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QUALE IL VALORE DEL TERZO SETTORE PER I POLICY MAKERS?

QUALE IL VALORE DEL TERZO SETTORE PER I POLICY MAKERS?

29 Settembre 2022 Anna Maria Cazzato
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Anna Maria Cazzato
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Ci sono le condizioni di contesto per un ruolo meno periferico del terzo settore nello sviluppo europeo?

Il terzo settore come corpo intermedio in grado di formare una nuova classe politica.

Il terzo settore come palestra di cittadinanza attiva, fucina di cambiamento positivo, proiezione fattiva e operosa verso un futuro migliore…

Traduco così la sfida che ho provato a raccontare il 10 febbraio 2022 qui su Margini in “Cosa c’entra il Terzo Settore con la Politica”.

La domanda con cui chiudevo l’intervento è: ci sono le condizioni, di contesto e interne alle organizzazioni del terzo settore, perché possano essere all’altezza di questa sfida (Richiesta? Auspicio?)?

Cominciamo dal contesto.

Mai come oggi prima d’ora, il clima sembra essere favorevole per il terzo settore, soprattutto a livello europeo, ma anche in Italia. Il terzo settore ha avuto per lungo tempo un ruolo ancillare e di supplenza rispetto alle storture del mercato e ai limiti evidenti dello stato. Liquidato come manifestazione caratterizzata da spontaneismo volontaristico, con la crisi del 2008-2009, ha preso il via un processo di riconoscimento dell’importanza della prospettiva trasformativa di lungo termine di cui il terzo settore è sempre più interprete. Si è cominciato a riconoscere la capacità di adattarsi ai nuovi bisogni sociali. Bisogni sempre più caratterizzati dalla necessità di personalizzazione e meno soddisfabili con risposte standard e universalistiche tipiche del welfare del primo trentennio post- bellico.

Ma con ricadute positive anche nel nostro paese. Il terso settore ha avuto per lungo tempo un ruolo ancillare e di supplenza là dove l’equilibrio tra stato e mercato dei primi 30 anni del dopoguerra e il predominio del mercato e dell’impresa dei successivi 30 anni lasciavano poco spazio a quello che era considerato nel migliore dei casi uno spontaneismo volontaristico. Dalla crisi del 2008-2009, è partito un processo di riconoscimento dell’importanza di una prospettiva trasformativa a lungo termine di cui il mondo del terzo settore è sempre più interprete. Riconoscimento della capacità di adattarsi  a nuovi bisogni sociali permeati da un bisogno di personalizzazione, meno soddisfabile con risposte standard e universalistiche tipiche del welfare del primo trentennio post-bellico.

È emerso un terzo settore con un’identità forte, non più relegato ad un ruolo di risulta o palliativo dei fallimenti di stato e di mercato. Sempre più riconosciuto quale soggetto in grado di contribuire alla tenuta del sistema paese, in grado di rafforzare il “capitale sociale”, il tessuto culturale.

Il cambio di passo è evidente anche nell’evoluzione della terminologia utilizzata per far riferimento al terzo settore. Un’importante evoluzione è avvenuta con la presidenza Barroso della Commissione Europea. Dopo la crisi del 2008 le politiche sociali diventarono sempre più rilevanti nella politiche comunitarie. Definirle “social business” fu in qualche modo un tentativo di accrescerne la rilevanza, ma fu per alcuni subito evidente l’ambiguità sintetizzata nel termine “business”. Ambiguità a lungo “combattuta” da organizzazioni del mondo del sociale e che ha portato l’attuale Presidente Ursula von der Leyen non solo a utilizzare il termine di “social ecnonomy”, affrancandosi quindi dal concetto poco ficcante e fuorviante di “business”, ma anche a fare di questo settore la terza gamba delle strategie di sviluppo europeo a cui la commissione deve ispirarsi nella sua azione (e che ha effetti importanti sui fondi strutturali: FSE, FESR): sostenibilità ambientale, digitalizzazione e diritti sociali.

Va segnalata poi l’iniziativa del Commissario all’industria che ha introdotto per la prima volta, nell’Industrial Strategy, un undicesimo ecosistema dedicato all’economia sociale di prossimità.

Sono segnali di un cambiamento che è frutto di molte forze e pressioni e che stanno portando i policy makers ad adottare approcci meno dogmatici rispetto allo sviluppo europeo. Lo sviluppo non è solo più solo collegato al mercato, ma si fanno sempre più strada i temi dell’inclusione sociale e del ruolo del terzo settore.

Non mancano tuttavia le contraddizioni. Pensiamo ad esempio al PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza). Ad oggi abbiamo un piano che identifica i progetti e meno i soggetti. Probabilmente questa soluzione è dovuta a tempistiche contingentate e all’urgenza di spesa che il Governo italiano si trova ad affrontare. Tuttavia, un piano che identifica le aree di intervento e le macro-attività ma che tralascia una attenta valutazione dei soggetti da coinvolgere, richiede che i soggetti dell’economia sociale intraprendano un’azione di pungolo, di proposta, di presenza, di rappresentanza. Coinvolgimento e presenza che era stata centrale nella stesura della Riforma del terzo settore del 2017, esito di quel cambiamento che dicevamo venire da lontano (almeno dalla crisi del 2008).

Fin qui alcuni elementi di contesto, ma in che condizioni si trova il terzo settore italiano?

Quali sono i limiti da affrontare, gli errori da non ripetere, le aree nelle quali crescere?

To be continued…

 

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