individuale è a rischio. L’individuo è vittima di un asservimento volontario e complice a piattaforme, algoritmi, logiche e visioni del mondo imposti da altri, senza che ne abbia consapevolezza. Il tutto determinato dalla prevalenza di un pensiero binario, stimolo-risposta, che impedisce la riflessione critica utile a sperimentare una libertà di scelta e processi decisionali non pre-determinati. La libertà è un tema troppo importante per essere delegata ai Signori del Silicio. Lei cosa ne pensa?

Non posso che essere d'accordo!

La libertà è un tema a me molto caro ne ho parlato ne La libertà di scegliere (ed. Rupe Mutevole).

La libertà si conquista e si difende nel mondo reale dialogando, cercando un confronto, impedendo il diffondersi di bufale studiando chi ci sta di fronte.

La libertà si difende con un impegno civico costante, certo, forse, è un po' faticoso ma del resto dobbiamo ritornare a credere nella fatica come veicolo per giungere alle nostre mete.

La mia proposta: torniamo alla vita, ripensiamo il passato come una risorsa imprescindibile salvando il meglio ed abbandonando gli errori, ascoltiamoci, non prendiamo per oro colato il fango... leggiamo di più i libri. Io lavoro in questo senso nella speranza di non fare la fine di Socrate!

 

 

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