La società del vento

01 Aprile 2020 Redazione SoloTablet
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INTRODUZIONE

Il libro di Carlo Mazzucchelli La civiltà del vento al tempo del coronavirus è pubblicato nella collana Technovisions di Delos Digital.

INTRODUZIONE 

Credo nel potere che ha l’immaginazione di plasmare il mondo, di liberare la verità dentro di noi, di cacciare la notte, di trascendere la morte, di incantare le autostrade, di propiziarci gli uccelli, di assicurarsi la fiducia dei folli. “ - J.G Ballard

Questo testo è nato al tempo del Coronavirus e della crisi generata dalla pandemia. Non poteva non trattare argomenti e tematiche che hanno caratterizzato le narrazioni del tempo della crisi, suggerendo riflessioni su effetti, comportamenti e reazioni, speranze e prospettive, eventi, storie e scenari presenti, passati e futuri. Ne è derivato una specie di Decamerone in miniatura con la differenza che, mentre i giovani protagonisti del libro di Boccaccio (scritto al tempo della peste del 1348 a Firenze) cercavano il divertimento, la dimenticanza e il relax, gli scritti qui raccolti invitano alla (auto)riflessione e all’azione per costruire futuri possibili migliori. Nella (tecno)consapevolezza che il dopo sarà più duro del presente, soprattutto perché “tutto sarà più incontrollabile quando divamperà la crisi economica”.  (A. Masullo). 

Lo spunto per l’e-book è nato dal ricordo di un racconto di J.G. Ballard, La Civiltà del vento[1], uno dei tanti scritti che sono oggi riemersi dall’oblio grazie a quanti hanno suggerito di interpretare e capire, anche letterariamente e con la lettura, la crisi nei giorni della pandemia 2020. 

La specificità ballardiana di questo testo è tutta nella descrizione dei meccanismi psicopatologici che affiorano e si impongono in situazioni di emergenza. Automatismi, scelte e comportamenti simili a quelli che oggi riempiono le giornate di milioni (miliardi se si pensa al di là dei confini nazinali) di persone, chiuse in casa per colpa di un nemico invisibile quanto temibile. Situazioni nelle quali ciò che conta è sopravvivere, al contagio, alla morte ma anche alla noia, alla paura, allo spavento e alla malattia psichica. Adottando comportamenti utili: a mantenere l’integrità fisica e sensoriale così come quella psichica del Sé; a valorizzare i capitali relazionali, emozionali ed affettivi di ognuno; a gestire in modo intelligente le capacità immaginative che servono a sopravvivere emotivamente e intellettualmente; a prefigurare gli scenari mentali, tecnologici, ambientali ed economici del dopo crisi. 

Il tema di fondo dell’e-book è sempre la tecnologia, elemento di riflessione di tutti i miei 19 libri fin qui pubblicati, ma inserita in un quadro più ampio, sistemico, interallacciato, pandemico. Il quadro è quello di una crisi di sistema nella fase di sviluppo capitalistico attuale, caratterizzato dalla globalizzazione e dai relativi cambiamenti geo-politici (accentuatisi nella fase attuale del coronavirus[2]), dalle crescenti disuguaglianze e da masse numerose escluse dall’educazione e dalla conoscenza, dall’innalzamento della temperatura e dalla crisi ambientale, dalla crisi del lavoro e dalle pandemie varie in via di formazione e diffusione. La tecnologia è legata a ognuna di queste crisi, ha colonizzato la nostra mente condizionando non solo la nostra percezione della realtà ma anche la nostra immaginazione e la capacità di sognare utopie. Pur avendo creato una infinità di opportunità (nella pandemia del Coronavirus la tecnologia ha permesso di mantenere vivi rapporti e relazioni umane), di progressi in tanti ambiti individuali, sociali (APP per monitorare il contagio, ecc.) e aziendali (smart-working e non solo), di sviluppi innovativi ed evoluzioni, i suoi effetti sono scarsamente soppesati e analizzati. Gli effetti della tecnologia si collocano dentro un contesto più ampio, determinato dalle conseguenze rilevanti che la pandemia avrà nella sfera individuale, relazionale, mentale e psichica delle persone. Nell’esperienza umana del coronavirus il  rischio di malattia psichica e psicologica è reale, si innesta su una già diffusa sofferenza determinata dalla tante crisi già in atto, economiche, del lavoro, geopolitiche e ambientali. 

La crisi pandemica è arrivata a ricordarci il paradosso del tempo presente continuo nel quale ci siamo rintanati da tempo nell’illusione di avere cancellato passato e futuro, come se non fossimo creature in eterna evoluzione e mutazione. Ci ha ricordato che la vita ha una durata limitata e regalato la consapevolezza che “ognuno ha di vivere in un tempo che precedeva la sua nascita e che continuerà dopo la sua morte” (M. Augè). Oggi passato e futuro si sono liberati dall’opinionismo e dallo storytellig superficiali diffusi, per ricordare a tutti che esperienze, eventi e fatti vanno tutti collocati in una prospettiva storica, diacronica. Il coronavirus collocato in prospettiva diventa evento (strumento) potente per costruire, a partire dal passato e dalle rovine del tempo corrente, un futuro diverso. Può essere il mezzo per uscire dall’immobilità e dal conformismo biopolitico, sociale e mediale del presente che hanno impedito in questi anni di vedere con chiarezza quello che si agitava nel sottosuolo (Severino).  

La pandemia del coronavirus, con la sua forza scardinante e dirompente, che sembra avere sorpreso tutti, non si è preannunciata ma era prevedibile[3], alcuni studiosi l’avevano già prevista e raccontata (il saggio Spillover di Quammen ne è un esempio). A impedire di vederla non è stata la miopia ma l’individualismo e il nichilismo diffusi a tutti i livelli, personali, sociali, economici e politici. La forza con la quale il coronavirus ha bloccato il mondo, rimettendolo forse a testa in su, può essere catartica e salvifica, permetterci di adottare uno sguardo critico sulla realtà e di pensare criticamente, riflettendo su quanto l’homo sapiens ha realizzato negli ultimi decenni di sviluppo sfrenato, di finanziarizzazione dell’economia, di deforestazioni e desertificazioni ambientali, di precarizzazione dei rapporti di lavoro, di virtualizzazione sociale delle relazioni e dei sentimenti, di globalizzazione malata (produzione e distribuzione di beni essenziali per alimentare un consumerismo mondializzato). La morte che ha fatto capolino nella vita di tutti ci ha ricordato il senso della (nuda) vita e del sentirsi vivi, in compagnia della morte, ha relativizzato le esperienze virtuali e mediatizzate, riportando tutti alla materialità della vita e alle sue difficoltà (sparizione del reddito, affitti da pagare, convivenza in spazi ristretti, povertà, ridimensionamento delle proprie aspettative, ecc.). 

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Nel Labirinto Coronavirus

Il coronavirus è l’occasione per riflettere sulla crisi, una condizione esistenziale nella quale viviamo da tempo, anche senza rendercene completamente conto o semplicemente esorcizzandola. Concetto polisemico, applicabile a ambiti eterogenei, crisi ha perso la sua specificità semantica originale che suggerisce la possibilità di selezionare, valutare, diagnosticare, decidere. La crisi pandemica attuale fa paura perché come tutte le crisi indica una rottura, una faglia, una incrinatura che può cambiare il corso delle cose. In realtà non bisogna averne paura ma viverla, ponendosi domande, attraversarla, pur vivendola come ansia, nell’inquietudine e nella paura. La crisi può essere vissuta come metafora per programmarne l'uscita attraverso la critica, la riflessione, l’azione e la decisione. Punto di partenza è la consapevolezza di vivere immersi in una crisi che viene da lontano, accelerata dalla globalizzazione, dalla tecnologia, dalla perdita della storia e dell’identità, dal crollo della fede nel progresso e nel benessere. Il contagio di un virus ci ha mandato in esilio, ci ha pietrificato, causando incertezza, incapacità di scegliere, blocco decisionale ed inerzia. Ha solidificato la società liquida (il riferimento è alla teoria della società liquida del sociologo Bauman) della Rete e delle connessioni, ridato il significato originale alla parola crisi. Sta a ognuno di noi (re)agire, adattandoci, interrogandoci e comprendendo, superando immobilità e paura, ricercando risposte non convenzionali, con framework mentali non preconfezionati. 

Unico modo per non andare alla deriva! 

La crisi non è una malattia, una febbre temporanea, è un momento di svolta che cambia lo stato delle cose, è un evento, dentro un processo di altri eventi storici. Come tale è una finestra sulla società, sulla realtà e sull’attualità, è uno spazio da abitare, uno strumento utile per adottare nuove pratiche esperienziali e di azione. La pandemia vista come evento, pur nella sua traumaticità, virulenza e forza dirompente, può essere l’occasione di una rinascita. Quando e se lo sarà (stata) lo scopriremo solo dopo, a posteriori. E tanto dipenderà da noi, da quanto avremo appreso e da quanto saremo stati capaci di resistere al presente, superando le nostre convinzioni, di cambiare verso, comportamenti, abitudini e valori.  Dipenderà anche da quanto i poteri esistenti e la Politica sapranno mettere in discussione priorità, equilibri sociali consolidati e modelli neoliberisti esistenti e organizzare una risposta non contradditoria e adeguata alla crisi economica che seguirà. Per superare la crisi non basterà ricorrere alla tecnologia, alle sue APP, reti degli oggetti e dispositivi mobili. Sarà necessario intervenire sulla legislazione che in questi anni hanno demolito sistematicamente la sanità pubblica, impostare nuove politiche basate sulla gestione del rischio[4] e sulla restaurazione del potere centrale.

Questa crisi, sottovalutata ma esplosiva, ha riproposto questioni filosofiche, antropologiche e sociologiche, sul rapporto tra uomo e società, tra uomo ambiente e natura umana, sulla comunicazione umana, sul mezzo tecnologico e sui media, tanti ambiti tutti tra loro intrecciati della globalizzazione nella fase attuale dell’Antropocene, delle intelligenze artificiali e delle nuove tecnologie. Chiederà a tutti di cambiare stili di vita, relazioni con gli altri e con l’ambiente. Suggerirà nuove narrazioni, una gestione diversa delle informazioni dettata da nuovi comportamenti e azioni differenti da quelle che hanno alimentato l’infodemia[5] sulla crisi del coronavirus. L’infodemia è diventata anch’essa patologia psichica, destabilizzante, ha finito per indurre ulteriore passività e soggezione, per disorientare la bussola mentale e esperienziale delle persone chiuse in casa.  Ha dato origine a un altro tipo di contagio e di patologie, che dovranno ora essere curate e superate dopo un periodo di terapia intensiva.  

Il Covid-19 può essere l’innesto di una prossima rivoluzione, già in formazione ma che non ha ancora trovato strumenti e percorsi per emergere. Un innesco casuale, imprevedibile, ma capace di dar inizio a un nuovo rinascimento o quantomeno a una nuova fase di evoluzione di tutto il genere umano sulla terra, considerando i quasi quattro miliardi di persone coinvolte e che hanno fatto esperienza del coronavirus.

Tutti collegati in Rete, connessi alle piattaforme tecnologiche che tanto avevano già colonizzato le nostre vite, grazie al coronavirus, scopriamo oggi i limiti della virtualità onlife, riscopriamo il bisogno esiziale e naturale dello spazio pubblico, del contatto fisico, della prossimità sul mezzo pubblico o in un parco cittadino.  Informazioni e MiPiace non ci bastano più, sicuramente non basteranno a lungo. Neppure il proliferare di attività virtualizzate in smartworking elimineranno il desiderio e il bisogno di incontrare colleghi, di bere con loro un caffè o prendersi uno spuntino al bar. Come ha scritto Marc Augè “L’uomo individuale sa di avere bisogno degli altri per esistere, e in questo senso è solidale”.

Da questa crisi si uscirà solo con maggiore (tecno)consapevolezza, umanità (umanesimo) e solidarietà (predisposizione al dono, cooperazione). Lo stanno dicendo in molti, filosofi e intellettuali ma soprattutto il Papa che ha trovato non solo le parole giuste per dirlo ma anche gli spazi e le forme iconiche della comunicazione per farlo. La solidarietà di cui avremo bisogno è destinata a rompere con l’individualismo e il consumismo del passato.

Durante il contagio in molti hanno fatto esperienza della paura, come passione negativa ma anche come meccanismo, inconscio, di conoscenza, di difesa e di crescita (deve però essere elaborata). La paura che tanti si sono cimentati a raccontare è collegabile al virus solo in parte (con l’eccezione della paura della morte), lo è di più al timore dei suoi effetti sulla vita lavorativa, economica e futura di una civiltà già percepita dentro una crisi più ampia e profonda che sembra portare allo sgretolamento di tutto ciò a cui ci si era abituati. Una paura che aumenta incertezza e ansia, minando ogni tentativo di dare un senso a quello che facciamo per costruire scenari futuri post-coronavirus positivi.

Il mondo non finirà con il coronavirus, ma l’esperienza attuale della crisi ci racconta che molte cose sono destinate a cambiare, e non solo sul piano personale e individuale. 

Cambieranno modelli di consumo e del benessere sociale, modelli economici, educativi (necessari per un mondo migliore) e lavorativi (necessari per vincere la povertà). Oggi nessuno può sapere in che modo cambierà il mondo e che direzione prenderà il cambiamento in atto. Ma il mondo cambierà in base a ciò che sapremo, impareremo, analizzeremo in modo critico, a quanta libertà saremo in grado di difendere e a quanto saremo in grado di rompere le catene che in molti continuano a volerci chiudere ai polsi e intorno alla mente. Ci servirà sviluppare una sana (tecno)consapevolezza ma soprattutto tanta solidarietà (non a parole ma con gesti solidali), compassione, speranza (in senso sia laico sia religioso), la capacità di riconciliarci con noi stessi senza rimozioni, diffusa generosità e il recupero della gentilezza del linguaggio. Servirà anche riscoprire la Politica (bisognerà pure fare i conti con gli errori fatti e con chi li ha determinati) e l’impegno sociale, fare un uso diverso dei media per superare assuefazione recuperando un sano senso di critica (altro che fact checking) necessario per vincere pensiero unico, disinformazione e misinformazione.



[1] La civiltà del vento è un racconto o romanzo breve che dava il titolo a una antologia (Low-flying Aircraft and Other Stories) di Ballard pubblicata in Italia da Urania nel 1976. Gli altri racconti dell’antologia: Il pastore aereo (Low-flying Aircraft, 1975)    L'astronauta morto (The Dead Astronaut, 1968)    Il bombardiere del sogno (My Dream of Flying to Wake Island, 1974)    Vita e morte di Dio (The Life and Death of God, 1976)    Il più grande show televisivo mai visto (The Greatest TV Show on Earth, 1972)    Gli invasori - A Place and a Time to Die, 1969) Bambini prodigio (The Comsat Angels, 1968)    - Varietà (SAGGISTICA)  Catfish [2/ 85] (FUMETTO)  

[2] Il riferimento è ai tanti aiuti ‘disinteressati’ e gratuiti inviati da potenze mondiali come Russia e Cina, capaci di sfruttare il momento presente e l’isolazionismo dell’America di Trump, per trarre vantaggi geopolitici futuri.

[3] Tra le fonti che testimoniano la prevedibilità della pandemia rientra anche la Banca Mondiale che nel 2017 (non è una falsa notizia) aveva previsto in un suo report sui “pandemic bond”, la diffusione di un virus come il coronavirus. Il report collocava la probabilità dello scoppio della pandemia al 15 luglio 2020, forniva una ipotesi di simulazione sui tempi di risposta alla sua diffusione da parte della comunità internazionale e faceva una previsione sulla durata complessiva della crisi. 

[4] Il riferimento è al testo principale di Ulrich Beck (La società del rischio) e alla sua tesi secondo la quale più la società post-moderna cerca di imporre un totale controllo del rischio e la razionalizzazione delle vite e delle esperienze delle persone con l’obiettivo di eliminare ogni rischio, e più in realtà i rischi si manifestano da ogni dove. Come ha dimostrato il coronavirus non siamo immortali e non possediamo il controllo su tutto, anzi più pensiamo di avare ampliato il nostro controllo e più le catastrofi e le crisi emergono e si manifestano.

[5] Diffusione ipertrofica e spasmodica di notizie, numeri, dati, grafici, stime, proiezioni, corsivi, ecc. che ha finito per avvelenare l’ecologia comunicativa, creando una vera e propria “confusione semiotica. (Oxford Dictionary)

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